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SCENA II
POLICARE, AMFIA.
POLICARE
O giorno per me candido e sereno,
che mi dona la vita
nella vita di Merope, in cui vivo!
Piovetemi sul crin rose e
ligustri,
spirino intorno a me l’aurette
molli
fiati d’amomo e nardo,
ch’oggi felice io son. Così alla
sorte,
così piace agli dèi. Ridami intorno
il suol nei fiori; erga la face e
venga
lieto Imeneo con fortunati
auspizii.
Dal periglio di morte
oggi Merope è tolta. Oggi
risplende
più puro il dì, ché dal tornato
lume
in que’ begli occhi viene
questa insolita luce. Oggi respira
natura in questa sua bell’opra, a
cui
dal favor della sorte, anzi del
cielo
conservata è la vita. Or qual può
darsi
di perfetta beltà prova maggiore
della pietà del ciel,
dell’evidente
rispetto di fortuna?
AMFIA
Policare, diverso
è questo giorno dal passato.
Uscita
è Merope di rischio, io di
spavento;
e tu, fatto già nostro,
meco il pianto rasciughi, e senti
al pari
della noia il contento.
POLICARE
Non mi cape nel seno
l’immensa gioia (i’ lo confesso) e
temo
che la lingua o la fronte mi
condanni
appresso il volgo, e sia
chi penetri il mio cor. Merope è
salva,
ma condannata Arena;
e’ non è tolto, ma cangiato il
lutto
al sangue degli Epitidi. In sì
fatta
division d’affetti
è più sicuro e più innocente il
mesto.
Io però, che non fido
il segreto alle labbra del cor mio
senza provata fé di chi m’ascolti,
oh come volentier t’incontro,
Amfia!
Confine angusto a gran diletto è
un seno
che sia pieno d’amor. Ma quasi
fiume
che intumidì per nuova pioggia, e
sorse
col corno a minacciar gli umili
campi,
già dell’alveo natio fatto
maggiore,
cerca chi lo riceva,
spuma sul margo e quasi il margo
affonda.
AMFIA
Necessaria altrettanto
quanto degna prudenza. A tempo
giungi:
poiché se nel tuo petto
è soverchio il piacer, nel mio non
sorge
con tanta piena; e forse
quello ch’avanza al tuo, potrà
bastante
luogo trovar nel mio, senza che
stilla
ne bea mal nota o peregrina fede.
POLICARE
Qual reliquia di tema
restar può in te, da che la sorte
elesse
Arena al sacrificio?
AMFIA
O che sien queste
reliquie del timore,
o d’animo presago
(il che tolgan gli dèi) segni
infelici,
non è tutta tranquilla
l’anima mia, né riconosce ancora
per legittimo lume
il raggio del piacer, che scorre e
fugge
come fugge il balen per nube
estiva,
e quante volte nasce
splendido e cerca nutrimento e
regno,
tante muore sepolto
in questa mia caliginosa nebbia
di cure sospettose. Ah, ch’io non
odo
senza tremar la scusa
addotta da colui, ch’altri deride:
io parlo di Licisco.
POLICARE
O generosa Amfia, non osa ancora
occuparti il contento,
che forastiero sopraggiunge e
ignoto
all’anima abbattuta dal dolore:
così nel discacciar torbida notte
tutto non esce il sole,
ma nell’indico Gange
mezzo sommerso ancor, manda le
prime
armi dell’alba a procacciar la
via,
né pria che vincitor sorge
dall’onde.
Licisco è padre tenero, e non
guarda
a mentir della figlia
perché gli resti. E dove nacque? E
quando?
Chi la produsse? È forse cieco
Giove,
se bendata è Fortuna,
che ministra di lui ne trasse il
nome?
AMFIA
Oh quanto di conforto,
Policare, mi porgi! Or sia tua
cura
il prepararti alle vicine nozze.
Così voglian li dèi farti felice
di talamo fecondo, e così porga
lo stesso Amor, lo stesso
pacifico Imeneo fausti gli
augurii.
Ti fie donata in breve
Merope mia; la più stimata parte
del nostro amor; nobilitato dono
del favor degli dèi; più prezioso
fatto dal suo pericolo e più caro.
POLICARE
Candida Giuno, vieni!
AMFIA
Vieni e tu, Citerea!
POLICARE
Merope torni
dal rogo mesto alle felici tede.
AMFIA
Merope torni dal sepolcro al
letto.
POLICARE
E se Arena in sua vece
sotto a sacra bipenne
deve purgar le nostre colpe, ah,
serva
per sempre il sacrifizio, e regni
invitta
la stirpe degli Epitidi in Itome.
AMFIA
Io stessa della patria, e di noi
degne
qui sparger vo’ le concepite
preci.
Rotin gli astri innocenti al
mondo, e nutra
alta pace le genti.
Torni il ferro alla terra, onde fu
tolto,
o in uso della terra
sia volto sol dalle sonore incudi;
e si perda non pur l’uso, ma il
nome
di lorica e di spada.
Nessun foco più scagli
l’irata man di Giove;
portino Borea ed Austro
i suo’ turbini altrove.
Fiume più non trabocchi
per neve sciolta dal suo letto, e
renda
vane al bifolco le fatiche o
svelga
la capanne e le piante.
Di nessun mortal succo
crescan tumide l’erbe, e non si
beva
più nell’oro il veleno a mensa
infida
di sanguigno tiranno;
e se di scelerato e di funesto
altro produr deve la terra,
affretti
i mostri e le sventure,
sì che le purghi in un sol punto
Arena.
POLICARE
Pace resti alla Grecia, a voi lo
scettro
della Messenia, e giunga
Aristodemo alla nestorea meta,
o dell’Euboica polve
vegga gli anni felici. A te non
fili
più brevi Cloto o men sereni i
giorni.
Per voi scorra Pattolo e tinga
Sparta
di porpora le lane;
Ibla fiorisca a voi, Lesbo
vendemmi,
Gargara mieta; io sol comprendo in
una
Merope fortunata ogni fortuna.
AMFIA
Quella, di cui si parla, ecco sen
viene.
Resta, ch’io vo’ partendo
lasciarvi affatto in libertà quel
tempo
ch’alla sua libertà primo succede.
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