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SCENA IV
POLICARE, TISI.
POLICARE
Saggio Tisi, che porti, e donde
vieni?
Grave pensier t’ingombra e teco
stesso,
se la fronte severa il cor
m’esprime,
tacitamente ne discorri.
TISI
È certo
grave il pensier, gravissime le
cure
della Messenia, ed importanti sono
in questo giorno i casi. Odo
chiamarsi
nel picciol tempio d’Ercole il
senato
per terminar qual fra le poche e
meste
pronipoti d’Epito
vittima scelta sia, qual re
succeda.
Quindi piange Licisco, e ’l dolce
nome
lascia di padre, protestando Arena
non del sangue d’Epito e non sua
figlia.
Quindi Cleone, Aristodemo e Dami,
mendicando suffragi,
contendono del regno:
sta nel mezzo Fortuna; ancorché
penda
il pubblico giudizio, e i voti
stessi
del popolo a favor d’Aristodemo,
ch’Eufae, l’ucciso re, del suo
favore
ha, prima di morir, lasciato
erede.
POLICARE
Ma se il fato d’Arena è il fin de’
mali,
donisi pur tributo all’innocente
vergine destinata a’ numi inferni
di lagrime dovute; e poi si speri.
TISI
Certo non ha mai più veduto Itome
vergine illustre in sul fiorir
degli anni
andar bendata a ritrovar la scure;
grande è ’l lutto però. Del re pur
dianzi
morto in battaglia è segnalato il
caso,
ma in sé non ha prodigio.
POLICARE
Ultimo forse
ei sarà de’ flagelli.
TISI
Ultima pena
sia l’uccider le vergini
all’altare,
né inorridita erga la Grecia il
volto,
e chiegga qual sacrilego misfatto
la Messenia commise,
per cui plachi con l’ombre
delle fanciulle il provocato
inferno,
e compri dalle Furie ignobil pace.
POLICARE
I suo’ segreti il Fato
in notte profondissima ricopre.
Né pensier temerario, ancorch’i
segni
vegga d’ira celeste,
de’ giudicar per qual cagion di
mano
esca il fulmine a Giove,
che i propri tempii folgorando
abbatte.
TISI
Può ben esser occulta
la cagion per cui tuona,
pur è cagion. Ma tu saper non dei
de’ Castori lo sdegno; e qual
delitto
di Messenia irritasse
i due numi amiclei. Però, con
degno
silenzio in te raccolto,
l’origine de’ mali
in breve istoria e dolorosa
attendi.
Fra Messenii e Spartani arde la
guerra
per odio già invecchiato,
e di radici sì profonde e forti,
che sveller non si può, se non si
perde
o di Laconia o di Messenia il
nome.
Già fu pari il valor, pari gli dèi
prima che offesi: ogni confine
intatto,
egual ogni battaglia, ogni
fortuna.
E queste ch’ora stanno
giacendo miserabili ruine
d’abbattuti edifizii, onde
l’orrore
viene accresciuto alle deserte
ville,
Andania furo, Steniclero, Amfia,
città fastose, or sassi ed erba,
dove
il superbo Spartan pasce gli
armenti.
E quest’Amfia, di cui s’onora il
nome
del tuo suocero illustre or nella
moglie,
reggia sublime fu, ch’ultima
oppresse
con insidia notturna
l’implacabil nemico: a cui
successe,
di fama impari e di bellezze,
Itome.
Così dunque tu vedi
che violati dell’imperio antico
d’ogn’intorno i confini, angusto
regno
e gran nome ci resta. I fatti sono
maggiori della patria e della
forza
ma dell’odio minori. E qualche
volta
stupì fortuna, e diede luogo a
questa
pertinace virtù, sì che difesa
da sé stessa e dal sito
regna pur anco. Or questa guerra
ardea
sul fior degli anni miei d’esito
ancora
quasi che indifferente,
quando per nostra colpa
perdemmo i dèi, mancò la sorte, e
cesse
Messenia sfortunata
allo sdegno de’ Castori, ed
all’armi
del protetto fierissimo rivale.
Stava accampato lo spartano a
fronte
dell’esercito nostro, e celebrava
de’ due figli di Leda e del
Tonante,
tra le vittime e i fochi, il dì
festivo;
l’opra chiedea la fede
dello stesso nemico, e ’l giorno
sacro
e ’l sacrifizio assicurava il
campo;
ma non so qual furor gli animi
spinse
di Panormo e Gonippo,
giovani audaci, a scelerata frode;
anzi tal, che minore
muover non può contro l’umana
gente
l’ire tarde del ciel, levar le
sacre
tutele avite ad una patria, e
tutte
ribellarle le stelle.
Costoro occultamente
tolte le note e riverite insegne,
di cui sogliono ornarsi
i simulacri di que’ numi appunto,
sopra veloci e candidi destrieri
più che neve pangea, con l’aste in
mano
volser concordi il passo
da’ nostri padiglioni a quei di
Sparta.
