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| Federico Della Valle La Reina di Scozia IntraText CT - Lettura del testo |
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MAGGIORDUOMO, CAMERIERA e CORO.
de la reina mia! Crudel io, se pietà non ha potuto crudo il Ciel, che tant’anni m’ha serbato
testimonio vedrai che ben sentiamo
Ma tanto meno senti, quanto hai veduto meno.
Dolor sent’io, quanto sentir può un core; veduto mal, dipingimi parlando Son le parole imagin de le cose, e ne l’imagin forse sentirò quel che tu nel ver sentisti.
d’ogni mia voglia.
E l’uno e l’altro A chi non è più nulla.
Anzi, sei nostra guida, e sei nostra reina.
le membra abbandonate!
Deh, che mi puoi tu dire,
da chi solea già commandarti viva:
Ahi, cara pregatrice, dove sei, dove andasti? Ch’io ti segua, ch’io venga Verrò, verrò, reina,
Appoggiata al mio braccio, come partir di qui vista l’avete, con la sinistra mano, anzi con tutte le membra, che da sé si reggean male, salito ha lunga scala. E in salendo, con bassa voce, ma con alto affetto pregava e invocava il Padre e ’l Figlio, lor rimembrando la pietà infinita, la bontà eterna, il sangue e l’aspra morte che fu Vergine Sempre. Indi salita a la sala crudel, veduto ha incontro orribile apparecchio: alto s’ergeva per non so quanti gradi, intorno cinto e coperto di panni oscuri e neri, un catafalco, e ’n mezzo a duo gran faci pendea da sottil corda, infra due legni ampio ferro lucente. Èssi fermata alquanto a rimirar; indi, rivolta a me, che non avea spirto né sangue e la reggea tremante: — Eccoti — ha detto — la real pompa e ’l seggio di reina di duo gran regni a un tempo. Così piace, amico, a Chi creommi, e così sia. Andiamcene a sedervi. Tu rinforza nel tuo dolor con la mia voglia, e l’alma coi preghi aita e con le braccia il peso di queste membra languide e cadenti. — Così dicendo, andava, e giunta al piede del crudo tribunal, non potend’io più sostenerla: — Qui ti ferma, — ha detto — — s’anco tu m’abbandoni, i pochi passi ancora d’una reina tua. per me, che vo a lasciar ora la vita: per te mi pesa e per molti altri, a cui bramava altra mercé che doglie e danni, ch’io veggio apparecchiarsi. Quelle figlie, la cameriera mia, mi stanno al core. e a la cameriera che per quanto m’amò, per quanto cara ebbe la sua reina, ebbe la sua Maria, da me, cui più toccava il non abbandonarle. Ella sia lor consiglio, se restan prigioniere; di ciò la prego con gli spirti estremi. Ricordevoli siate di me nei vostri prieghi. — di sen s’è tratta questa lettra. — Questa — ha detto — darai tu, se mai là giungi, al mio figlio, al mio sangue, molto amato e ben poco goduto. Ad altro tempo la potrai legger poi; leggala teco la cameriera e sia veduta ancora da le mie damigelle. Restin esse sodisfatte di me, con l’opra ch’io potuto ho far per loro. —
Sentiamo ragionar dopo la morte chi così dolce ci parlava in vita. come vi conosch’io, come vi veggio, Leggi tu, ch’io non posso,
tanto s’empion di lagrime questi occhi, sian queste note invece di parole e vaglia questa carta per la mano che ti darei sì volentier morendo. Com’io mora il saprai, e chi m’occida; ch’io moro consolata, poiché veggio esser questa la voglia di non poter vederti e di lasciarti giovane troppo d’anni e ’n regno infido; ma tu rinforza l’alma e ti rimembri I preghi e l’umiltade inanzi a Dio ti varran per consiglio e saran forza Perdona a chi m’offende: ciò ti chieggio per le viscere mie, per quella mamma, né la chiede quel sangue ch’ora spargo ma peccatrice troppo inanzi al Cielo. La famigliuola mia, che meco dura in sì lunghe miserie e ’n tanti affanni, s’a te mai torna, tu l’accogli e sia loro albergo il tuo albergo, e ti sovenga che fida servitù chiama mercede e ’l travaglio riposo. Lungamente visser di ben digiuni, anzi di cibo: la tua mano or adempia e l’uno e l’altro, e adempia realmente. Le mie figlie, ché tali son queste che restan meco nobili damigelle, a te commetto, come mie carni e sangue. Tu provvedi a la verginitade, ai gradi, ai merti, a la nobiltà loro: abbian mariti i primi del tuo regno; e prendi cura di lor, qual di sorelle e come uscite da me, che son tua madre. —
