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| Federico Della Valle La Reina di Scozia IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA QUARTA
MAGGIORDUOMO, CAMERIERA e CORO.
MAGGIORDUOMO Io vivo, lasso, io vivo; vive la vita mia, e vedut’ha la morte de la reina mia! Crudel io, crudo il Cielo! Crudel io, se pietà non ha potuto in così acerbo caso spezzar, romper il core; crudo il Ciel, che tant’anni m’ha serbato a sì grave dolore!
CORO Ohimiei, ohimiei, ohimiei! Meschina me! Se miri questi occhi e questa fronte, testimonio vedrai che ben sentiamo il dolor che tu senti.
MAGGIORDUOMO Ma tanto meno senti, quanto hai veduto meno. Ahi, che non visto male è sol metà di male!
CORO Dolor sent’io, quanto sentir può un core; ma se stimi che cresca veduto mal, dipingimi parlando l’orribile accidente. Son le parole imagin de le cose, e ne l’imagin forse sentirò quel che tu nel ver sentisti.
CAMERIERA Ohimé, misera e trista! I’ ti riveggio, o cielo, ti riveggio nemico d’ogni mia voglia.
CORO Madre! Torna, madre, in te stessa; prendi cor, prendi spirto.
CAMERIERA E l’uno e l’altro m’ha tolto l’altrui morte. Deh, lasciami morire! A chi porgi tu aita? A chi non è più nulla.
CORO Anzi, sei nostra guida, sei nostra madre e donna, e sei nostra reina.
MAGGIORDUOMO Solleva, o donna antica, le membra abbandonate! Sollevati e ascolta.
CAMERIERA Deh, che mi puoi tu dire, se non ch’ho ragion, lassa, ho ragion di morire?
MAGGIORDUOMO Altre cose t’apporto da chi solea già commandarti viva: or morendo ha pregato.
CAMERIERA Ahi, cara pregatrice, dove sei, dove andasti? Ma che, lassa, che preghi? Ch’io ti segua, ch’io venga per le tue orme amate? Verrò, verrò, reina, verrò, anima cara!
MAGGIORDUOMO Appoggiata al mio braccio, come partir di qui vista l’avete, con la sinistra mano, anzi con tutte le membra, che da sé si reggean male, salito ha lunga scala. E in salendo, con bassa voce, ma con alto affetto espresso nei sospiri, pregava e invocava il Padre e ’l Figlio, lor rimembrando la pietà infinita, la bontà eterna, il sangue e l’aspra morte e i merti de la Madre, che fu Vergine Sempre. Indi salita a la sala crudel, veduto ha incontro orribile apparecchio: alto s’ergeva per non so quanti gradi, intorno cinto e coperto di panni oscuri e neri, un catafalco, e ’n mezzo a duo gran faci pendea da sottil corda, infra due legni ampio ferro lucente. Èssi fermata alquanto a rimirar; indi, rivolta a me, che non avea spirto né sangue e la reggea tremante: — Eccoti — ha detto — la real pompa e ’l seggio di reina di duo gran regni a un tempo. Così piace, amico, a Chi creommi, e così sia. Andiamcene a sedervi. Tu rinforza nel tuo dolor con la mia voglia, e l’alma coi preghi aita e con le braccia il peso di queste membra languide e cadenti. — Così dicendo, andava, e giunta al piede del crudo tribunal, non potend’io più sostenerla: — Qui ti ferma, — ha detto — — s’anco tu m’abbandoni, se ti spiace seguire i pochi passi ancora d’una reina tua. Fratello, io qui ti lascio; né mi pesa lasciarti per me, che vo a lasciar ora la vita: per te mi pesa e per molti altri, a cui bramava altra mercé che doglie e danni, ch’io veggio apparecchiarsi. Quelle figlie, la cameriera mia, mi stanno al core. Tu gli estremi saluti porta loro in mio nome; di’ lor ch’io vo a morire, bramosa di vederle, bramosa d’abbracciarle; e a la cameriera che per quanto m’amò, per quanto cara ebbe la sua reina, ebbe la sua Maria, giamai non abbandoni le figlie abbandonate da me, cui più toccava il non abbandonarle. Ella sia lor consiglio, lor conforto e sostegno, se restan prigioniere; e sia lor guida, andando: di ciò la prego con gli spirti estremi. Ricordevoli siate di me nei vostri prieghi. — Ciò dicendo, affannata di sen s’è tratta questa lettra. — Questa — ha detto — darai tu, se mai là giungi, al mio figlio, al mio sangue, molto amato e ben poco goduto. Ad altro tempo la potrai legger poi; leggala teco la cameriera e sia veduta ancora da le mie damigelle. Restin esse sodisfatte di me, con l’opra ch’io potuto ho far per loro. —
CAMERIERA Veggiamla, ahimé, veggiamla! Sentiamo ragionar dopo la morte chi così dolce ci parlava in vita. Ahi, cara carta! Ahi, care forme di cara mano, come vi conosch’io, come vi veggio, lacrimosa e bramosa di vedere la man che vi dipinse! Leggi tu, ch’io non posso, sì debil è la vista.
