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| Federico Della Valle La Reina di Scozia IntraText CT - Lettura del testo |
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C. di PEMBROCIA, REINA, CAMERIERA, C. di COMBERLANDA e CORO.
Come ci aggiri, o Ciel, come travolvi queste cose mortali! In quale stato ti riveggio or, o donna! In qual ti vidi
E questo esempio sia a chi vive, a chi regna; e miri quanto sia sdrucciolo il terreno, ove s’imprime l’orma del piede umano: è mobil cerchio la vita che corriamo, ove ci aggira mano or placida or dura, or alto or basso.
Di quel che dici, tal imagin veggio, che non più vivo può mostrarsi il vivo.
Grazie a chi ’l fa; perdono a chi n’ha colpa
Per te sola parli, poiché tu sola il mal supporti
Oh, così sia; non sia di duo l’error, e sia la pena di sol una. Ma ’l fallo si divide e n’ha parte maggior chi men devria! Errai, confesso, e mille colpe e mille aggravan l’alma, ma chi me condanna, non è innocente forse.
In me si vede: io testimonio sono
Così mi pesa dirti ch’anco sei tu la condennata.
Già di molt’anni ’l son: purtroppo il sento.
Dove cresce l’error, cresca la pena.
È giusta la sentenza, io la confermo.
Fallo ostinato è doppio, e doppio aggrava.
E cresce quanto ostinazion s’invecchia.
Così in te crebbe, o donna, a cui molt’anni durissimi a portarsi e prigion lunga non han potuto l’indurata mente o smover o piegar; anzi ostinata più neghi, allorché più conceder déi.
Nulla nego io, che consentir si possa
Ma contradici cui sconviensi negar, non quel che chiede,
Ove la real voce ha giusto impero questa legge s’osservi e s’ubidisca. Chi nacque re commandi e sol soggiaccia
chi è in altrui poter e di se stesso sol può quel ch’altri vuole.
Anzi, chi vuole quel che non deve è servo: anima torta è catenata e schiava. E la corona porta re ingiusto in capo; al collo, ai piedi
E pur ha forza d’assolvere e punir com’a lui pare.
Tal ha forza anco masnadiero in selva, che puote armato tôrre e manto e vita al maggior re, se disarmato e solo
Ma non si chiami ingiusto chi ’l consiglio d’uomini giusti adopra, anzi che scioglia
Io tal nol chiamo.
Non chiamerai dunque la mia reina
per me questa prigione ove son chiusa.
E perché non risponda lungamente
N’è tempo omai, e grazie a voi, che qui giusti venite
Ecco la fede di quella autorità ch’a noi è data di poter essequir quanto ti dico. Questo è regio sigillo e queste note, le riconosci, son de la reina,
E l’uno e l’altro riconosco: già molte n’ho veduto.
che libertà ci apporti!... Ma si turba la reina leggendo e impallidisce...
infin ch’io tutto legga: è caro e dolce il principio, e se tal è ’l mezzo e ’l fine,
C. di COMBERLANDA Anzi, perché si tolga a te la noia, che leggendo aver puoi, senti e ascolta in brevissime note la via di liberarti: è dura via, ma pur utile e dritta. — Si discioglia dal collo quella testa, e l’alma voli poi dove deve, e ’n libertà sen vada, ché ciò le si concede. —
Da tal mano Togli le carte tue: mente infedele le scrisse; non più stian in man fedele!
poiché non basta a l’avida sua sete il sangue pio di tanti e tanti occisi, (con qual giustizia, in ciel giudichi Dio!) ché ’l sangue anco a me chiama, a me, che sangue sono
a tanta crudeltade?
C. di COMBERLANDA Altro conviensi or, ch’incolpar altrui o che dolersi.
Ma non si torrà almeno empiamente m’occide.
Io, io sarò l’occisa, de la vostra reina
occisa te? Misera me, che dici?
e dove già mi cinse aureo monile a la mia libertade!
