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| Federico Della Valle La Reina di Scozia IntraText CT - Lettura del testo |
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O che creder debb’io de la novella La qual da lunge or si dimostra al core ed ei voglioso la vagheggia e mira, che frettoloso viene!
e più volte ne sentiam gli effetti, Ma se segno veggiam di bene o male, esser più certo a noi debbe il successo, quanto è più certo il tuono,
e taciturno poi
o misero o felice, o vile o altero, a cui ella si tolga. Anzi pur soavissima e benigna, per l’aria nubilosa o ver serena dei vari avenimenti volando, a l’alme s’offerisce e porge, e di se stessa è donatrice larga, fra le cose ch’han titolo di bene, e al danno congiunge anco l’errore; d’un ben, ch’a noi vuol darsi d’un ben, che mai non nuoce e può sempre giovarci.
come tu dici, ed offerirsi altrui; ma nulla è ch’ella s’offerisca e voli, se non v’è chi la veggia. Né può vederla il misero fra i mali, l’imagine dei beni anco confonde
è aspettazion di bene, più si conviene a l’infelice, quanto, alternandosi il giro che la speme del misero esser debbe
Vuoi tu dunque ch’io speri?
Né tu potrai negar, o mia rena, ch’a grande alma real non si sconvegna lasciar il cor sì pienamente ai mali, che ’n sé non abbia loco almeno al bene che da speranza viene. se sarà falsa poi, che può nuocer a noi? Ma non vaglia ragion, vagliano i prieghi di queste serve tue: Tu nostro sol, tu nostra speme sei: se ’n te la luce e la speranza è sgombra, noi solamente siamo
Speri l’alma al voler de l’altrui voglia, s’al mio voler non puote! Io spero, o donne; e vuo’ stimar che la girevol ruota, fissa già lungamente or dal fondo si mova in vêr la cima, de la fortuna prima, almen perch’io trar possa l’aria, ond’han nodrimento e spirto e vita,
del regno, ove già lungo, antico rivo del sangue mio ben glorioso corse ond’ebber carne queste carni stanche, che dirò? Che farò? Qual sarà il core? di tante amate genti a sé rivolti e la letizia mia partita in mille fronti, in mille cori. perdonerò, tornerò il seggio a molti de la prima fortuna; ascolterò, risponderò, donando ahi, opre lungamente tralasciate,
Di colà viene uomo straniero in vista Forse altre volte l’ho veduto, o pure faccia Dio ch’egli venga amica stella, messaggiera de l’alba, anzi del sole de la libertà nostra!
Il riconosco, e fu già un tempo conoscenza acerba; non so quel ch’or sarà: quel volto ancora
Egli è Beel, il consigliero, amico de la nostra nemica. Forse per sodisfar passata offesa di disprezzo e d’orgoglio, ha preso il carco d’esser ministro a cortese opra e cara.
Tacciam, ch’egli s’appressa. O pur è meglio ch’io men rientri. Il cor troppo si scuote,
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