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Carlo de’ Dottori
Aristodemo

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  • ATTO I
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SCENA IV

POLICARE, TISI.

 

POLICARE

Saggio Tisi, che porti, e donde vieni?

Grave pensier t’ingombra e teco stesso,

se la fronte severa il cor m’esprime,

tacitamente ne discorri.

 

TISI

È certo

grave il pensier, gravissime le cure

della Messenia, ed importanti sono

in questo giorno i casi. Odo chiamarsi

nel picciol tempio d’Ercole il senato

per terminar qual fra le poche e meste

pronipoti d’Epito

vittima scelta sia, qual re succeda.

Quindi piange Licisco, e ’l dolce nome

lascia di padre, protestando Arena

non del sangue d’Epito e non sua figlia.

Quindi Cleone, Aristodemo e Dami,

mendicando suffragi,

contendono del regno:

sta nel mezzo Fortuna; ancorché penda

il pubblico giudizio, e i voti stessi

del popolo a favor d’Aristodemo,

ch’Eufae, l’ucciso re, del suo favore

ha, prima di morir, lasciato erede.

 

POLICARE

Ma se il fato d’Arena è il fin de’ mali,

donisi pur tributo all’innocente

vergine destinata a’ numi inferni

di lagrime dovute; e poi si speri.

 

TISI

Certo non ha mai più veduto Itome

vergine illustre in sul fiorir degli anni

andar bendata a ritrovar la scure;

grande è ’l lutto però. Del re pur dianzi

morto in battaglia è segnalato il caso,

ma in sé non ha prodigio.

 

POLICARE

Ultimo forse

ei sarà de’ flagelli.

 

TISI

Ultima pena

sia l’uccider le vergini all’altare,

inorridita erga la Grecia il volto,

e chiegga qual sacrilego misfatto

la Messenia commise,

per cui plachi con l’ombre

delle fanciulle il provocato inferno,

e compri dalle Furie ignobil pace.

 

POLICARE

I suo’ segreti il Fato

in notte profondissima ricopre.

pensier temerario, ancorch’i segni

vegga d’ira celeste,

de’ giudicar per qual cagion di mano

esca il fulmine a Giove,

che i propri tempii folgorando abbatte.

 

TISI

Può ben esser occulta

la cagion per cui tuona,

pur è cagion. Ma tu saper non dei

de’ Castori lo sdegno; e qual delitto

di Messenia irritasse

i due numi amiclei. Però, con degno

silenzio in te raccolto,

l’origine de’ mali

in breve istoria e dolorosa attendi.

Fra Messenii e Spartani arde la guerra

per odio già invecchiato,

e di radiciprofonde e forti,

che sveller non si può, se non si perde

o di Laconia o di Messenia il nome.

Già fu pari il valor, pari gli dèi

prima che offesi: ogni confine intatto,

egual ogni battaglia, ogni fortuna.

E queste ch’ora stanno

giacendo miserabili ruine

d’abbattuti edifizii, onde l’orrore

viene accresciuto alle deserte ville,

Andania furo, Steniclero, Amfia,

città fastose, or sassi ed erba, dove

il superbo Spartan pasce gli armenti.

E quest’Amfia, di cui s’onora il nome

del tuo suocero illustre or nella moglie,

reggia sublime fu, ch’ultima oppresse

con insidia notturna

l’implacabil nemico: a cui successe,

di fama impari e di bellezze, Itome.

Così dunque tu vedi

che violati dell’imperio antico

d’ogn’intorno i confini, angusto regno

e gran nome ci resta. I fatti sono

maggiori della patria e della forza

ma dell’odio minori. E qualche volta

stupì fortuna, e diede luogo a questa

pertinace virtù, sì che difesa

da sé stessa e dal sito

regna pur anco. Or questa guerra ardea

sul fior degli anni miei d’esito ancora

quasi che indifferente,

quando per nostra colpa

perdemmo i dèi, mancò la sorte, e cesse

Messenia sfortunata

allo sdegno de’ Castori, ed all’armi

del protetto fierissimo rivale.

Stava accampato lo spartano a fronte

dell’esercito nostro, e celebrava

de’ due figli di Leda e del Tonante,

tra le vittime e i fochi, il festivo;

l’opra chiedea la fede

dello stesso nemico, e ’l giorno sacro

e ’l sacrifizio assicurava il campo;

ma non so qual furor gli animi spinse

di Panormo e Gonippo,

giovani audaci, a scelerata frode;

anzi tal, che minore

muover non può contro l’umana gente

l’ire tarde del ciel, levar le sacre

tutele avite ad una patria, e tutte

ribellarle le stelle.

Costoro occultamente

tolte le note e riverite insegne,

di cui sogliono ornarsi

i simulacri di que’ numi appunto,

sopra veloci e candidi destrieri

più che neve pangea, con l’aste in mano

volser concordi il passo

da’ nostri padiglioni a quei di Sparta.

