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Federico Della Valle
La Reina di Scozia

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  • ATTO TERZO
    • SCENA TERZA
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SCENA TERZA

 

CONSIGLIERO, REINA, CAMERIERA e CORO.

 

CONSIGLIERO

 Già quattro lune da l’acute corna

per l’intorto sentier son giunte al cerchio

e ’n varii volti si son colme e sceme,

dal tempo ch’io qui venni, onde partimmi

lasciando te grave e sdegnosa troppo

incontra me, contra i decreti giusti

de l’alta mia reina. E si conceda

al natural affetto, che c’inchina

verso noi stessi e spesso toglie il senso

di vera opinion, che tu formassi

parole amare, acerbe ad onta mia

e de la mia reina. Or io ritorno,

torno con alma placida e tranquilla;

così anco ricerco

da te la mente luminosa e sgombra

da le nebbie comuni e dagli affetti,

che soglion oscurar la ragion chiara.

La mia reina, mossa da l’affanno

de le miserie tue, dove t’addusse

colpa di voler troppo ed ostinata

e falsa opinion, onde traevi

teco millalme e mille ai ciechi abissi

de le tenebre eterne, a te mi manda.

E prima, com’è dritto e com’è giusto,

chiede e vuole che ’l titolo di erede

del regno d’Inghilterra, che presumi

a te deversi, ti sia tolto e sia

da te negato, rinunziando al dritto,

che ’n ciò pretendi; e quinci che ti spogli

del nome di reina e lasci al figlio

la corona e lo scettro e ’l regio manto,

sì ch’egli senza te regga e governi,

e tu viva soggetta a quelle leggi,

che ’l Consiglio imporrà; Consiglio eletto

da la reina mia. Poscia vuol anco

che tu confermi le passate cose

in Scozia fatte e già colà introdotte

con nuova religione e nuovo culto

nei misteri divini, promettendo

tu per te, per tuo figlio e per lo regno

ch’osservate saranno illese, intatte.

Anzi, che quanto tocca ai sacri riti,

a le sacre persone, ai sacri uffici,

tanto fie sol, quanto fie voglia e legge

di chi tiene o terrà titolo giusto

di rege d’Inghilterra, conoscendo

solo il seggio real dei regi inglesi

per legitimo seggio, onde proceda

la vera autorità del sacro culto;

e si pronunzii Roma empia e fallace

nei secoli avenir ai re scozzesi,

ai popoli, a le genti, a Scozia tutta.

Tal ministro vengh’io: questo t’apporto,

e ciò ti manda la reina mia,

reina pietosissima e possente.

Eleggi tu e rispondi. Io messaggiero

sarò del tuo voler a cinque eletti

da la mente real, già qui condotti

con regia autoritade e regio scettro

ad essequir quel che fie poscia giusto.

 

REINA

E chi manda e chi viene e quel che dice,

egualmente è crudel: così fie ingiusto

quel che n’ha da seguir. Ma s’è crudele

e chi manda e chi parla, io che l’ascolto

misera son, e misera altrettanto,

quanto più vivo or mi ritorna a l’alma

il gravissimo error, commesso allora

ch’io diedi fede a chi la fede nega

anco a Chi la creò: fui sciocca allora;

or sarò condennata, i’ me n’accorgo.

Ma sia che può. Tu ch’a ricever vieni

le mie parole, ascolta e riferisci.

Tôrre a me stessa quel che Dio mi diede,

né ’l debbo, né ’l consento. Ei, sua mercede,

nascer mi fe’ reina: anco reina

mi riceva morendo. Il regio segno

segua l’anima sciolta: s’altri stima

di potermen privar, venga e ’l si tolga!

Lasciar il regno al figlio opra è devuta

e bramata anco, ma lasciarlo allora

ch’imporrà Dio ch’io lasci regno e vita.

E s’egli sarà saggio

e forte eguale agli avi, assai gran cura

avrà la tua reina in ritrovarsi

per sé ’l consiglio, senza darlo a lui;

né così imbelle è Scozia o così stolta,

che non basti a produr regi a se stessa.

