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Carlo de’ Dottori
Aristodemo

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  • ATTO I
    • SCENA VI
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SCENA VI

NUTRICE, MEROPE.

 

NUTRICE

Figlia e signora, è vero:

sempre è bella virtù dovunque alberghi;

ma quest’anima grande, immobil tanto

alla varia Fortuna, e questo eccelso

petto, che morte e vita incontra, e nulla

o poco almeno, si rallegra e turba,

degno è d’eroe, d’invidia al sesso forte,

di stupore a natura. Oh meraviglia!

Allor che ’l nome tuo l’urna chiudea

e che tua nobil vita

dall’arbitrio del caso, oimé, pendea,

distruggevasi Amfia,

Policare languia,

sospirava il gran padre, e a viva forza

d’una virtù sublime

il pianto trattenea,

e tu sola potevi il proprio lutto

mirar col ciglio asciutto!

Or che torni a te stessa, a’ genitori,

a Policare tuo, mentre la patria,

non che ’l tuo sangue, esulta,

con sì deboli segni

di lieto cor l’alta ventura incontri?

 

MEROPE

Nulla osservi, o Nutrice,

di severo o d’insolito, che possa

meritar questa o meraviglia o lode.

Ho senso per i mali,

ma per quei della patria. I miei non furo

e non parvero mali;

ché troppo gloriosa era la morte

per atterrirmi. Orsù, fur mali, e torna

il bene: io lo ricevo: è questo forse

altro ben, che ’l goduto,

pria che ’l male apparisse? Io pur son quella

Merope stessa, e sono

figlia d’Aristodemo,

pronipote d’Epito, e imitar deggio

i costumi degli avi, e con la sorte

moderarmi d’Arena.

 

NUTRICE

Ma non merta una vita

donata dagli dèi sì poca stima,

che non gli applauda ogni pensier più grande,

e più severo.

 

MEROPE

Il dono

è grande; e grande era l’onor di quella

morte liberatrice

della Messenia. S’io perdea la vita,

cosa frale perdeva: eterno acquisto

era quel della fama; e dalla plebe

dell’anime distinta

l’ombra mia segnalata ita sarebbe

maggior dell’altre alle tenarie vie.

 

NUTRICE

Figlia, termina il fasto

col rogo, e non arriva

a insuperbir fra i morti.

 

MEROPE

Il merto ha premi

anco fra l’ombre, e separata stanza

ha la virtù. Sono distinti i casi,

distinti i luoghi, e per grand’atto fassi

grande anco un’ombra.

 

NUTRICE

Ombra quantunque grande

non ti volea Policare. Ah, per lui

cara ti fia la vita! Egli è ben degno

di te; tu l’eleggesti; e basta questo

testimon del tu’ affetto

per farnel degno. Or se di lui ti cale,

di te ti caglia, e mostra

che ti piaccia una vita,

che piace a lui. Questo è pur troppo un segno

ordinario e comun, che non ti toglie

di seno alcun de’ tuo’ riguardi alteri.

 

MEROPE

Generoso è Policare, e non chiede

da tenerezze molli

prove dell’amor mio.

 

NUTRICE

Par che tu abusi

il favor degli dèi, che ti sia grave

la vita, o figlia. A che pugnar con questo

rigor con la natura,

e scacciar ostinata il dolce nome

e ’l piacer della vita?

 

MEROPE

Io non ricuso

la sorte mia. Ma non so già se porti

dallo scorso periglio

qualche men grata impression la vita,

che bella non m’appar com’io sperai,

e men lieta, e men avida, l’incontro.

 

NUTRICE

Il passato timor non t’assicura.

Vedi s’i giorni tuoi volger sereni,

figlia, ti mostra d’ogni parte il Fato;

vedi com’oggi porta

la salute alla Patria, il regno al padre,

a te lo sposo.

 

MEROPE

A me lo sposo. Or questa

speranza adorna sola

la vita a cui ritorno. Io ti confesso

ch’una perdita sola

perdita mi parea. La patria, il padre,

la vita, le fortune,

cose o scordate o non amare almeno

nel pensier di lasciarle.

Sol Policare mio,

perdita grave e certa,

mi destava un pensiero,

in cui tutta apparia, quant’è, la morte.

 

NUTRICE

E in questo solo acquisto

bella t’apparirà, com’è, la vita.

 

MEROPE

Di Policare sono,

a lui vivrò.

 

NUTRICE

Vivrai, nobile dono

della pietà celeste,

onor della Messenia, amor d’Itome.

 

 




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