MAGGIORDUOMO Ned a me resta lume, tanto s’empion di lagrime questi occhi, con la memoria amara. Ma pur leggerò il meglio: — Tua madre more, o figlio, e morendo ti scrive: sian queste note invece di parole e vaglia questa carta per la mano che ti darei sì volentier morendo. Com’io mora il saprai, e chi m’occida; da me sol sappi questo, ch’io moro consolata, poiché veggio esser questa la voglia di Chi mi diè la vita. Restami sì la doglia di non poter vederti e di lasciarti giovane troppo d’anni e ’n regno infido; ma tu rinforza l’alma e ti rimembri il sangue onde nascesti. I preghi e l’umiltade inanzi a Dio ti varran per consiglio e saran forza a le tue forze inferme. Perdona a chi m’offende: ciò ti chieggio per le viscere mie, per quella mamma, che ti porsi primiera; vendetta io non la chiamo, né la chiede quel sangue ch’ora spargo innocente a la terra, ma peccatrice troppo inanzi al Cielo. La famigliuola mia, che meco dura in sì lunghe miserie e ’n tanti affanni, s’a te mai torna, tu l’accogli e sia loro albergo il tuo albergo, e ti sovenga che fida servitù chiama mercede e ’l travaglio riposo. Lungamente visser di ben digiuni, anzi di cibo: la tua mano or adempia e l’uno e l’altro, e adempia realmente. Le mie figlie, ché tali son queste che restan meco nobili damigelle, a te commetto, come mie carni e sangue. Tu provvedi a la verginitade, ai gradi, ai merti, a la nobiltà loro: abbian mariti i primi del tuo regno; e prendi cura di lor, qual di sorelle e come uscite da me, che son tua madre. —
CORO Ahi, dolce cura di reina dolcissima e amata, come inacerbi in me, lassa, l’affanno, con mostrarmi materno e caro affetto di padrona perduta!
MAGGIORDUOMO — La cameriera mia, cui sol rimane imagine di vita, ti raccomando, o figlio, anzi ti lascio invece di me stessa. Tu l’onora, e possa nel tuo cuor quel ch’io potrei, pregando e supplicando; questo basti, per mostrar quel ch’io bramo: tu dichiara con gli effetti ch’intendi più assai di quel ch’io dico. Scriverei vie più, se più potessi, per ragionar più lungamente teco, o mia sembianza cara; ma mi toglie la penna chi mi chiama la vita. Di scriver lascio e me ne vo a morire; tu vivi e regna, o figlio, vivi e regna felice, e per me prega. T’abbraccia questo core con questo poco spirto che gli resta; e questa man ti benedice e chiede che non lasci insepolte, o sepolte non lasci in terra altrui, quest’ossa onde sei parte: a te ritorni tua madre estinta, se non può vivendo. Questo sia ’l prego estremo, il qual sen viene col bacio estremo a quella fronte cara ov’io amava me stessa. —
CAMERIERA Ahi lettera, ahi parole, ahi dolore, ahi dolore! Io vivo, dunque vivo, e morì, morì, lassa, chi tanto per me volse, chi m’amò tanto, ahimé! Ma dimmi: che più fece? Che più parlò? Che disse? Seppe da la tua bocca questa vecchia quant’ella fe’ vivendo; sappia da la tua lingua quel ch’ella fe’ morendo. Nulla, nulla si taccia dei movimenti estremi di quella vita cara.
