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Federico Della Valle
La Reina di Scozia

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  • ATTO QUARTO
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SCENA TERZA

 

C. di PEMBROCIA, REINA, CAMERIERA,

C. di COMBERLANDA e CORO.

 

C. di PEMBROCIA

 Come ci aggiri, o Ciel, come travolvi

queste cose mortali! In quale stato

ti riveggio or, o donna! In qual ti vidi

ha già moltanni!

 

REINA

E questo esempio sia

a chi vive, a chi regna; e miri quanto

sia sdrucciolo il terreno, ove s’imprime

l’orma del piede umano: è mobil cerchio

la vita che corriamo, ove ci aggira

mano or placida or dura, or alto or basso.

 

C. di PEMBROCIA

 Di quel che dici, tal imagin veggio,

che non più vivo può mostrarsi il vivo.

 

REINA

Grazie a chi ’l fa; perdono a chi n’ha colpa

e a chi ’l mal supporta.

 

C. di PEMBROCIA

Per te sola

parli, poiché tu sola il mal supporti

e sola n’hai la colpa.

 

REINA

Oh, così sia;

non sia di duo l’error, e sia la pena

di sol una. Ma ’l fallo si divide

e n’ha parte maggior chi men devria!

Errai, confesso, e mille colpe e mille

aggravan l’alma, ma chi me condanna,

non è innocente forse.

 

C. di PEMBROCIA

È giusta e pia!

 

REINA

In me si vede: io testimonio sono

e son giudice e reo!

 

C. di PEMBROCIA

Così mi pesa

dirti ch’anco sei tu la condennata.

 

REINA

Già di moltannil son: purtroppo il sento.

 

C. di PEMBROCIA

 Dove cresce l’error, cresca la pena.

 

REINA

È giusta la sentenza, io la confermo.

 

C. di PEMBROCIA

 Fallo ostinato è doppio, e doppio aggrava.

 

REINA

E cresce quanto ostinazion s’invecchia.

 

C. di PEMBROCIA

 Così in te crebbe, o donna, a cui moltanni

durissimi a portarsi e prigion lunga

non han potuto l’indurata mente

o smover o piegar; anzi ostinata

più neghi, allorché più conceder déi.

 

REINA

Nulla nego io, che consentir si possa

da mente giusta e pia.

 

C. di PEMBROCIA

Ma contradici

a dimanda real d’alta reina,

cui sconviensi negar, non quel che chiede,

ma quel che accenna o pensa.

 

REINA

Ove la real voce ha giusto impero

questa legge s’osservi e s’ubidisca.

Chi nacque re commandi e sol soggiaccia

a le leggi e al dritto.

 

C. di PEMBROCIA

Io servo chiamo

chi è in altrui poter e di se stesso

sol può quel ch’altri vuole.

 

REINA

Anzi, chi vuole

quel che non deve è servo: anima torta

è catenata e schiava. E la corona

porta re ingiusto in capo; al collo, ai piedi

ha catena, ha capestro.

 

C. di PEMBROCIA

E pur ha forza

d’assolvere e punir com’a lui pare.

 

REINA

Tal ha forza anco masnadiero in selva,

che puote armato tôrre e manto e vita

al maggior re, se disarmato e solo

ne le sue insidie cade.

 

C. di PEMBROCIA

 Ma non si chiami ingiusto chi ’l consiglio

d’uomini giusti adopra, anzi che scioglia

al giudizio la voce.

 

REINA

Io tal nol chiamo.

 

C. di PEMBROCIA

 Non chiamerai dunque la mia reina

ingiusta.

 

REINA

Io nulla dico, ma risponda

per me questa prigione ove son chiusa.

 

C. di PEMBROCIA

 E perché non risponda lungamente

noi ten veniamo a sciôr.

 

REINA

N’è tempo omai,

e grazie a voi, che qui giusti venite

ministri a sì giustopra!

 

C. di PEMBROCIA

Ecco la fede

di quella autorità ch’a noi è data

di poter essequir quanto ti dico.

Questo è regio sigillo e queste note,

le riconosci, son de la reina,

formate di sua mano.

 

REINA

E l’uno e l’altro

riconosco: già molte n’ho veduto.

 

C. di PEMBROCIA

 Or spiega tutto e leggi.

 

CORO

O cara carta

che libertà ci apporti!... Ma si turba

la reina leggendo e impallidisce...

 

REINA

Disusata allegrezza

turba come dolore. Ma tacete,

infin ch’io tutto legga: è caro e dolce

il principio, e se tal è ’l mezzo e ’l fine,

libere sarem tosto.

