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Carlo de’ Dottori
Aristodemo

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  • ATTO I
    • SCENA VII
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SCENA VII

ARISTODEMO, SOLDATO.

 

ARISTODEMO

O troppo nel donar facili dèi,

ma difficili ah troppo

nel conservar i fuggitivi doni!

Sceglie la sorte Arena,

e Merope rifiuta! Arena fugge,

e la mia figlia a nuovo rischio espone!

Restan gli dèi scherniti? O chiedon questa

se perdonano a quella? Il Cielo è forse

diviso in parti? E alcun de’ numi è fatto

compagno della fuga? O Febo mente?

Né son placati i Castori? E non basta

una vittima a Dite? Ah, ch’uman senso

è cieco, è sordo, e tenebroso il calle

dell’umana prudenza. In che diffidi,

troppo molle pensier? Béndati, e segui

l’ordine del destino,

che qual impeto d’onda, allor che sciolte

delle tepide etesie al fiato estivo

le nevi pirenee cadono in fiumi,

arbitro delle cose il tutto abbatte,

e seco tragge ruinoso al fondo.

Ma che? Trascurerà l’uom forte e saggio

ciò che detta ragione,

e natura comanda?

 

SOLDATO

 È già in procinto

spedito stuol d’arcieri nostri, a cui

scelsi i destrier più rapidi, che mandi

Argo o Tessaglia, e voleran per l’orme

del fuggito Licisco,

qualor tu ’l chieda.

 

ARISTODEMO

Ite, allentate i freni,

sollecitate ai corridori il fianco

e superate le saette e i venti.

Ritornate agli dèi l’ostia involata,

pace alla patria, a me la figlia (ah, dove

mi portava l’affetto?), al Genio, al nome

dell’invitta Messenia il pregio antico.

Se lo vieta Licisco, e si difende,

castigate il ribelle;

ma voi, ch’alzaste altari

al domator di Cillaro, al feroce

lottator amicleo, fanciulle, intanto

spargete incensi e cominciate il canto.

 

CORO

Mentre salgono al ciel fumi odorati,

e risplende ogni altare

di fiamme sacre, in ciel s’acqueti il vento,

e al canto nostro intento

senza timor de’ procellosi fiati,

stenda le terga affaticate il mare.

Pace spirin le chiare

sante faci ledee: miri benigno,

e pace canti in fra le stelle il Cigno.

     De’ Castori tra noi risuona il nome;

chieggon pace i Messenii

ai figli del Tonante oggi, e di Leda.

In questo giorno ah ceda

l’ombrosa Amicla alla sassosa Itome;

lascia l’Eurota, o prole eterea, e vieni.

Diano i sonori freni

segno della venuta, e quanto un solo

Cillaro può dica percosso il suolo.

     Voi Nettuno ammirò del mar non uso

all’oltraggio de’ remi

tentar ignoti e formidandi casi.

Voi sul barbaro Fasi,

vinto il rigido Fato e ’l re deluso,

lieti portaste alla Tessaglia i premi.

Corse su i lidi estremi

attonito il Pelasgo, e ornò d’alloro

le sacre fronti e l’ariete d’oro.

     Sull’ampio Alfeo gli omeri forti e ’l seno

tu, Polluce, nudasti

prima, e di piombo ti suonò la destra.

men nobil palestra

Castore esercitò; né si dovieno

dar principii all’Olimpica men vasti.

Ché in quei primi contrasti

lottar con meraviglia il Greco vide

d’elea polve e di membra orrido Alcide.

     Egli v’ornò dell’iperboreo olivo

prima le chiome bionde,

e consacrò le gare illustri a Giove.

Tali ah venite dove

vi porge il coro nostro inno votivo,

d’alloro cinti e di palladia fronde.

O quali in sulle sponde

del patrio Eurota, o del Taigeto ombroso

dopo l’armi cercate alto riposo.

     O quali atra tempesta in mar feroce

ad appianar scendete,

auree stelle di pace a’ naviganti.

Stagnansi i flutti erranti,

fuggon le nubi, e il fiero stuol veloce

de’ venti fugge alle caverne usate.

Pigra e innocente estate

occupa l’aria; e nel primiero sito

tornato il mar, bacia, non urta il lito.

     Tali ah venite a noi; così risplenda

pacifica e clemente

oggi a Messenia la tindarea stella.

Cessi omai la procella,

ed in placida calma il fianco stenda

oggi, vostra mercé, la stanca gente.

Passin con l’ombra algente

della vergine offerta al negro Averno

i mali nostri, e sia ’l riposo eterno.

 





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