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| Federico Della Valle La Reina di Scozia IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA TERZA
C. di PEMBROCIA, REINA, CAMERIERA, C. di COMBERLANDA e CORO.
C. di PEMBROCIA Come ci aggiri, o Ciel, come travolvi queste cose mortali! In quale stato ti riveggio or, o donna! In qual ti vidi ha già molt’anni!
REINA E questo esempio sia a chi vive, a chi regna; e miri quanto sia sdrucciolo il terreno, ove s’imprime l’orma del piede umano: è mobil cerchio la vita che corriamo, ove ci aggira mano or placida or dura, or alto or basso.
C. di PEMBROCIA Di quel che dici, tal imagin veggio, che non più vivo può mostrarsi il vivo.
REINA Grazie a chi ’l fa; perdono a chi n’ha colpa e a chi ’l mal supporta.
C. di PEMBROCIA Per te sola parli, poiché tu sola il mal supporti e sola n’hai la colpa.
REINA Oh, così sia; non sia di duo l’error, e sia la pena di sol una. Ma ’l fallo si divide e n’ha parte maggior chi men devria! Errai, confesso, e mille colpe e mille aggravan l’alma, ma chi me condanna, non è innocente forse.
C. di PEMBROCIA È giusta e pia!
REINA In me si vede: io testimonio sono e son giudice e reo!
C. di PEMBROCIA Così mi pesa dirti ch’anco sei tu la condennata.
REINA Già di molt’anni ’l son: purtroppo il sento.
C. di PEMBROCIA Dove cresce l’error, cresca la pena.
REINA È giusta la sentenza, io la confermo.
C. di PEMBROCIA Fallo ostinato è doppio, e doppio aggrava.
REINA E cresce quanto ostinazion s’invecchia.
C. di PEMBROCIA Così in te crebbe, o donna, a cui molt’anni durissimi a portarsi e prigion lunga non han potuto l’indurata mente o smover o piegar; anzi ostinata più neghi, allorché più conceder déi.
REINA Nulla nego io, che consentir si possa da mente giusta e pia.
C. di PEMBROCIA Ma contradici a dimanda real d’alta reina, cui sconviensi negar, non quel che chiede, ma quel che accenna o pensa.
REINA Ove la real voce ha giusto impero questa legge s’osservi e s’ubidisca. Chi nacque re commandi e sol soggiaccia a le leggi e al dritto.
C. di PEMBROCIA Io servo chiamo chi è in altrui poter e di se stesso sol può quel ch’altri vuole.
REINA Anzi, chi vuole quel che non deve è servo: anima torta è catenata e schiava. E la corona porta re ingiusto in capo; al collo, ai piedi ha catena, ha capestro.
C. di PEMBROCIA E pur ha forza d’assolvere e punir com’a lui pare.
REINA Tal ha forza anco masnadiero in selva, che puote armato tôrre e manto e vita al maggior re, se disarmato e solo ne le sue insidie cade.
C. di PEMBROCIA Ma non si chiami ingiusto chi ’l consiglio d’uomini giusti adopra, anzi che scioglia al giudizio la voce.
REINA Io tal nol chiamo.
C. di PEMBROCIA Non chiamerai dunque la mia reina ingiusta.
REINA Io nulla dico, ma risponda per me questa prigione ove son chiusa.
C. di PEMBROCIA E perché non risponda lungamente noi ten veniamo a sciôr.
REINA N’è tempo omai, e grazie a voi, che qui giusti venite ministri a sì giust’opra!
C. di PEMBROCIA Ecco la fede di quella autorità ch’a noi è data di poter essequir quanto ti dico. Questo è regio sigillo e queste note, le riconosci, son de la reina, formate di sua mano.
REINA E l’uno e l’altro riconosco: già molte n’ho veduto.
C. di PEMBROCIA Or spiega tutto e leggi.
CORO O cara carta che libertà ci apporti!... Ma si turba la reina leggendo e impallidisce...
REINA Disusata allegrezza turba come dolore. Ma tacete, infin ch’io tutto legga: è caro e dolce il principio, e se tal è ’l mezzo e ’l fine, libere sarem tosto.
