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ATTO QUARTO
SCENA PRIMA
REINA, CAMERIERA e
CORO
REINA
Udite avete le dimande ingiuste,
amiche, e la maniera di spiegarle,
so, con vostro dolor e con pietade
de la sventura mia, veduta avete.
Peggio è quel che s’aspetta,
s’ancor peggio
resta fra i mali umani o s’altro
ancora
può pensar alma cruda in danno
altrui.
E se la morte forse a me sì tarda,
pietà non n’è cagion, ma
crudeltade.
Breve pena è ’l mio danno di
vent’anni
a l’insaziabil voglia
di chi mi tiene in forza; e certo
m’ebbe
già per nemica un tempo, or m’ha
per scherzo.
Ma scherzo fie d’aspro leon, che
tiene
fra gli artigli cervietta;
ch’or la costringe al fianco, or
la rallenta
e la volge e rivolge, or due o tre
passi
sciolta la lascia e quinci a lei
s’aventa
e ratto la ghermisce: alfin la
squarcia
e di sangue empie le voraci canne.
Non si fermerà prima
il vario raggirar di questa ruota
sul duro campo, ove la mia nemica
mi fa continua guerra,
che ’l mio sangue sarà tragico
inchiostro
a dolorose carte,
e l’altrui crudeltade
nel danno mio fie celebrata alfine
con orror e pietade.
CAMERIERA
Da l’incostanza del tuo vario stato
argomentar si deve in chi t’aggira
voglia indeterminata; e come
febbre
che varia il corso e ’n furor
vario assale,
rare volte è mortale,
così anco debbiamo,
ne l’aspra infermità de la tua
sorte,
sperar salute.
REINA
Io la salute spero,
non già qual tu la speri! Ma che
dici
de l’udite dimande? E che ne
stimi?
CAMERIERA
Crude son le dimande e sono ingiuste:
e qual occhio nol vede?
Ma chi chiama, non toglie,
e la risposta acerba è medicina
al dolor di chi ascolta acerbe
cose.
Or, quel ch’io penso e stimo,
è che la tua nemica ora si veggia
stretta da qualche rischio o per
tuo figlio
o per l’ispano re, e perciò tenta
quel che può trar da te, pria che
sforzata
ti disciolga e sprigioni.
REINA
Sprigionerammi, credo,
ma a l’alma prima fia
tolta la prigionia.
CAMERIERA
Misera me, con quai duri presagi
mi tormenti la mente! Il tuo
temere
nulla val, se no al danno, o mia
reina.
A te si chiede la corona e ’l
legno,
che s’impieghi nel figlio; de la
vita
si tace, o se minaccia audace
lingua
di ministro crudel, talvolta
scorre
l’arroganza servile ove non giunge
il signoril impero; e già conosci
chi venne, chi parlò: fortuna vile
inalzata è superba ed insolente.
Più dirò, mia reina,
e dirò veramente
quel che l’anima sente.
Queste udite novelle,
le quali esser denno
in qualche parte vere, il lungo
corso
dei nostri mali, il variar del
cielo,
che pur anco per noi debbe
girarsi,
queste dimande poi, fatte a tal
tempo,
al tempo, dico, che sappiam
ch’armato
è ’l nostro re, e quel di Spagna
forse,
contro la cruda ria che
c’imprigiona,
ai miei languidi spirti, a l’egro
sangue
di questo cor vinto da danni e
anni
spiran vigor che mi rinforza
l’alma.
E spero e credo, e imagino soavi
e dilettosi tempi; e già mi fingo
ne la camera tua, reina mia,
chiamar or conti, or duci, ed essi
uscirne
lieti d’alte speranze e di
mercedi.
