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Carlo de’ Dottori
Aristodemo

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  • ATTO II
    • SCENA II
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SCENA II

AMFIA, SOLDATO, NUTRICE, TISI in disparte.

 

AMFIA

Ferma i passi, o guerrier, narrami quanto

Oprò, vide o sentì la schiera vostra

nel seguitar Licisco.

 

SOLDATO

O donna eccelsa,

ben che fretta importante

al Senato mi spinga, a te pur deggio,

moglie d’Aristodemo e già vicina

ad essermi regina,

anco obbedir. Sollecito e spedito

di Licisco seguì l’orme il drappello,

ed io compagno all’opra,

anzi dell’opra stessa

non picciolo calor, primo scopersi

Licisco fuggitivo ove il Taigeto

veste d’antica selva il piede ombroso,

che negra d’elci, irta di pini, opaca

di vecchie querce, in più d’un luogo appoggia

i tronchi annosi e stanchi

alle vicine vigorose travi,

e col nerbo dell’un l’altro sostiene.

Così folto, difficile e mal certo

si rende il bosco; e, ricusato il giorno

dall’ombre pertinaci, un pigro e mesto

aer vi siede. Io lo scopersi appunto

che, avvistosi di noi, verso la selva

a tutta briglia il corridor spingea.

Noi lo seguimmo, e minacciando pure

di saettar le fuggitive terga,

rapidamente l’incalzammo. Arena,

accusata dall’abito e dal crine,

prima fuggìa: seguia Licisco, e dietro

un giovanetto servo. Alfine, o fosse

avvantaggio di spazio, o lena forte

de’ lor destrieri, o qualche Dio nemico

alla Messenia, ricovrolli il bosco,

e li difese; ch’a ferir le piante

se n’andar le saette

drizzate a lui con disperato fine

di punirlo o fermarlo. Entrammo dopo,

ma fu cercato e minacciato invano

per l’indistinto errore

e la confusa libertà del bosco.

Sdegno, stupor, vergogna

in noi rimase; e dopo lunga e vana

diligente ricerca, usciti a vista

delle tende spartane,

entrar vedemmo il ribellato padre

e la figlia seguace, accolti e forse

istigati alla fuga.

Noi pochi e stanchi, inabili ad impresa

e difficile e grande,

torniam dolenti ad avvisarne Itome.

 

AMFIA

Ecco certi i prodigi,

ecco i segni veraci.

 

NUTRICE

Ah dèi, che sento?

 

 




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