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SCENA V
AMFIA, ARISTODEMO,
TISI in fine.
AMFIA
Fra i Messenii io pur sono
non ultima, e non vile, e nella
vita
dell’offerta fanciulla
ho la metà delle ragioni; e prima
che cederle ad alcuno,
cederò questa vita omai stancata
da lunghi mali. Aristodemo, ah
troppo
è barbaro il pensier per greco
padre,
s’esser padre rammenti; e non
rifiuti
a Natura i suo’ doni, e non
calpesti
le leggi; e furioso
non rompi il dolce vincolo
d’amore.
Or quali, or quali sono
gli dèi che inviti a ritornarsi a
noi?
Qual pietoso spettacolo prepari
degno di lor presenza? Un padre
uccide
la figliuola non chiesta, anzi dal
Cielo
preservata pur dianzi, e
spettatori
gli dèi chiama dell’opra?
Quel che davi dolente e a forza or
doni
volontario e non mesto? A te
s’aspetta
dar legge al ciel? Così abusato è
il grande
dono di sua pietà? Così placati
gli dèi saranno e soddisfatto
Averno?
ARISTODEMO
Donna, né a te s’aspetta
dar legge a me, che sento il duol,
ma il duolo
non mi toglie a me stesso. Or
dimmi, e quale
vittima resta, s’è perduta Arena?
Ah, si fregi di questo
atto di volontà nobile e grande
ciò che diamo costretti; e paia
dono
l’obbligo necessario. A che
avvilirlo,
con inutile pianto? Ornar più
tosto
convien di generosa alta apparenza
ciò che si rende al Ciel, ciò
ch’esser noto
deve a tutta la Grecia, e sulle
penne
di non bugiarda Fama
volar eterno alle venture etadi.
AMFIA
E pur è ver! Determinato è questo
funesto, abominevole pensiero!
Tua mente il concepì! l’anima
fiera
senza orror lo trattiene!
E m’adorna un dolor tanto difforme
di vani fregi! Io guiderò
all’altare
sì, sì, Merope nostra. Io d’aspra
fune
le stringerò le molli braccia al
tergo;
io canterò l’orrendo voto. O Dio!
Vuoi più? Vuoi ch’io ferisca? Ah,
questa cruda
destra baciata indarno,
e bagnata di lagrime infelici,
certo di man mi leverà la scure.
Aristodemo, Aristodemo, padre,
sposo, nomi già dolci! O Dio, tu
soffri
l’orribil faccia d’un pensier sì
atroce,
e l’aspetto non tolleri di questa
moglie e madre dolente?
ARISTODEMO
Ad altro tempo
serba, donna, le lagrime. I
Messenii
attendono quest’atto,
o lo vorran. Le violenze abborro.
Libera io do la figlia al
sacerdote,
prima che prigioniera; e degno io
resto
di duello scettro a che m’acclama
Itome.
AMFIA
Vorran questa i Messenii
vittima, che non fugge, e mal
difesa
dal padre stesso. Or che non vassi
prima
a trar di mano al vincitor superbo
la trafugata e l’usurpata Arena?
Qual più degna cagion d’impiegar
queste
reliquie di virtù? Ma si perdoni
al profano Licisco, e vegga Arena
dalle torri spartane
di mia figlia innocente in pace il
rogo,
e sieda in ozio Itome
a sì fiero spettacolo e sì
ingiusto:
così permette il padre, e con tal
prezzo
compra l’applauso delle genti e ’l
trono.
Ah, tolga Dio che ’l regal manto
cinga
il sangue della figlia
al padre ambizioso.
ARISTODEMO
Io non pretendo
di salirvi così. Più cauta, Amfia;
la dignità del genio mio
s’offende.
Amo, qual deve uom forte,
più che la figlia mia la patria e
’l nome.
AMFIA
Gran parte sono della patria i
figli.
ARISTODEMO
E dansi per la patria.
AMFIA
Dansi lecitamente.
ARISTODEMO
Non è lecito sol, ma degno il
caso.
AMFIA
Il caso ha scelto Arena.
ARISTODEMO
Ed il caso l’ha tolta.
AMFIA
Chi chiede il sacrifizio, il caso
o Febo?
ARISTODEMO
Certo, il delfico nume.
AMFIA
Or a lui s’obbedisca e torni il
nome
di Merope nell’urna ov’altri sieno
e disponga Fortuna. Io non ricuso
di ritentarla.
ARISTODEMO
Invidiata è questa
sorte dagli astri avversi. Ha
figlie Dami
e n’ha Cleone, ma dall’urna
escluse
per l’incapace età. Tisi dirallo,
ch’opportuno qui giunge.
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