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Federico Della Valle
La Reina di Scozia

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  • ATTO QUINTO
    • SCENA PRIMA
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ATTO QUINTO

SCENA PRIMA

 

MAGGIORDDUOMO e CORO.

 

MAGGIORDUOMO

 Signor, io so che là su regni e vivi,

e sei dovunque è vita.

Questo credo, ed è vero

che giusto insieme e pio

volvi le cose umane, e premi e pene

libri con lance a le nostr’opre eguale.

E pur vidi sovente

oppresso l’innocente

cader, e la sua sorte

sì bassa e vil, che, col terren congiunta,

pur quasi fango si calpesta e preme.

E d’altra parte sorge,

e con le nubi mesce

l’altiera testa, e vuole, e chiama, e impetra,

e dice, e impera, e volge il dritto e ’l torto

con man superba e forte,

l’ingiusto e l’empio; e come di sua voglia

fa de la vita e de la voglia altrui.

Che poss’io dir, se non che i tuoi giudìci

e le leggi, con cui l’opre governi,

sono altissimi abissi,

al cui sacro profondo

virtù nostra non giunge,

e stolta cade, se poggiarvi tenta?

Muore Maria di Scozia e Isabella

d’Inghilterra l’occide!

 

CORO

Ohimé, che sento!

È morta la mia donna,

è morta la mia vita!

 

MAGGIORDUOMO

 Vive ancor, o sorelle,

la misera reina

di genti miserissime e meschine:

vive, ma de la vita

solo le resta il fine.

Anzi le restan solo i danni e i mali,

di che piena è la vita.

 

CORO

Già molt’anni corr’ella

in sì duro viaggio,

sotto sì duro incarco!

Ma che dicon? Che fanno colà entro?

 

MAGGIORDUOMO

 Che so io? Tutto è male,

tutto è lagrime e doglia,

tutto è disprezzo e scherno.

 

CORO

Ahi, empie e crude genti!

ahi, scelerate menti!

 

MAGGIORDUOMO

 Dato le han poco spazio ancor di vita:

ed ella, poiché dentro

venne seguita da la cruda schiera,

che qui veduto avrete, essendo giunta

a la più interna stanza, rivolgendo

gli occhi placida e umìle a quei che seco

venian a par, ch’autorità maggiore

hanno in quest’opra, ha detto: — Qui finisca,

amici, prego, il vostro venir meco,

e lasciate me sola

questo poco di vita che m’è data.

Apparecchiate voi

quel che conviensi per la morte mia,

ch’io farò l’apparecchio

per l’altra vita. Ciò dato mi sia

per grazia, se volete,

o per pietade umana. —

— Ciò — detto ha l’un di lor — dato ti sia;

ma sia breve lo spazio

a l’opera che chiedi. — Ella con gli occhi

gravi e tranquilli ha consentito e, dentro

entrata, spinto ha l’uscio per serrarsi,

ma n’è stata sospinta; e quindi queta

ritiratasi a dentro, il volto tinto

di dolor e pietade,

me, che l’era vicino, ha rimirato.

Avev’io gli occhi pregni

de le lacrime sorte a l’aspra vista,

al misero spettacolo; ma scorse

son allor per le guance

con così larga riga, ch’ella, accorta

del mio pianto, serena, ha detto: — Che hai?

Piangi tu la mia vita

o la mia libertade? —

 

CORO

Ohimé, ché vita tale

e cotal libertade

è mia prigione e morte!

 

MAGGIORDUOMO

— I’ piango — ho detto,

e altro volea dir; ma ’l duol m’ha tronca

la parola e la voce.

— Prega per me, amico,

ha soggiunt’ella allora,

quest’è ufficio più pio

ed è d’util maggiore. —

Non ha potuto dir queste parole

senza rossor negli occhi, e la nascente

lacrima s’è scoperta.

Quinci, lasciato me, volgendo il guardo

a la croce, ch’è appesa a capo al letto,

vêr lei s’è mossa con le braccia aperte

e al giunger le ha dato un bacio ardente,

figgendo al piè la bocca, ove gran pezza

s’è ferma. E poi, se stessa abbandonando,

caduta ginocchion, con gli occhi fissi

in lei, alti singulti, alti sospiri

ha dato, e quinci declinando il capo,

sì che quasi a toccar giungea la terra,

a più poter con la man destra il petto

s’è percosso più volte e ripercosso,

sospirando e gemendo.

 

CORO

Plachino l’ira tua questi sospiri,

Signor, e li ricevi

per prezzo di pietade!

 

MAGGIORDUOMO

Alfin, volendo

levarsi, grave dal dolor e forse

da quella debiltà, che già contratta

ha lungamente, è ricaduta sopra

la man sinistra, e con lei dato ha in terra,

e ’n cader s’è rivolta. Io, ciò veggendo,

son corso ad aiutarla, e me seguito

ha ’l conte di Pembrocia, il qual l’ha presa

sotto l’un de le braccia, io sotto l’altro,

e ’n sollevarla, a noi volgendo il volto,

placidissima ha detto: — Il mal e gli anni

vi dànno or questo peso, peso grave

d’inutil donna. Iddio merto vi dia

di quest’ultimo ufficio in util mio! —

Sorta, bacia la croce e riverente

dal chiodo la discioglie, ove pendea,

e strettalasi al petto:

— Amici, andiamo: — dice — ecco la guida,

ecco ’l cibo e ’l ristoro

a quel poco viaggio, che mi resta,

a cui son pronta. Ma se puote ancora

misera peccatrice aver mercede

di poc’ore di vita, si conceda

a questa che ’l vi chiede

qualche spazio maggiore, il qual si spenda

in ufficio pietoso. Un re, figliolo

di madre sventurata,

riceva da sua madre, anzi che mora,

se non gli estremi baci

e l’estreme parole,

almen gli avisi del camin estremo.

Spazio chiamo e inchiostro

a scriver poche note,

ch’esser potran da voi vedute e lette,

per mandarle a mio figlio.

Nulla è questo a chi dona,

a chi dimanda è molto. — In dubbio han posto

i conti la richiesta; pur, al fine

han permesso che scriva, e io la lascio

or assisa scrivendo.

La lascio a forza; poich’a forza m’hanno

cacciato di là entro.

 

CORO

E dove resta

la fida cameriera?

 

MAGGIORDUOMO

La meschina

caduta è di dolore in grave ambascia.

Or riman sovra un letto e a lei sopra

piange la vecchia serva.

Ma già di là discende la famiglia

dei conti, e dietro lor mira i ministri

con l’argentate mazze.

 

CORO

Ahi vista acerba e dura!

Tremo, tremo, mirando,

aspettando che segue, ohimé, ohimé!

Mira la mia reina,

mirala in mezzo a duo ministri crudi

con gli occhi fissi al cielo.

Ahi, che la croce ha sovra ’l petto affissa!

Vedi or come la bacia:

ohimé, chi la consola

ne l’orribil sciagura?

Mira, misera, come

move languida il passo:

ahi, ch’a pena la regge

il debil piè cadente; ma la fronte

nulla scopre di doglia o di paura.

Ahi regio cor, ahi alma

d’alta virtute ornata!

Ohimé, ch’ella mi guarda:

deh, qual dolor deve assalirla, lassa,

in veder care serve abbandonate,

e sé sul passo de la morte, ohimé!

 




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