 

CAMERIERA

O Cielo, o Dio,

grazie di grazia tanta!

 

C. di COMBERLANDA

 Anzi, perché si tolga a te la noia,

che leggendo aver puoi, senti e ascolta

in brevissime note

la via di liberarti: è dura via,

ma pur utile e dritta. — Si discioglia

dal collo quella testa, e l’alma voli

poi dove deve, e ’n libertà sen vada,

ché ciò le si concede. —

 

REINA

Da tal mano

tal colpo s’aspettava.

Togli le carte tue: mente infedele

le scrisse; non più stian in man fedele!

 

CORO

Ohimé, ohimé, che veggio!

 

REINA

Ben par che vaga e ingorda

è de l’umano sangue

chi te manda e qui scrive,

poiché non basta a l’avida sua sete

il sangue pio di tanti e tanti occisi,

(con qual giustizia, in ciel giudichi Dio!)

ché ’l sangue anco a me chiama,

a me, che sangue sono

del sangue ond’ella nacque!

 

CORO

Ahi, dura voce!

Di che sangue si parla?

 

REINA

Che fec’io, che diss’io,

perché s’aprisse il varco

a tanta crudeltade?

 

C. di COMBERLANDA

Altro conviensi

or, ch’incolpar altrui o che dolersi.

 

REINA

Morir conviene, il veggio!

Ma non si torrà almeno

il dir che chi m’occide

empiamente m’occide.

 

CORO

Misera, quai parole

sento! O reina mia,

chi morirà, chi occide?

 

REINA

Io, io sarò l’occisa,

o figlie! E micidiale

de la vostra reina

è la donna crudele,

di cui son giusta erede!

 

CAMERIERA

 Occisa te, mia donna,

te, mia reina e vita?

occisa te? Misera me, che dici?

 

REINA

Questa testa si chiede,

e dove già mi cinse aureo monile

passerà il ferro acuto.

Tale strada s’insegna

a la mia libertade!

 

CORO

Passi per questo cor, per questa gola,

e dal collo disciolta

sia la mia testa, dono

di chi testa dimanda!

 

C. di COMBERLANDA

 Vada la pena onde la colpa venne.

 

REINA

Da me la colpa venne;

colpa di creder troppo

a chi meno devea!

Ma pur creder devea donna a donna,

e reina a reina,

a la zia la nipote.

 

C. di COMBERLANDA

 Vane son le parole,

ove necessità costringe a l’opra:

l’ora, che lamentando

spendi e incolpando altrui,

in ufficio più utile consuma.

Pensa a quel che conviene

per l’altra vita; ché di questa breve

poco spazio t’avanza.

 

REINA

O consiglio pietoso

di consiglier crudele!

Ma sì poc’ora resta

a la misera vita,

ch’anco non abbia tempo a voglia mia

di pianger la mia morte?

 

C. di COMBERLANDA

 Questo sol, che tu miri

precipitando già cader nel mare,

sarà l’ultimo sole

che veggian gli occhi tuoi.

 

CORO

O fiera crudeltade,

o crudeltà di tigre,

cui giungere a ferire

e ferir e occidere è un sol punto,

e ’n un punto confonde

con la vita la morte!

 

REINA

Già lungo spazio, veggio

pender sul capo mio l’acuta punta

di così ingiusto ferro.

E quasi peregrin, ch’al far de l’alba

si consigli lasciar notturno albergo,

fra le tenebre ancor s’adatta e veste

il duro piede e a l’incurve spalle

impone il picciol fascio, ove ravolte

porta le sue fortune, indi, ripresa

la sua compagna verga, solo attende

che s’apra l’oriente; tale anch’io

ne la notte acerbissima e indegna

de le sventure mie, solo aspettando

al mio estremo camin l’ora prescritta,

di sofferenza l’anima vestita,

e posto il fascio dei miei gravi errori

sovra gli omeri amici di Chi volse

sopra sé tôrlo, con la verga forte

de la speranza nata in mezzo al mare

d’infinita pietade, apparecchiato

ho ’l piede al duro passo che m’ascrivi.

Ma perché orrido è troppo e dubbio ’l varco

e più falle chi più vi si assicura,

qualche spazio maggior chiamo al viaggio.

Non s’allunghi la vita, ma s’allunghi

il tempo di pensar come son vissa

o come ho da morire.

Lieve grazia dimando, e nulla toglie

a chi darla mi può: piangan questi occhi

un altro sole ancor le colpe mie,

e la testa infelice, che mi chiami,

sia poi mercé de la mercé ch’io chiamo.