di reina dolcissima e amata, come inacerbi in me, lassa, l’affanno, con mostrarmi materno e caro affetto
— La cameriera mia, cui sol rimane ti raccomando, o figlio, anzi ti lascio invece di me stessa. Tu l’onora, e possa nel tuo cuor quel ch’io potrei, pregando e supplicando; questo basti, per mostrar quel ch’io bramo: tu dichiara più assai di quel ch’io dico. Scriverei vie più, se più potessi, per ragionar più lungamente teco, Di scriver lascio e me ne vo a morire; vivi e regna felice, e per me prega. con questo poco spirto che gli resta; e questa man ti benedice e chiede o sepolte non lasci in terra altrui, quest’ossa onde sei parte: a te ritorni tua madre estinta, se non può vivendo. Questo sia ’l prego estremo, il qual sen viene col bacio estremo a quella fronte cara
chi tanto per me volse, Ma dimmi: che più fece? questa vecchia quant’ella fe’ vivendo; Nulla, nulla si taccia
Dirò quanto potrò, per compiacerti Ma già ’l dolor mi vince rimembrando; or che sarà parlando? lagrimoso e tremante, ed ella ha fatto forza sopra il mio braccio per salire il primo grado de l’orribil scena, dove a pena ha potuto alzar il piede. Così l’han presa duo più a me vicini, e appoggiata a lor, senz’altro dire, è giunta al sommo, con piè grave e infermo, ma con fronte alta e lieta. Ivi condotta, lascia i ministri aiutatori e volge in dolce e maestevole maniera il real volto a’ molti, ond’era colma la scelerata stanza; e di bisbiglio l’empiean, qual di sospiri e qual di riso, qual di parole dolorose e triste. Rivolta e ferma alquanto, alza la destra: di voler dir accenna. Tosto sorge silenzio orrido e mesto, e vuota sembra la sala. Ella, traendo dal profondo del sen gli spirti, con soave voce incomincia quel ch’io ridir non posso, né ’l cor basta a dar moto a questa lingua.
per quelle che dirai.
Ahi, ch’io non ho più vita, se non quanto mi basta che purtroppo mi stan fisse ne l’alma, per trafiggerla ognora!
questa conserva tua, questa compagna
— Credo, — ha detto la cara mia reina, — — credo — ha detto — che qui fra tanti e tanti, alcun v’avrà, che con pietà risguardi la tragedia crudel de la mia vita e lo stato terribile e indegno, ov’io sono condotta; ov’è condotta una donna innocente, una reina e di Scozia e di Francia, e giusta erede d’Inghilterra, ov’io moro. A ciò m’han tratta la poca fede altrui e la mia molta credulità; se credula può dirsi e nepote, che crede ad una zia non offesa giamai, ma sempre amata non ha la fé luogo sicuro in terra, poi ch’a me manca quella fé in quel petto ch’a me sì ferma la promise. Pure, il ridirlo che giova? O pur, che giova il dolersi nel punto ov’io mi trovo, in cui convien morir? Iddio pietoso a chi offende perdoni e a l’offesa, la qual son io. Ma quanto giustamente, le colpe udite e giudicatel voi. Mi fa dar morte la reina vostra, perch’io, dice, ho tentato e arti e modi di privarla di vita e perch’io poi ho fatto ogni opra per uscir di dove ella chiusa mi tiene. Per quel passo orribile ed estremo, ove mi veggio, che fra poco ha da trarmi a udir il giusto Giudice de la vita e de la morte per aver gloria eterna o eterna pena, vi dico, amici, che la prima colpa è finta e falsa. Io nulla mai pensai de la sua morte, né giamai la volsi. L’altra colpa confesso, s’è pur colpa a cui giudice alcun non diede Iddio, se non se stesso, fatta prigioniera da chi men deve, di fuggir procura miserabil prigione e dura, quanto non potete stimar: se questa è