|
ATTO
I
SCENA I
ARISTODEMO, AMFIA.
ARISTODEMO
Tanto piangesti tu, tanto io
pregai,
ch’a’ miei voti, a’ tuoi pianti
il Ciel s’intenerì. Respiro,
Amfia.
Uscì dall’urna l’infelice Arena;
restò Merope nostra
allo sposo, alla patria, a’
genitori,
e, s’a noi tocca, di Messenia al
regno.
AMFIA
Lagrime avventurose,
figlie del mio dolor, lagrime
degne
del periglio di Merope, e del
nostro
tenerissimo affetto,
pur saliste nel Ciel co’ miei
sospiri,
pur trovaste pietà: Merope vive.
Or quali io desterò fochi odorati,
santi miei patrii numi,
sull’are vostre? E di quai fiori
eletti
Merope mia vi tesserà corone?
ARISTODEMO
Ma sia privato il sacrifizio,
Amfia;
ché vanità d’ambiziosa pompa
non è quella, che paga
i benefizii al donator celeste;
né con publico segno
d’allegrezza importuna
si deve concitar l’odio del volgo,
e stancar la pazienza
dell’oppresso mestissimo Licisco,
AMFIA
Così farò né perché meco esulti,
resto di pianger con Licisco il
caso.
ARISTODEMO
È generosa questa,
e nobile pietà: tranne Licisco,
io più d’ogn’altro forse
accompagno dolente
il sangue degli Epitidi
all’altare.
AMFIA
Ma che fia, s’egli niega
d’esser padre d’Arena?
ARISTODEMO
Uopo è di prova
e di sicuro testimon di questa
interessata scusa. E chi non vede
ch’e’ niega d’esser padre
per negarci la figlia? E mentre
perde
di genitore in apparenza il nome,
l’esser di padre veramente
acquista.
Ma l’infelice frode
men fede che pietà trova in Itome.
AMFIA
Pur se frode non fosse?
ARISTODEMO
Aristodemo
daria la propria.
AMFIA
Oimé, signor, d’Arena,
non di Merope nostra, uscito è ’l
nome.
ARISTODEMO
Dunque è vittima Arena; e invan
Licisco
con pietosa bugia l’usurpa al
Cielo,
ed inganna la terra.
AMFIA
Per lo tuo genio grande, e per le
sacre
più venerande leggi
di natura e d’amor, signor, ti
priego.
Non dir più che daresti
in difetto d’Arena
Merope al sacerdote.
ARISTODEMO
E tu non creder più ch’altri
ch’Arena
sia la vittima eletta.
AMFIA
È degno certo
il timor di perdono in donna e
madre.
ARISTODEMO
Ma non soverchio in donna
illustre, e moglie
d’Aristodemo.
AMFIA
È così fiero il moto
del passato dolor, ch’io sento
ancora
tremarmi in sen la mal sicura
speme.
Non così tosto cessa
tempesta impetuosa ove flagella
le terga a Lilibeo Noto o
Volturno;
ma, benché taccia il vento,
serba l’onda i tumulti,
né l’agitato mar si fida ancora
di rimettersi in calma.
ARISTODEMO
A te sen viene
policare: io mi parto. Oh come ha
sparsa
del sereno del cor la fronte! A
voi
lascio i pensier più dolci, e meco
porto
le cure della patria e della
guerra.
|