Che d’Inghilterra erede i’ mi pretenda,

negar nol voglio: il sangue, onde son donna,

a quel regno mi chiama. Pur, se fie

voler comun del popolo ch’io lasci

il mio dritto, ecco ’l lascio; egli s’elegga

re di stirpe miglior, se la ritrova

miglior de la Stuarda.

Ma ch’io confermi poi

il culto rinovato

de la religion del regno mio,

o ch’io consenta ch’egli prenda altronde,

fuor che del roman seggio, ordini e riti

nei sacri uffici, è empia la dimanda

e sciocca la speranza d’impetrarla.

E se ’l mio contradir ha da pagarsi

col sangue, eccoti ’l sangue, ecco la gola;

non sì amica son io di questa vita

o del regno, ch’io brami o l’una o l’altro

con l’empietà congiunta! Queste cose

rapporta tu a chi devi, e più, soggiungi

a la reina tua ch’a passo tale,

ch’a udir dimande niquitose ed empie,

a viver vita prigioniera e indegna,

m’ha tratto quella ch’ella mi diede:

però ch’ella me stimi

sciocca, se la credetti,

ché con ragion lei stimar posso e stimo

e perfida e spergiura.

Questi titoli aggiunga al titol chiaro

di reina e al nome d’Isabella,

e sian invece di quel ch’ella brama

di reina di Scozia! Or io men vado

con quella libertà, che sol mi lascia

la tua reina, di poter entrare

in questo indegno albergo e uscir poi

a trar l’aria a misura.

 

CONSIGLIERO

 Vanne, ché qui verrà fra spazio poco

chi la superbia domi e ’l regio fasto

di bassissima donna!

 

CAMERIERA

 A dimanda crudel, risposta acerba

non si dica superba.

Giusto è che chi ricerca

quel che cercar non dee,

trovi quel che non vuole.

 

CONSIGLIERO

A la fortuna

sian pari le parole:

altro ha da dir chi serve, altro chi impera!

 

CORO

Serva solo è del giusto anima grande,

e servitute tale

è imperio reale!

Ma tu, che vedi l’ingiustizia e ’l torto

(né già negar il puoi, s’hai senso umano)

de la reina tua

ver la reina mia, conceder déi

che ’l dolor de l’offesa

si sfoghi almen col dimostrarsi offesa.

Consentasi a reina prigioniera

misera di vent’anni

in durissimi affanni,

poter chiamar crudele

chi del regno la priva,

chi la ritien cattiva.

E taci, o riferisci le parole,

le vere sì, s’a ciò ti sforza l’opra,

a cui mandato sei,

ma non ridir l’acerbe!

Deve fedel ministro

giovar quanto più puote al suo signore,

ma non nuocer altrui con quel che vede,

che, scoperto o taciuto,

al suo signor non giova;

e soavi, e acerbe

formar si ponno le medesme cose,

come son riferite.

 

CONSIGLIERO

 Non nuoce o giova ch’io più dica o meno;

venn’io qui, perché da le parole

de la padrona tua

ordin nuovo si fesse,

o si cangiasse il fatto.

Già è fisso il consiglio; e qual ei sia

ben tosto il sentirà la testa altiera,

che magnanima parla e ’l regio serba

fra le mendicità. Fui mandat’io

sol per udir quel che s’è udito e quinci

confermar il giudicio e la sentenza

de la reina mia:

e s’altro rispondea la sventurata,

umiliando l’anima superba,

riso era l’umiltade e s’aggiungeva

a la pena lo scherno.

 

CORO

Ahi, pensier crudo

e d’anima maligna!

 

CONSIGLIERO

A te si lasci

giudicar con parole il crudo o ’l pio

dei pensier nostri: noi de l’altrui vita

giudicherem coi fatti.

 

CORO

Sopra me si disfoghi

l’odio ingiusto e crudele, e il mio sangue

spenga l’ingorda sete

di donna, anzi di furia, coronata

di gemme il capo e l’alma di serpenti.

Sen va il ministro fiero

di reina più fiera,

e porta ne la mente il rio veneno

(e ’l trarrà per la bocca),

il veneno morta, che già moltanni

ci va temprando il Cielo!

 





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