Non così tosto apparve
la sacrilega coppia, ancorché
bella,
che stupefatto il popolo d’Eurota
chiamò Castore l’un, l’altro
Polluce,
e lor drizzando i voti e
rinnovando
le vittime e gl’incensi,
adorò riverente
la deità mentita;
e l’augure, non ch’altri, e ’l
sacerdote,
tratte le bende e le corone al
crine,
a quegli empii le offerse,
che il suo cor ne ridean. Né qui
fermossi
l’orgoglio lor, ma far nocenti
osaro
gli dèi con empia colpa,
insanguinando
nel volgo inerme ed ingannato il
ferro.
Or che dissero in cielo
i veri numi? E di che giusto
sdegno
sfavillò tra le stelle
il bell’astro Ledeo? Stanchi alla
fine,
e superbi dell’opra,
ma profani, ma lordi
d’infausto sangue di tradite
genti,
sen vennero, portando
all’infelice lor patria innocente
acerbe, miserabili sventure.
Da quel punto infelice
non fu più dubbio Marte,
né più sospesa la vittoria. Giove
la sua causa ha protetto; e benché
fosse
quel valor primo in noi, però non
v’era
quella sorte primiera.
Si perdé combattendo, e ’l
vincitore
vinse col fato, anzi ammirò
sovente
le sue vittorie, in forse
di crederci perdenti.
Ruinò le cittadi, arse le ville,
desolò le campagne: invitto in
loro
il braccio, il core in noi:
fastosa Sparta,
sdegnosa Itome, e ricusante il
giogo.
E qual terra perduta
dell’ossa nostre non biancheggia?
E quanto
del cener nostro il vomero
spartano
ara ne’ campi, or che nemico
all’ombre
per uso lungo senza orror
s’avvezza
il fier bifolco a violar sepolcri?
Pur non manca virtù. Pur il feroce
genio nostro minaccia; e
l’orgoglioso
vincitor pur paventa
le reliquie de’ vinti,
e d’un gran nome le memorie e
l’ombra.
Già venti volte caricò di neve
Taigeto il giogo, ed altrettante
ha scosso
il verno dalla chioma;
e pur dura la guerra. Ofioneo,
ch’entro alla notte de’ celesti
arcani
vede altamente, interprete del
fato,
e degli dèi, propone
che la mente del Ciel da Febo
intenda
uom pio dei nostri. A tanto onor
fui scelto,
né ’l meritai. L’opra eseguita, in
breve
tornai da Delfo; infausto nunzio a
pochi,
felice a molti.
«Una fanciulla epitida, matura
scelga la sorte, e s’offerisca a
Dite
quando più tinge il ciel la notte
oscura».
Così Pitio cantò. Questo è
l’oracolo;
io lo portai. Fioriscono due sole
vergini in questo punto, in cui
s’adempie
la richista di Febo:
Arena di Licisco,
Merope, e tu lo sai, d’Aristodemo.
L’altre d’età incapace, e sul
primiero
limitar della vita,
men lagrimosa perdita e men grave,
credesi che non sien chieste da
Dite,
a cui rimessa ha la vendetta il
cielo.
Son posti in piccol’urna i nomi
adunque
di Merope, e d’Arena,
in cui si sente vivamente il
danno,
e che lascian di sé lutto solenne.
Trema Licisco, e pave
Aristodemo. La Messenia pende
attonita dal caso,
ch’oggi a favor di Merope condanna
Arena al sacrifizio. Un pianto
solo
resta di due timori.
Respira Aristodemo;
Licisco infuriato
implora in suo soccorso uomini e
dèi.
Niega che Arena a lui sia figlia,
niega
di darla al sacerdote;
chiede prove il Senato,
protesta Aristodemo,
re non s’elegge; e sta sospesa
Itome.
Io dal confuso popolo mi traggo,
abborrisco l’aspetto
delle cose turbate, e vonne al
tempio
lassù di Giove ad aspetarne il
fine.
POLICARE
Gran cose ascolto. Io, quando ardì
Panormo
fingersi Dio, da molli fasce
avvolto
innocente vivea. Sentito ho poi
da molti il caso variamente e
poco,
con mio stupore, a detestarlo.
Solo
Ofioneo significò pur dianzi
ciò che ogn’altro tacea, che la
cagione
del nostro mal fu de’ garzoni il
fallo.
TISI
Spesso un misfatto prospero e
felice
è chiamato virtù. La miglior parte
non assentì con la maggior, ma
tacque.
Così restò impunito:
o che fosse destino
della Messenia o dell’umano fasto
delitto, del commesso assai
maggiore.
POLICARE
Ma di Licisco?
TISI
O trovar deve il padre
d’Arena, o consegnarla.
POLICARE
E se trovasse
il genitor?
TISI
Ritorna
nello stato di prima il dubbio, a
cui
tocchi di dar la vittima. O che
forse
nella rimasta sola
figlia d’Amfia fora eseguito il
duro
imperio della delfica risposta,
se vanno esenti le bambine.
POLICARE
O santi
numi del ciel, no ’l consentite!
TISI
Alfine
padre sarà Licisco. E qual più
certo
segno che ’l suo dolor? Quanto
s’affanna,
altrettanto s’accusa.
Ma che parla colui, che frettoloso
ed attonito vien?
POLICARE
Messo è di corte.
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