 

C. di COMBERLANDA

 Lungo spazio s’è dato e lungo rischio

ha corso testa de la tua più degna:

tolgasi omai del volto la vergogna

de l’alta mia reina,

che donna prigioniera

e misera e mendica

ardisca contra lei di tesser frodi

e perigli di vita.

 

REINA

Ahi, com’è vero

che cor ingiusto, in oltraggiando altrui,

a sé sicurtà toglie! Il proprio fallo,

credimi, fa temer la tua reina,

non arte o insidia mia.

 

C. di COMBERLANDA

Ancor ardisci

di gettar biasmi, ove tu devi onori?

Vanne tosto entro, e vedrai tosto

se ’l fallo è altrui o tuo!

 

CORO

Ahi, empia mano,

così sospingi e premi

real persona, e vivi? Soccorriamla,

vendichiamla, sorelle, o moriam seco!

 

REINA

Amiche mie, il soccorso

e la vendetta sia pregar perdono

a lui, ch’ora m’offende,

e a me, che son offesa.

Quetisil vostro cor; e se ’l mi deste

un tempo ubidiente,

dàtelmi or, vi prego,

placido e sofferente.

Io me ne vo a morir, io vo a finire

l’aspra miseria mia;

men vo contenta e lieta,

se non quanto vi lascio

vergini abbandonate, e in man a cui

no ’l so, né so che fie poscia di voi,

poi che v’avrò lasciate.

Accettivi quel Dio che tutti accetta:

Ei vi sia guida e schermo:

di ciò umilmente e caldamente il prego,

fra le preghiere estreme.

 

CAMERIERA

 Ove ne vai, reina?

Ove ne vai, mia vita? Ove mi lasci?

Me, che sempre fui teco

nel corso de la vita,

dunque or senza te lasci

nel passo de la morte?

Crescesti in queste braccia, in queste braccia

morrai, s’hai da morire;

né di qui ti trarrà se non il ferro.

Il ferro, che crudele

s’apparecchia al tuo danno, ohimé, ohimé,

quel ferro me trafigga e me recida

in mille squarci e mille,

pria che da te mi svella!

 

REINA

Madre, assai lungamente m’hai mostrato

che tu m’ami, e tal fede io n’ebbi sempre;

e m’è stato il tuo amore

caro e utile un tempo:

or m’è caro e dannoso, poiché veggio

ch’ho da darten mercede

di pianto e di dolore.

Perdonami, e ricevi

quel che mi per darti

miserissima sorte.

Non m’accrescer più male;

non veggian gli occhi miei nei guardi estremi

dolorosa vista,

che tu divelta a forza

dal corpo, ch’or abbracci e ’n vano stringi,

caggia a terra, e la chioma

canuta e riverenda si disperga

sul venerabil volto!

Assai hai fatto, assai

hai amato, hai servito:

lasciami ch’io men vada

ove ’l mio Dio commanda,

e solo aggiungi a questa guancia mia

la cara guancia tua.

Ciò ricevi per segno

ch’io gradisco il volere:

questo sia ’l dono estremo

a te d’una tua amica,

a me d’una sorella.

 

CAMERIERA

 Ciò ti darò ben tosto,

ma morrò poscia teco, o mia reina:

così vogl’io! Se tu no ’l vuoi, perdona.

Ahi guancia! Ahi guancia cara!

Quanto lieta t’amai,

quanto fedel t’ornai,

quanto mesta or ti bacio! Ahi, ahi, ahimé!

 

REINA

Or mi lascia e mi segui, se seguirmi

ti concede chi forza ha sovra noi.

Seguimi al duro passo

e con prieghi m’aita.

Nulla più puoi tu darmi

che più mi vaglia o giovi. O cielo, o sole,

non vi vedrò più mai

da prigion infelice!

 

CAMERIERA

 Seguirò, mia reina;

e che poss’io più far, che più mi piaccia?

Seguiran questi piedi i passi tuoi

sin a la morte, e poi

seguirà l’alma tua l’anima mia,

sciolta da queste carni.

 

CORO

E noi non seguiremo?

Rimarrem vive noi,

se muor il nostro core,

se muor la mia reina?

Andiam, moriam con lei!

 

C. di COMBERLANDA

 Ferminsi queste donne! E tu, soldato,

vieta loro l’entrata.

 

REINA

O figlie, a Dio,

a rivederci altrove,

in più libera stanza e più serena,

a rivederci in Cielo!

 

CORO

Crudel, perché ci togli

poter veder morire,

anzi morir con chi ci tenne in vita,

mentre ci restò vita?

 





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