Quinci anco te parmi veder assisa
in alto seggio ornato a gemme e
oro,
cui faccian genti armate ampia
corona,
e da un lato, vaghissima, la
schiera
di damigelle e donne in varia
mostra,
per abito ricchissime e per forma;
da l’altra, in grave e maestevol
riga,
intenti ai cenni tuoi, uomini
eccelsi
da la fronte spirar senno e
consiglio;
e te benigna ora ricever liete
gratulazioni e offerte da reali
messaggier, quinci e quindi a te
condotti
per lunghissime vie da varii lidi,
or ascoltar del popol tuo fedele,
di nobili e plebei, richieste
umili,
e graziosa te conceder parte,
parte negar, seguendo il dritto e
’l giusto
de le dimande lor; ma dolce sempre
concedendo e negando. Oh, se
questi occhi,
anzi ch’ombra mortal li acciechi o
copra,
giungon mai a veder quel ch’io ne
spero:
soavissimi tempi, ore felici!
Felicissima me, serbata ancora,
col grave incarco d’anni egri e
infermi
a servitù sì cara, a sì dolci
opre,
a veder benignissima reina,
reina da me amata al par de
l’alma,
fatta di prigioniera e infelice
signora e donna fortunata e
grande!
Splenda ancor una volta, un
giorno, il sole
al fortunato ben, ch’or fingo e
formo,
e chiuda morte poi rapida o lenta
i languidi occhi in sempiterna
notte;
ché soave fie ’l sonno e caro
letto
il feretro e ’l sepolcro.
CORO
Dolci campi di Scozia e piagge
care
de la mia patria amata,
col presagio soave e con la speme
d’anima saggia, accorta,
cui raro falle antivedenza vera,
anch’io vedervi spero!
Spero veder ancor Cluda e Fortea
trar l’acque a l’oceàn più che mai
chiare,
e mescer d’oro le minute arene.
Vedrò il sassoso e duro Cheviota
a freddo Borea, quasi ad aura
estiva
di tepid’Austro o Noto,
ornar l’orrida chioma
di sconosciuta palma
e d’insolita oliva.
Torneranno le perle
a le neglette mie squallide
chiome,
e variando vesta,
or candido ornerammi,
or verde, or giallo, or perso,
or purpureo colore.
Seguirò vaga la reina mia
ai sacri tempi, ai vaporanti
altari
di caro arabo odore.
E vedrò in ampia e frequentata via
chi m’inchini e m’onori.
Mirerò rimirata;
ma fie vario lo sguardo:
cupido in altri forse,
e ’n me semplice fie.
Tesserommi ghirlanda al dolce
suono
di voce innammorata,
che cantando m’adombri i suoi
desiri,
e a me fien dolce riso
misti fra ’l canto i languidi
sospiri.
Ma ciò sia nulla, e sol mi si
conceda
versar acque odorate
da vasi aurei gemmati
a le mani reali,
e ’l cibo trarre a la reina mia
chiuso in lucido argento,
e di varia vivanda
secar a regia mensa
le parti più soavi:
ella le accetti e prenda
dolce, grave e ridente,
da mano riverente.
REINA
Deh, quai cose ti fingi, e quali
agogni!
Tal nel sonno vaneggia
mendico, a cui colma appresenti il
sogno
mensa di gemme e d’oro.
Ma concedasi ad alma travagliata
da verissimi affanni
sollevarsi con l’ombre
di dilettosi inganni.
Spera pur, fingi, amica:
s’altro dar non ti posso in tua
mercede.
fingerò quel che fingi,
crederò quel che credi;
ma nel vero avenire
solo la gloria sia
del mio Signor, non mia.
CORO
Il disusato riso, che s’è aperto
ne la tua cara bocca
or, al formar di tai dolci parole,
quanto soavemente
a me l’anima ha tocca!
E quasi peregrin, che ’n su la
sera
miri nembo piovoso diradarsi,
onde si scopre imagine di sole,
promettendosi bella e chiara
aurora,
al camin si rincora;
tal io tra fosche e nubilose cure,
del tuo riso al sereno
premo men grave la penosa via
de l’aspra prigionia,
discoprendomi il riso
cara imagine e grata
di libertade amata.
REINA
Pasciamci pur d’imaginate larve!
CAMERIERA
Mira, di là sen torna a lunghi passi
il servo ch’a noi venne ha poco
d’ora:
che sarà? Che dirà? Liete novelle
già ci ha portato, e or con altre
forse
lietissime ritorna. La fortuna
suol raddoppiar gli effetti, e
rare volte
si ferma nel primiero, o buono o
reo.
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