Non così tosto apparve

la sacrilega coppia, ancorché bella,

che stupefatto il popolo d’Eurota

chiamò Castore l’un, l’altro Polluce,

e lor drizzando i voti e rinnovando

le vittime e gl’incensi,

adorò riverente

la deità mentita;

e l’augure, non ch’altri, e ’l sacerdote,

tratte le bende e le corone al crine,

a quegli empii le offerse,

che il suo cor ne ridean. Né qui fermossi

l’orgoglio lor, ma far nocenti osaro

gli dèi con empia colpa, insanguinando

nel volgo inerme ed ingannato il ferro.

Or che dissero in cielo

i veri numi? E di che giusto sdegno

sfavillò tra le stelle

il bell’astro Ledeo? Stanchi alla fine,

e superbi dell’opra,

ma profani, ma lordi

d’infausto sangue di tradite genti,

sen vennero, portando

all’infelice lor patria innocente

acerbe, miserabili sventure.

Da quel punto infelice

non fu più dubbio Marte,

né più sospesa la vittoria. Giove

la sua causa ha protetto; e benché fosse

quel valor primo in noi, però non v’era

quella sorte primiera.

Si perdé combattendo, e ’l vincitore

vinse col fato, anzi ammirò sovente

le sue vittorie, in forse

di crederci perdenti.

Ruinò le cittadi, arse le ville,

desolò le campagne: invitto in loro

il braccio, il core in noi: fastosa Sparta,

sdegnosa Itome, e ricusante il giogo.

E qual terra perduta

dell’ossa nostre non biancheggia? E quanto

del cener nostro il vomero spartano

ara ne’ campi, or che nemico all’ombre

per uso lungo senza orror s’avvezza

il fier bifolco a violar sepolcri?

Pur non manca virtù. Pur il feroce

genio nostro minaccia; e l’orgoglioso

vincitor pur paventa

le reliquie de’ vinti,

e d’un gran nome le memorie e l’ombra.

Già venti volte caricò di neve

Taigeto il giogo, ed altrettante ha scosso

il verno dalla chioma;

e pur dura la guerra. Ofioneo,

ch’entro alla notte de’ celesti arcani

vede altamente, interprete del fato,

e degli dèi, propone

che la mente del Ciel da Febo intenda

uom pio dei nostri. A tanto onor fui scelto,

né ’l meritai. L’opra eseguita, in breve

tornai da Delfo; infausto nunzio a pochi,

felice a molti.

«Una fanciulla epitida, matura

scelga la sorte, e s’offerisca a Dite

quando più tinge il ciel la notte oscura».

Così Pitio cantò. Questo è l’oracolo;

io lo portai. Fioriscono due sole

vergini in questo punto, in cui s’adempie

la richista di Febo:

Arena di Licisco,

Merope, e tu lo sai, d’Aristodemo.

L’altre d’età incapace, e sul primiero

limitar della vita,

men lagrimosa perdita e men grave,

credesi che non sien chieste da Dite,

a cui rimessa ha la vendetta il cielo.

Son posti in piccolurna i nomi adunque

di Merope, e d’Arena,

in cui si sente vivamente il danno,

e che lascian di sé lutto solenne.

Trema Licisco, e pave

Aristodemo. La Messenia pende

attonita dal caso,

ch’oggi a favor di Merope condanna

Arena al sacrifizio. Un pianto solo

resta di due timori.

Respira Aristodemo;

Licisco infuriato

implora in suo soccorso uomini e dèi.

Niega che Arena a lui sia figlia, niega

di darla al sacerdote;

chiede prove il Senato,

protesta Aristodemo,

re non s’elegge; e sta sospesa Itome.

Io dal confuso popolo mi traggo,

abborrisco l’aspetto

delle cose turbate, e vonne al tempio

lassù di Giove ad aspetarne il fine.

 

POLICARE

Gran cose ascolto. Io, quando ardì Panormo

fingersi Dio, da molli fasce avvolto

innocente vivea. Sentito ho poi

da molti il caso variamente e poco,

con mio stupore, a detestarlo. Solo

Ofioneo significò pur dianzi

ciò che ogn’altro tacea, che la cagione

del nostro mal fu de’ garzoni il fallo.

 

TISI

Spesso un misfatto prospero e felice

è chiamato virtù. La miglior parte

non assentì con la maggior, ma tacque.

Così restò impunito:

o che fosse destino

della Messenia o dell’umano fasto

delitto, del commesso assai maggiore.

 

POLICARE

Ma di Licisco?

 

TISI

O trovar deve il padre

d’Arena, o consegnarla.

 

POLICARE

E se trovasse

il genitor?

 

TISI

 Ritorna

nello stato di prima il dubbio, a cui

tocchi di dar la vittima. O che forse

nella rimasta sola

figlia d’Amfia fora eseguito il duro

imperio della delfica risposta,

se vanno esenti le bambine.

 

POLICARE

O santi

numi del ciel, no ’l consentite!

 

TISI

Alfine

padre sarà Licisco. E qual più certo

segno che ’l suo dolor? Quanto s’affanna,

altrettanto s’accusa.

Ma che parla colui, che frettoloso

ed attonito vien?

 

POLICARE

Messo è di corte.

 

 




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