MAGGIORDUOMO Dirò quanto potrò, per compiacerti in voglia così amara. Ma già ’l dolor mi vince rimembrando; or che sarà parlando? La lettera ho pres’io, lagrimoso e tremante, ed ella ha fatto forza sopra il mio braccio per salire il primo grado de l’orribil scena, dove a pena ha potuto alzar il piede. Così l’han presa duo più a me vicini, e appoggiata a lor, senz’altro dire, è giunta al sommo, con piè grave e infermo, ma con fronte alta e lieta. Ivi condotta, lascia i ministri aiutatori e volge in dolce e maestevole maniera il real volto a’ molti, ond’era colma la scelerata stanza; e di bisbiglio l’empiean, qual di sospiri e qual di riso, qual di parole dolorose e triste. Rivolta e ferma alquanto, alza la destra: di voler dir accenna. Tosto sorge silenzio orrido e mesto, e vuota sembra la sala. Ella, traendo dal profondo del sen gli spirti, con soave voce incomincia quel ch’io ridir non posso, né ’l cor basta a dar moto a questa lingua.
CORO Deh, ragiona, ti prego: fatta è l’alma di gielo per le sentite cose; forse diverrà marmo per quelle che dirai.
MAGGIORDUOMO Ahi, ch’io non ho più vita, se non quanto mi basta a la memoria acerba de le vedute cose, de l’udite parole, che purtroppo mi stan fisse ne l’alma, per trafiggerla ognora!
CORO Parla, e passami il core col ferro, che te fère. Se tu muori, non viva questa conserva tua, questa compagna di lagrime e di danno.
MAGGIORDUOMO — Credo, — ha detto la cara mia reina, — — credo — ha detto — che qui fra tanti e tanti, uniti a rimirar la morte mia, alcun v’avrà, che con pietà risguardi la tragedia crudel de la mia vita e lo stato terribile e indegno, ov’io sono condotta; ov’è condotta una donna innocente, una reina e di Scozia e di Francia, e giusta erede d’Inghilterra, ov’io moro. A ciò m’han tratta la poca fede altrui e la mia molta credulità; se credula può dirsi donna che crede a donna, la qual prega e scongiura; e reina a reina, la qual promette e giura; e nepote, che crede ad una zia non offesa giamai, ma sempre amata e onorata sempre. E veramente non ha la fé luogo sicuro in terra, poi ch’a me manca quella fé in quel petto ch’a me sì ferma la promise. Pure, il ridirlo che giova? O pur, che giova il dolersi nel punto ov’io mi trovo, in cui convien morir? Iddio pietoso a chi offende perdoni e a l’offesa, la qual son io. Ma quanto giustamente, le colpe udite e giudicatel voi. Mi fa dar morte la reina vostra, perch’io, dice, ho tentato e arti e modi di privarla di vita e perch’io poi ho fatto ogni opra per uscir di dove ella chiusa mi tiene. Per quel passo orribile ed estremo, ove mi veggio, che fra poco ha da trarmi a udir il giusto Giudice de la vita e de la morte per aver gloria eterna o eterna pena, vi dico, amici, che la prima colpa è finta e falsa. Io nulla mai pensai de la sua morte, né giamai la volsi. L’altra colpa confesso, s’è pur colpa ch’una reina, libera signora, a cui giudice alcun non diede Iddio, se non se stesso, fatta prigioniera da chi men deve, di fuggir procura miserabil prigione e dura, quanto non potete stimar: se questa è colpa, io moro giustamente condennata. Ma giusta o ingiusta la mia morte sia, che giusta non è inver, io sodisfatta moro e contenta; poiché so che vera cagion de la mia morte è l’esser io fedele al mio Signor. La fé promessa ne l’acque sacre, ove ogni macchia lava Grazia celeste, pura e intiera serbo e somma autorità confesso in terra il Santo seggio, onde ’l roman Pastore e scioglie e lega e apre e chiude il Cielo. In questa fede vissi, in questa moro: ciò protesto e confermo, e ’l sangue mio bramo e m’è car che testimon ne sia. Così moro ben lieta. Voi, s’alcuno v’è pur fra voi, ch’abbia il medesmo senso, prego preghi per me, e ’n ogni luogo in ogni tempo testimonio renda che Maria Stuarda muor reina ubidiente a quel ch’impera e insegna Roma sacrata e il Signor suo santo. Ed eccomi a morire. —
CORO Accetti Dio ’l tuo sangue, o martire reina, a sua gloria e a tua! La qual poich’è sicura, teco allegrarmi, teco, ahimé, devrei; ma troppo, troppo è ’l danno di restar io qui senza te, mia duce, mio sostegno e conforto!
