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SCENA IV
ARISTODEMO, AMFIA in
disparte.
ARISTODEMO
Hai vinto, Sparta, hai vinto:
pur son teco gli dèi. Nessun di
loro
resta a Messenia, o restano i
perdenti.
Or chi darà la vittima, s’Arena
più non può darsi? Ofioneo
protesta,
insta, minaccia, e chiede un
cambio eguale.
Ha da sacrificarsi una fanciulla
del sangue nostro a Dite.
Ma dove il petto antico? Ov’è la
dura
virtù, che ammira il vincitor
d’Eurota
nel sangue degli Epitidi feroce?
Sento rapirmi: e non so dove; e
pure
pur son rapito. Assai maggior
dell’uso
l’animo ferve intumidito e volge
pensieri eccelsi. Non ardisce
ancora
confessarsi a se stesso. Ah, non
ha vinto
Sparta! Espugnar bisogna
il cor d’Aristodemo. Itene,
affetti,
itene, o tenerezze; e tu, natura,
volgi altrove la fronte. Oggi mi
svelgo
il cor dal sen: Merope dono a
Dite.
Crudel, ma generoso
sì; redimer mi piace
con parte del mio sangue un regno
intiero.
Ritornate, o da noi partiti numi;
Merope è vostra. Errò la sorte: il
padre
non errando la dona. In lei
s’adempia
la richiesta di Febo. Ogn’altra io
scuso
per innocenza d’anni;
le colpe dell’età, dell’esser mia,
dell’affetto comun Merope tiene;
le pagherà. Sì fatta
piace al rigido Inferno; e tal sen
vada,
ombra nobile e grande,
ad occupar l’ombre d’Eliso, e
mostri
quanta sia; quanto sdegno
consumasse de’ Castori; e con
quale
apparato d’oracolo e d’altare
e di pubblico lutto a Stige
arrivi.
Olà, Messenii: manca
Arena, ma non manca ostia a
Cocito.
Sien placati gli dèi.
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