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Federico Della Valle
La Reina di Scozia

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  • ATTO QUARTO
    • SCENA PRIMA
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ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

 

REINA, CAMERIERA e CORO

 

REINA

Udite avete le dimande ingiuste,

amiche, e la maniera di spiegarle,

so, con vostro dolor e con pietade

de la sventura mia, veduta avete.

Peggio è quel che s’aspetta, s’ancor peggio

resta fra i mali umani o s’altro ancora

può pensar alma cruda in danno altrui.

E se la morte forse a me sì tarda,

pietà non n’è cagion, ma crudeltade.

Breve pena è ’l mio danno di vent’anni

a l’insaziabil voglia

di chi mi tiene in forza; e certo m’ebbe

già per nemica un tempo, or m’ha per scherzo.

Ma scherzo fie d’aspro leon, che tiene

fra gli artigli cervietta;

ch’or la costringe al fianco, or la rallenta

e la volge e rivolge, or due o tre passi

sciolta la lascia e quinci a lei s’aventa

e ratto la ghermisce: alfin la squarcia

e di sangue empie le voraci canne.

Non si fermerà prima

il vario raggirar di questa ruota

sul duro campo, ove la mia nemica

mi fa continua guerra,

che ’l mio sangue sarà tragico inchiostro

a dolorose carte,

e l’altrui crudeltade

nel danno mio fie celebrata alfine

con orror e pietade.

 

CAMERIERA

 Da l’incostanza del tuo vario stato

argomentar si deve in chi t’aggira

voglia indeterminata; e come febbre

che varia il corso e ’n furor vario assale,

rare volte è mortale,

così anco debbiamo,

ne l’aspra infermità de la tua sorte,

sperar salute.

 

REINA

Io la salute spero,

non già qual tu la speri! Ma che dici

de l’udite dimande? E che ne stimi?

 

CAMERIERA

 Crude son le dimande e sono ingiuste:

e qual occhio nol vede?

Ma chi chiama, non toglie,

e la risposta acerba è medicina

al dolor di chi ascolta acerbe cose.

Or, quel ch’io penso e stimo,

è che la tua nemica ora si veggia

stretta da qualche rischio o per tuo figlio

o per l’ispano re, e perciò tenta

quel che può trar da te, pria che sforzata

ti disciolga e sprigioni.

 

REINA

Sprigionerammi, credo,

ma a l’alma prima fia

tolta la prigionia.

 

CAMERIERA

 Misera me, con quai duri presagi

mi tormenti la mente! Il tuo temere

nulla val, se no al danno, o mia reina.

A te si chiede la corona e ’l legno,

che s’impieghi nel figlio; de la vita

si tace, o se minaccia audace lingua

di ministro crudel, talvolta scorre

l’arroganza servile ove non giunge

il signoril impero; e già conosci

chi venne, chi parlò: fortuna vile

inalzata è superba ed insolente.

Più dirò, mia reina,

e dirò veramente

quel che l’anima sente.

Queste udite novelle,

le quali esser denno

in qualche parte vere, il lungo corso

dei nostri mali, il variar del cielo,

che pur anco per noi debbe girarsi,

queste dimande poi, fatte a tal tempo,

al tempo, dico, che sappiam ch’armato

è ’l nostro re, e quel di Spagna forse,

contro la cruda ria che c’imprigiona,

ai miei languidi spirti, a l’egro sangue

di questo cor vinto da danni e anni

spiran vigor che mi rinforza l’alma.

E spero e credo, e imagino soavi

e dilettosi tempi; e già mi fingo

ne la camera tua, reina mia,

chiamar or conti, or duci, ed essi uscirne

lieti d’alte speranze e di mercedi.

