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| Federico Della Valle La Reina di Scozia IntraText CT - Lettura del testo |
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PROLOGO OMBRA Monte è ne l’aria, e il sostengon nembi, al cui penoso piè s’aggiran spirti; spirti, che stolti e lenti errando già fra voi, foglie cadenti, trassero i falli lor dal giorno a l’anno, senza sentirne affanno; alfin con un sospiro di consigliato senno falli e vita finiro: or piangono l’error e la tardanza in disperato duol, ma con speranza. Di gente tal, di region sì ignota è questa, ch’or udite e mal vedete, ombra o spirto o fantasma. Pur, qualunque io sia detto, certo fui alcun tempo un di voi, senonché mi distinse regia corona e manto, gravi a portarsi, ahi quanto! A me tributo diêr Senna e Garonna e lungo lido verso il ciel de l’Orse, con altro opposto, ov’acque morte amare il Rodano fan mare. Ma che giovò? Cesser tributi e scettri a poca terra oscura, chiamata sepoltura: orrida stanza, pur tanto ha di degno, che ’n lei riposan cheti mendicitate e regno, aspri contrari ai riposi mortali. In lei lasciai di me quel che si vide; l’invisibil portai e meco stassi, chiaro no, qual pria l’ebbi, ma tinto in ombra di terrene cure, fatte or lagrime dure. Amai donna reina, e fu l’amarla giusto, perché fu moglie e ossa mie: ma ’l dolor di lasciarla, come soverchio fu, così fu colpa. Di questa e d’altre or sento più viva la ferita, quanto, morto il mortale, ha più viva la vita. Tal erro e tal mi doglio, e talor miro dei mondani successi il variabil giro. Lasso, e il non veder fôra assai meglio, poscia che miro in loro d’ogni sciagura il peggio! Veggio la carne e l’ossa, che morendo io lasciai vive fra voi, lasciai regnanti con corone eccelse, or prigioniere, or serve, e, quel ch’è ’l sommo di lagrime e sventura, condursi al colpo estremo di ferro feritor infame, avezzo al sangue solo di malnati rei. In tanto eccesso, a chi parer dee strano che voce di pio amante si faccia udir a lamentarne il danno? Sorga pur di tomba anco il braccio morto a vendicarne il torto! Ma di là appar la sventurata donna, ahi, ahi dissimil quanto a quel ch’io la lasciai, a quel ch’io la sperai! Rimanesti, o mia carne, di regia pompa e d’aureo manto adorna: or ti cinge, mendica, miserabil gonna! Rimanesti a regnar, a regnar nata: or, qual serva, dannata da vent’anni di misero martìre, verrai tratta a morire! Deh, chi giunge a veder gli alti consigli, o chi scerner può ’l fine? Adorate e tremate, o d’Eva errante miserissimi figli!
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