Passi per questo cor, per questa gola, e dal collo disciolta
C. di COMBERLANDA Vada la pena onde la colpa venne.
Da me la colpa venne; a chi meno devea! Ma pur creder devea donna a donna,
C. di COMBERLANDA ove necessità costringe a l’opra: l’ora, che lamentando spendi e incolpando altrui, per l’altra vita; ché di questa breve
di consiglier crudele! ch’anco non abbia tempo a voglia mia
C. di COMBERLANDA precipitando già cader nel mare,
O fiera crudeltade, e ferir e occidere è un sol punto,
pender sul capo mio l’acuta punta E quasi peregrin, ch’al far de l’alba si consigli lasciar notturno albergo, fra le tenebre ancor s’adatta e veste il duro piede e a l’incurve spalle impone il picciol fascio, ove ravolte porta le sue fortune, indi, ripresa la sua compagna verga, solo attende che s’apra l’oriente; tale anch’io ne la notte acerbissima e indegna de le sventure mie, solo aspettando al mio estremo camin l’ora prescritta, di sofferenza l’anima vestita, e posto il fascio dei miei gravi errori sovra gli omeri amici di Chi volse sopra sé tôrlo, con la verga forte de la speranza nata in mezzo al mare d’infinita pietade, apparecchiato ho ’l piede al duro passo che m’ascrivi. Ma perché orrido è troppo e dubbio ’l varco e più falle chi più vi si assicura, qualche spazio maggior chiamo al viaggio. Non s’allunghi la vita, ma s’allunghi il tempo di pensar come son vissa o come ho da morire. Lieve grazia dimando, e nulla toglie a chi darla mi può: piangan questi occhi un altro sole ancor le colpe mie, e la testa infelice, che mi chiami, sia poi mercé de la mercé ch’io chiamo.
C. di COMBERLANDA Lungo spazio s’è dato e lungo rischio ha corso testa de la tua più degna: tolgasi omai del volto la vergogna che donna prigioniera ardisca contra lei di tesser frodi
Ahi, com’è vero che cor ingiusto, in oltraggiando altrui, a sé sicurtà toglie! Il proprio fallo, credimi, fa temer la tua reina,
C. di COMBERLANDA Ancor ardisci di gettar biasmi, ove tu devi onori? Vanne tosto là entro, e vedrai tosto
real persona, e vivi? Soccorriamla, vendichiamla, sorelle, o moriam seco!
e la vendetta sia pregar perdono e a me, che son offesa. Quetisi ’l vostro cor; e se ’l mi deste Io me ne vo a morir, io vo a finire se non quanto vi lascio vergini abbandonate, e in man a cui no ’l so, né so che fie poscia di voi, poi che v’avrò lasciate. Accettivi quel Dio che tutti accetta: di ciò umilmente e caldamente il prego,
Ove ne vai, mia vita? Ove mi lasci? Me, che sempre fui teco dunque or senza te lasci Crescesti in queste braccia, in queste braccia né di qui ti trarrà se non il ferro. s’apparecchia al tuo danno, ohimé, ohimé, quel ferro me trafigga e me recida in mille squarci e mille,
Madre, assai lungamente m’hai mostrato che tu m’ami, e tal fede io n’ebbi sempre; or m’è caro e dannoso, poiché veggio non veggian gli occhi miei nei guardi estremi dal corpo, ch’or abbracci e ’n vano stringi, canuta e riverenda si disperga Assai hai fatto, assai e solo aggiungi a questa guancia mia a te d’una tua amica, a me d’una sorella.
ma morrò poscia teco, o mia reina: così vogl’io! Se tu no ’l vuoi, perdona. Ahi guancia! Ahi guancia cara! quanto mesta or ti bacio! Ahi, ahi, ahimé!
Or mi lascia e mi segui, se seguirmi ti concede chi forza ha sovra noi. Nulla più puoi tu darmi che più mi vaglia o giovi. O cielo, o sole, non vi vedrò più mai
e che poss’io più far, che più mi piaccia? Seguiran questi piedi i passi tuoi sin a la morte, e poi seguirà l’alma tua l’anima mia,
E noi non seguiremo?
C. di COMBERLANDA Ferminsi queste donne! E tu, soldato,
a rivederci altrove, in più libera stanza e più serena,
anzi morir con chi ci tenne in vita,
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