CAMERIERA O Cielo, o Dio, grazie di grazia tanta!
C. di COMBERLANDA Anzi, perché si tolga a te la noia, che leggendo aver puoi, senti e ascolta in brevissime note la via di liberarti: è dura via, ma pur utile e dritta. — Si discioglia dal collo quella testa, e l’alma voli poi dove deve, e ’n libertà sen vada, ché ciò le si concede. —
REINA Da tal mano tal colpo s’aspettava. Togli le carte tue: mente infedele le scrisse; non più stian in man fedele!
CORO Ohimé, ohimé, che veggio!
REINA Ben par che vaga e ingorda è de l’umano sangue chi te manda e qui scrive, poiché non basta a l’avida sua sete il sangue pio di tanti e tanti occisi, (con qual giustizia, in ciel giudichi Dio!) ché ’l sangue anco a me chiama, a me, che sangue sono del sangue ond’ella nacque!
CORO Ahi, dura voce! Di che sangue si parla?
REINA Che fec’io, che diss’io, perché s’aprisse il varco a tanta crudeltade?
C. di COMBERLANDA Altro conviensi or, ch’incolpar altrui o che dolersi.
REINA Morir conviene, il veggio! Ma non si torrà almeno il dir che chi m’occide empiamente m’occide.
CORO Misera, quai parole sento! O reina mia, chi morirà, chi occide?
REINA Io, io sarò l’occisa, o figlie! E micidiale de la vostra reina è la donna crudele, di cui son giusta erede!
CAMERIERA Occisa te, mia donna, te, mia reina e vita? occisa te? Misera me, che dici?
REINA Questa testa si chiede, e dove già mi cinse aureo monile passerà il ferro acuto. Tale strada s’insegna a la mia libertade!
CORO Passi per questo cor, per questa gola, e dal collo disciolta sia la mia testa, dono di chi testa dimanda!
C. di COMBERLANDA Vada la pena onde la colpa venne.
REINA Da me la colpa venne; colpa di creder troppo a chi meno devea! Ma pur creder devea donna a donna, e reina a reina, a la zia la nipote.
C. di COMBERLANDA Vane son le parole, ove necessità costringe a l’opra: l’ora, che lamentando spendi e incolpando altrui, in ufficio più utile consuma. Pensa a quel che conviene per l’altra vita; ché di questa breve poco spazio t’avanza.
REINA O consiglio pietoso di consiglier crudele! Ma sì poc’ora resta a la misera vita, ch’anco non abbia tempo a voglia mia di pianger la mia morte?
C. di COMBERLANDA Questo sol, che tu miri precipitando già cader nel mare, sarà l’ultimo sole che veggian gli occhi tuoi.
CORO O fiera crudeltade, o crudeltà di tigre, cui giungere a ferire e ferir e occidere è un sol punto, e ’n un punto confonde con la vita la morte!
REINA Già lungo spazio, veggio pender sul capo mio l’acuta punta di così ingiusto ferro. E quasi peregrin, ch’al far de l’alba si consigli lasciar notturno albergo, fra le tenebre ancor s’adatta e veste il duro piede e a l’incurve spalle impone il picciol fascio, ove ravolte porta le sue fortune, indi, ripresa la sua compagna verga, solo attende che s’apra l’oriente; tale anch’io ne la notte acerbissima e indegna de le sventure mie, solo aspettando al mio estremo camin l’ora prescritta, di sofferenza l’anima vestita, e posto il fascio dei miei gravi errori sovra gli omeri amici di Chi volse sopra sé tôrlo, con la verga forte de la speranza nata in mezzo al mare d’infinita pietade, apparecchiato ho ’l piede al duro passo che m’ascrivi. Ma perché orrido è troppo e dubbio ’l varco e più falle chi più vi si assicura, qualche spazio maggior chiamo al viaggio. Non s’allunghi la vita, ma s’allunghi il tempo di pensar come son vissa o come ho da morire. Lieve grazia dimando, e nulla toglie a chi darla mi può: piangan questi occhi un altro sole ancor le colpe mie, e la testa infelice, che mi chiami, sia poi mercé de la mercé ch’io chiamo.