colpa, io moro giustamente condennata. Ma giusta o ingiusta la mia morte sia, che giusta non è inver, io sodisfatta moro e contenta; poiché so che vera cagion de la mia morte è l’esser io fedele al mio Signor. La fé promessa ne l’acque sacre, ove ogni macchia lava Grazia celeste, pura e intiera serbo e somma autorità confesso in terra il Santo seggio, onde ’l roman Pastore e scioglie e lega e apre e chiude il Cielo. In questa fede vissi, in questa moro: ciò protesto e confermo, e ’l sangue mio bramo e m’è car che testimon ne sia. Così moro ben lieta. Voi, s’alcuno v’è pur fra voi, ch’abbia il medesmo senso, prego preghi per me, e ’n ogni luogo in ogni tempo testimonio renda ubidiente a quel ch’impera e insegna Roma sacrata e il Signor suo santo. Ed eccomi a morire. —
a sua gloria e a tua! La qual poich’è sicura, teco allegrarmi, teco, ahimé, devrei; di restar io qui senza te, mia duce,
in pensar ch’ella siede ora beata Giunta al fine di queste sue parole, fermata alquanto, è parsa inorridirsi; e fra l’orror gli occhi ha rivolti al cielo, sì fissi che parea che ’n ciel volesse figger anco se stessa. Alto sospiro è stato il fin del breve rapimento, e s’è mossa qual uom che ’l sonno lassi, la croce, che pur sempre ha ritenuto ne la man destra, con la manca mano ha cominciato a sciôrsi intorno al collo la vesta, e sciolta a ripiegarla indietro. Né potendolo far agevolmente da se medesma, il manigoldo fiero stesa ha la man, per aiutarla; ed ella: — Amico, ha detto, questo a te non tocca.
come ritieni in sul morir gli spirti
moglie, cred’io, d’alcun dei guardiani; a lei s’è volta, e con benigno modo, e con la bocca tinta anco di riso: — Sorella — ha detto — prendi tu la noia d’aiutarmi a morir; ripiega, prego, la vesta e ’l velo che la gola cinge, e dàlla nuda al ferro. — Lagrimosa s’è la femina mossa e riverente
Ahi collo, ahi gola, quante volte t’ornâr queste mie mani di bianchissime perle, e quante vidi il lor candor vinto dal tuo candore! Or t’ha tronco aspro ferro e tetro sangue
Indi con sol duo passi s’è accostata a la terribil falce, che ’n mirarla spirava orror, sì ampia e sì radente, e ginocchion s’è posta. La pietosa donna, traendo da la vesta un panno bianco, sottil, l’ha ripiegato in giro, e tremante e piangente sopra gli occhi gliel’ha annodato. E mentre il nodo stringe, la mia reina dice: — Grazie a Dio, ch’io trovo in Inghilterra chi m’aiti e chi m’abbia pietà! Ma tu, sorella, se t’è cara mercede o segno almeno d’animo grato in infelice donna, abbracciami, ti prego: ecco t’abbraccio per segno che m’è cara l’opra tua; e lasciami morir. — Così le ha cinto il collo caramente e l’ha baciata. Quinci, alzata la fronte inverso il cielo, s’è ferma alquanto, e umilmente poscia abbracciata la croce, il collo ha steso
Ahi, che si parte il cor imaginando!
in rimirarla tale, ha tronco tosto la corda onde pendeva il mortal ferro, il qual precipitando s’è sommerso ne le candide carni, in quel bel collo. Così, stese le membra da una parte e da l’altra la testa, ella è rimasa cadavero tremante, onde si sgorga per grosse canne il sangue; e s’è veduta la dolcissima bocca, riaprirsi e serrarsi, graziosa anco nei moti de la morte orrenda.
Ahi cielo! A qual dolor, lassa, mi serbi, se questo non m’occide?
o bellissima donna, o dolcissima e cara, Noi che farem? Dove n’andrem? Che fie di questa amara vita che ci avanza? ché giustissimo è ’l pianto di chi tante sventure insieme accoglie Ma, ahi, che veggio? Ohimiei, ecco l’insegna de la nostra sventura, de la nostra ruina! Mira là, da quattr’uomini portata coperta a panni oscuri. Ohimé, che questo, de la reina mia! ma caro è ’l mal, s’accresce il mal ch’io sento, Veggian questi occhi il sangue, se l’alma ha già sentito la ferita,
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