Quinci anco te parmi veder assisa

in alto seggio ornato a gemme e oro,

cui faccian genti armate ampia corona,

e da un lato, vaghissima, la schiera

di damigelle e donne in varia mostra,

per abito ricchissime e per forma;

da l’altra, in grave e maestevol riga,

intenti ai cenni tuoi, uomini eccelsi

da la fronte spirar senno e consiglio;

e te benigna ora ricever liete

gratulazioni e offerte da reali

messaggier, quinci e quindi a te condotti

per lunghissime vie da varii lidi,

or ascoltar del popol tuo fedele,

di nobili e plebei, richieste umili,

e graziosa te conceder parte,

parte negar, seguendo il dritto e ’l giusto

de le dimande lor; ma dolce sempre

concedendo e negando. Oh, se questi occhi,

anzi ch’ombra mortal li acciechi o copra,

giungon mai a veder quel ch’io ne spero:

soavissimi tempi, ore felici!

Felicissima me, serbata ancora,

col grave incarco d’anni egri e infermi

a servitù sì cara, a sì dolci opre,

a veder benignissima reina,

reina da me amata al par de l’alma,

fatta di prigioniera e infelice

signora e donna fortunata e grande!

Splenda ancor una volta, un giorno, il sole

al fortunato ben, ch’or fingo e formo,

e chiuda morte poi rapida o lenta

i languidi occhi in sempiterna notte;

ché soave fie ’l sonno e caro letto

il feretro e ’l sepolcro.

 

CORO

Dolci campi di Scozia e piagge care

de la mia patria amata,

col presagio soave e con la speme

d’anima saggia, accorta,

cui raro falle antivedenza vera,

anch’io vedervi spero!

Spero veder ancor Cluda e Fortea

trar l’acque a l’oceàn più che mai chiare,

e mescer d’oro le minute arene.

Vedrò il sassoso e duro Cheviota

a freddo Borea, quasi ad aura estiva

di tepid’Austro o Noto,

ornar l’orrida chioma

di sconosciuta palma

e d’insolita oliva.

Torneranno le perle

a le neglette mie squallide chiome,

e variando vesta,

or candido ornerammi,

or verde, or giallo, or perso,

or purpureo colore.

Seguirò vaga la reina mia

ai sacri tempi, ai vaporanti altari

di caro arabo odore.

E vedrò in ampia e frequentata via

chi m’inchini e m’onori.

Mirerò rimirata;

ma fie vario lo sguardo:

cupido in altri forse,

e ’n me semplice fie.

Tesserommi ghirlanda al dolce suono

di voce innammorata,

che cantando m’adombri i suoi desiri,

e a me fien dolce riso

misti fra ’l canto i languidi sospiri.

Ma ciò sia nulla, e sol mi si conceda

versar acque odorate

da vasi aurei gemmati

a le mani reali,

e ’l cibo trarre a la reina mia

chiuso in lucido argento,

e di varia vivanda

secar a regia mensa

le parti più soavi:

ella le accetti e prenda

dolce, grave e ridente,

da mano riverente.

 

REINA

Deh, quai cose ti fingi, e quali agogni!

Tal nel sonno vaneggia

mendico, a cui colma appresenti il sogno

mensa di gemme e d’oro.

Ma concedasi ad alma travagliata

da verissimi affanni

sollevarsi con l’ombre

di dilettosi inganni.

Spera pur, fingi, amica:

s’altro dar non ti posso in tua mercede.

fingerò quel che fingi,

crederò quel che credi;

ma nel vero avenire

solo la gloria sia

del mio Signor, non mia.

 

CORO

Il disusato riso, che s’è aperto

ne la tua cara bocca

or, al formar di tai dolci parole,

quanto soavemente

a me l’anima ha tocca!

E quasi peregrin, che ’n su la sera

miri nembo piovoso diradarsi,

onde si scopre imagine di sole,

promettendosi bella e chiara aurora,

al camin si rincora;

tal io tra fosche e nubilose cure,

del tuo riso al sereno

premo men grave la penosa via

de l’aspra prigionia,

discoprendomi il riso

cara imagine e grata

di libertade amata.

 

REINA

Pasciamci pur d’imaginate larve!

 

CAMERIERA

 Mira, di là sen torna a lunghi passi

il servo ch’a noi venne ha poco d’ora:

che sarà? Che dirà? Liete novelle

già ci ha portato, e or con altre forse

lietissime ritorna. La fortuna

suol raddoppiar gli effetti, e rare volte

si ferma nel primiero, o buono o reo.

 




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