C. di COMBERLANDA Lungo spazio s’è dato e lungo rischio ha corso testa de la tua più degna: tolgasi omai del volto la vergogna de l’alta mia reina, che donna prigioniera e misera e mendica ardisca contra lei di tesser frodi e perigli di vita.
REINA Ahi, com’è vero che cor ingiusto, in oltraggiando altrui, a sé sicurtà toglie! Il proprio fallo, credimi, fa temer la tua reina, non arte o insidia mia.
C. di COMBERLANDA Ancor ardisci di gettar biasmi, ove tu devi onori? Vanne tosto là entro, e vedrai tosto se ’l fallo è altrui o tuo!
CORO Ahi, empia mano, così sospingi e premi real persona, e vivi? Soccorriamla, vendichiamla, sorelle, o moriam seco!
REINA Amiche mie, il soccorso e la vendetta sia pregar perdono a lui, ch’ora m’offende, e a me, che son offesa. Quetisi ’l vostro cor; e se ’l mi deste un tempo ubidiente, dàtelmi or, vi prego, placido e sofferente. Io me ne vo a morir, io vo a finire l’aspra miseria mia; men vo contenta e lieta, se non quanto vi lascio vergini abbandonate, e in man a cui no ’l so, né so che fie poscia di voi, poi che v’avrò lasciate. Accettivi quel Dio che tutti accetta: Ei vi sia guida e schermo: di ciò umilmente e caldamente il prego, fra le preghiere estreme.
CAMERIERA Ove ne vai, reina? Ove ne vai, mia vita? Ove mi lasci? Me, che sempre fui teco nel corso de la vita, dunque or senza te lasci nel passo de la morte? Crescesti in queste braccia, in queste braccia morrai, s’hai da morire; né di qui ti trarrà se non il ferro. Il ferro, che crudele s’apparecchia al tuo danno, ohimé, ohimé, quel ferro me trafigga e me recida in mille squarci e mille, pria che da te mi svella!
REINA Madre, assai lungamente m’hai mostrato che tu m’ami, e tal fede io n’ebbi sempre; e m’è stato il tuo amore caro e utile un tempo: or m’è caro e dannoso, poiché veggio ch’ho da darten mercede di pianto e di dolore. Perdonami, e ricevi quel che mi dà per darti miserissima sorte. Non m’accrescer più male; non veggian gli occhi miei nei guardi estremi sì dolorosa vista, che tu divelta a forza dal corpo, ch’or abbracci e ’n vano stringi, caggia a terra, e la chioma canuta e riverenda si disperga sul venerabil volto! Assai hai fatto, assai hai amato, hai servito: lasciami ch’io men vada ove ’l mio Dio commanda, e solo aggiungi a questa guancia mia la cara guancia tua. Ciò ricevi per segno ch’io gradisco il volere: questo sia ’l dono estremo a te d’una tua amica, a me d’una sorella.
CAMERIERA Ciò ti darò ben tosto, ma morrò poscia teco, o mia reina: così vogl’io! Se tu no ’l vuoi, perdona. Ahi guancia! Ahi guancia cara! Quanto lieta t’amai, quanto fedel t’ornai, quanto mesta or ti bacio! Ahi, ahi, ahimé!
REINA Or mi lascia e mi segui, se seguirmi ti concede chi forza ha sovra noi. Seguimi al duro passo e con prieghi m’aita. Nulla più puoi tu darmi che più mi vaglia o giovi. O cielo, o sole, non vi vedrò più mai da prigion infelice!
CAMERIERA Seguirò, mia reina; e che poss’io più far, che più mi piaccia? Seguiran questi piedi i passi tuoi sin a la morte, e poi seguirà l’alma tua l’anima mia, sciolta da queste carni.
CORO E noi non seguiremo? Rimarrem vive noi, se muor il nostro core, se muor la mia reina? Andiam, moriam con lei!
C. di COMBERLANDA Ferminsi queste donne! E tu, soldato, vieta loro l’entrata.
REINA O figlie, a Dio, a rivederci altrove, in più libera stanza e più serena, a rivederci in Cielo!
CORO Crudel, perché ci togli poter veder morire, anzi morir con chi ci tenne in vita, mentre ci restò vita?
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