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| Federico Della Valle La Reina di Scozia IntraText CT - Lettura del testo |
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CONSIGLIERO, REINA, CAMERIERA e CORO.
Già quattro lune da l’acute corna per l’intorto sentier son giunte al cerchio e ’n varii volti si son colme e sceme, dal tempo ch’io qui venni, onde partimmi lasciando te grave e sdegnosa troppo incontra me, contra i decreti giusti de l’alta mia reina. E si conceda al natural affetto, che c’inchina verso noi stessi e spesso toglie il senso di vera opinion, che tu formassi parole amare, acerbe ad onta mia e de la mia reina. Or io ritorno, torno con alma placida e tranquilla; così anco ricerco da te la mente luminosa e sgombra da le nebbie comuni e dagli affetti, che soglion oscurar la ragion chiara. La mia reina, mossa da l’affanno de le miserie tue, dove t’addusse colpa di voler troppo ed ostinata teco mill’alme e mille ai ciechi abissi de le tenebre eterne, a te mi manda. E prima, com’è dritto e com’è giusto, chiede e vuole che ’l titolo di erede del regno d’Inghilterra, che presumi a te deversi, ti sia tolto e sia da te negato, rinunziando al dritto, che ’n ciò pretendi; e quinci che ti spogli del nome di reina e lasci al figlio la corona e lo scettro e ’l regio manto, sì ch’egli senza te regga e governi, e tu viva soggetta a quelle leggi, che ’l Consiglio imporrà; Consiglio eletto da la reina mia. Poscia vuol anco che tu confermi le passate cose in Scozia fatte e già colà introdotte con nuova religione e nuovo culto nei misteri divini, promettendo tu per te, per tuo figlio e per lo regno ch’osservate saranno illese, intatte. Anzi, che quanto tocca ai sacri riti, a le sacre persone, ai sacri uffici, tanto fie sol, quanto fie voglia e legge di chi tiene o terrà titolo giusto di rege d’Inghilterra, conoscendo solo il seggio real dei regi inglesi per legitimo seggio, onde proceda la vera autorità del sacro culto; e si pronunzii Roma empia e fallace nei secoli avenir ai re scozzesi, ai popoli, a le genti, a Scozia tutta. Tal ministro vengh’io: questo t’apporto, reina pietosissima e possente. Eleggi tu e rispondi. Io messaggiero sarò del tuo voler a cinque eletti da la mente real, già qui condotti con regia autoritade e regio scettro ad essequir quel che fie poscia giusto.
E chi manda e chi viene e quel che dice, egualmente è crudel: così fie ingiusto quel che n’ha da seguir. Ma s’è crudele e chi manda e chi parla, io che l’ascolto misera son, e misera altrettanto, quanto più vivo or mi ritorna a l’alma il gravissimo error, commesso allora ch’io diedi fede a chi la fede nega anco a Chi la creò: fui sciocca allora; or sarò condennata, i’ me n’accorgo. Ma sia che può. Tu ch’a ricever vieni le mie parole, ascolta e riferisci. Tôrre a me stessa quel che Dio mi diede, né ’l debbo, né ’l consento. Ei, sua mercede, nascer mi fe’ reina: anco reina mi riceva morendo. Il regio segno segua l’anima sciolta: s’altri stima di potermen privar, venga e ’l si tolga! Lasciar il regno al figlio opra è devuta e bramata anco, ma lasciarlo allora ch’imporrà Dio ch’io lasci regno e vita. E s’egli sarà saggio e forte eguale agli avi, assai gran cura avrà la tua reina in ritrovarsi per sé ’l consiglio, senza darlo a lui; né così imbelle è Scozia o così stolta, che non basti a produr regi a se stessa. Che d’Inghilterra erede i’ mi pretenda, negar nol voglio: il sangue, onde son donna, a quel regno mi chiama. Pur, se fie voler comun del popolo ch’io lasci il mio dritto, ecco ’l lascio; egli s’elegga re di stirpe miglior, se la ritrova Ma ch’io confermi poi o ch’io consenta ch’egli prenda altronde, fuor che del roman seggio, ordini e riti nei sacri uffici, è empia la dimanda e sciocca la speranza d’impetrarla. E se ’l mio contradir ha da pagarsi col sangue, eccoti ’l sangue, ecco la gola; non sì amica son io di questa vita o del regno, ch’io brami o l’una o l’altro con l’empietà congiunta! Queste cose rapporta tu a chi devi, e più, soggiungi a la reina tua ch’a passo tale, ch’a udir dimande niquitose ed empie, a viver vita prigioniera e indegna, m’ha tratto quella fé ch’ella mi diede: però ch’ella me stimi ché con ragion lei stimar posso e stimo Questi titoli aggiunga al titol chiaro di reina e al nome d’Isabella, e sian invece di quel ch’ella brama di reina di Scozia! Or io men vado con quella libertà, che sol mi lascia la tua reina, di poter entrare in questo indegno albergo e uscir poi
Vanne, ché qui verrà fra spazio poco chi la superbia domi e ’l regio fasto di bassissima donna!
A dimanda crudel, risposta acerba trovi quel che non vuole.
A la fortuna altro ha da dir chi serve, altro chi impera!
Serva solo è del giusto anima grande, e servitute tale Ma tu, che vedi l’ingiustizia e ’l torto (né già negar il puoi, s’hai senso umano) de la reina tua ver la reina mia, conceder déi si sfoghi almen col dimostrarsi offesa. Consentasi a reina prigioniera E taci, o riferisci le parole, le vere sì, s’a ciò ti sforza l’opra, a cui mandato sei, giovar quanto più puote al suo signore, ma non nuocer altrui con quel che vede, formar si ponno le medesme cose, come son riferite.
Non nuoce o giova ch’io più dica o meno; né venn’io qui, perché da le parole de la padrona tua Già è fisso il consiglio; e qual ei sia ben tosto il sentirà la testa altiera, che magnanima parla e ’l regio serba fra le mendicità. Fui mandat’io sol per udir quel che s’è udito e quinci confermar il giudicio e la sentenza de la reina mia: e s’altro rispondea la sventurata, riso era l’umiltade e s’aggiungeva
A te si lasci giudicar con parole il crudo o ’l pio dei pensier nostri: noi de l’altrui vita giudicherem coi fatti.
Sopra me si disfoghi l’odio ingiusto e crudele, e il mio sangue di donna, anzi di furia, coronata di gemme il capo e l’alma di serpenti. e porta ne la mente il rio veneno il veneno morta, che già molt’anni
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