MAGGIORDUOMO Prende vigor quest’alma in pensar ch’ella siede ora beata fra le genti beate. Giunta al fine di queste sue parole, s’è rivolta al supplicio, e rimirando il ferro, fermata alquanto, è parsa inorridirsi; e fra l’orror gli occhi ha rivolti al cielo, sì fissi che parea che ’n ciel volesse figger anco se stessa. Alto sospiro è stato il fin del breve rapimento, e s’è mossa qual uom che ’l sonno lassi, e serratasi al petto la croce, che pur sempre ha ritenuto ne la man destra, con la manca mano ha cominciato a sciôrsi intorno al collo la vesta, e sciolta a ripiegarla indietro. Né potendolo far agevolmente da se medesma, il manigoldo fiero stesa ha la man, per aiutarla; ed ella: — Amico, ha detto, questo a te non tocca. Mano men lorda il faccia. —
CORO O regio sangue, come ritieni in sul morir gli spirti nobili, eccelsi!
MAGGIORDUOMO Era sul fero palco, in disparte, una donna, moglie, cred’io, d’alcun dei guardiani; a lei s’è volta, e con benigno modo, e con la bocca tinta anco di riso: — Sorella — ha detto — prendi tu la noia d’aiutarmi a morir; ripiega, prego, la vesta e ’l velo che la gola cinge, e dàlla nuda al ferro. — Lagrimosa s’è la femina mossa e riverente ha nudato il bel collo...
CAMERIERA Ahi collo, ahi gola, quante volte t’ornâr queste mie mani di bianchissime perle, e quante vidi il lor candor vinto dal tuo candore! Or t’ha tronco aspro ferro e tetro sangue t’è orrido monile!
MAGGIORDUOMO Indi con sol duo passi s’è accostata a la terribil falce, che ’n mirarla spirava orror, sì ampia e sì radente, e ginocchion s’è posta. La pietosa donna, traendo da la vesta un panno bianco, sottil, l’ha ripiegato in giro, e tremante e piangente sopra gli occhi gliel’ha annodato. E mentre il nodo stringe, la mia reina dice: — Grazie a Dio, ch’io trovo in Inghilterra chi m’aiti e chi m’abbia pietà! Ma tu, sorella, se t’è cara mercede o segno almeno d’animo grato in infelice donna, abbracciami, ti prego: ecco t’abbraccio per segno che m’è cara l’opra tua; e lasciami morir. — Così le ha cinto il collo caramente e l’ha baciata. Quinci, alzata la fronte inverso il cielo, s’è ferma alquanto, e umilmente poscia abbracciata la croce, il collo ha steso sotto l’orrida falce.
CORO Ahi, che si parte il cor imaginando!
MAGGIORDUOMO Il fier ministro, in rimirarla tale, ha tronco tosto la corda onde pendeva il mortal ferro, il qual precipitando s’è sommerso ne le candide carni, in quel bel collo. Così, stese le membra da una parte e da l’altra la testa, ella è rimasa cadavero tremante, onde si sgorga per grosse canne il sangue; e s’è veduta la dolcissima bocca, con trar gli spirti estremi, riaprirsi e serrarsi, graziosa anco nei moti de la morte orrenda.
CAMERIERA Ahi cielo! A qual dolor, lassa, mi serbi, se questo non m’occide?
CORO Moristi, ahimé, moristi, o bellissima donna, o dolcissima e cara, o reina, o padrona! Noi che farem? Dove n’andrem? Che fie di questa amara vita che ci avanza? Piangiam, sorelle, ohimé, ché giustissimo è ’l pianto di chi tante sventure insieme accoglie sovra debili spalle. Piango la morte altrui, piango la vita mia, piango l’aspra ruina de la mia patria amata! Ma, ahi, che veggio? Ohimiei, ecco l’insegna de la nostra sventura, de la nostra ruina! Mira là, da quattr’uomini portata lunga tavola oscura, coperta a panni oscuri. Ohimé, che questo, è questo ’l corpo amato de la reina mia! Dolor giunge a dolore e mal sottentra a male; ma caro è ’l mal, s’accresce il mal ch’io sento, sino a l’ultimo male. Veggian questi occhi il sangue, se l’alma ha già sentito la ferita, e gli occhi e l’alma insieme abbian le doglie estreme.
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