Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Carlo de’ Dottori
Aristodemo

IntraText CT - Lettura del testo

  • ATTO II
    • SCENA VII
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

SCENA VII

AMFIA, TISI.

 

AMFIA

Udite strana legge,

che mi porge e mi limita il dolore!

Che approvi le mie pene, e che a misura

d’una falsa ragione il cor le senta,

com’esser puote? O del mio duol tiranno

più tiranno divieto! Anco m’è tolta

la libertà del pianto? Anco son tolte

al funeral di Merope infelice

le lagrime materne? Ah, non fia tolto

il sangue: onor più degno, onor più grande,

e più caro ad Averno.

Del morir quando io voglia

l’arbitrio è mio. Mi si può tor la vita,

ma non la morte.

 

TISI

Non è virtù temer la vita, Amfia,

ma l’ostare ai gran mali.

 

AMFIA

È lieve il duolo

capace di consiglio.

 

TISI

I proprii casi,

o nobil donna, fuor di tempo aggravi.

Così penoso è ’l mal, come la strada,

che guida al male.

Degli umani giudizii

spesso ride Fortuna, e ’l fin diverso

dall’atteso prepara.

 

AMFIA

 Ov’è Fortuna?

Aristodemo è la Fortuna e il Fato:

ei condanna la figlia.

 

TISI

E la Fortuna,

e ’l Cielo Arena. E chi può dir qual sia

la mente del destin prima che cada

sulla vittima il colpo?

 

AMFIA

Ah, moribonde

scintille di speranza! Ah, di pietoso

consolator dolci lusinghe, e vane!

Disposto il padre ha della figlia, ed io

della madre ho disposto.

 

TISI

Furiosa ella parte. Oh qual feroce

spirito infiamma il volto! Oh quanti il volto

affetti esprime! Frettolosa, incerta

muove il piè, come suole

agitata baccante. O dèi, prendete

cura o pietà della Messenia almeno!

 

CORO

O sapienza eterna di natura,

che dai legge alle stelle e che l’immensa

mole del ciel con certo moto aggiri,

perché dispor con ansiosa cura

l’eteree vie così, che ’l freddo verno

ora nudi la selva,

or torni l’ombra al bosco,

ora il fervido Cancro

Cerere imbiondi, ora s’invecchi e tempri

le forze sue men vigoroso l’anno,

e lasciar senza alcuna

regola poi le cose umane esposte

all’arbitrio incostante di Fortuna?

Quaggiù tutto disordina o confonde

il caso cieco, e con occulto inganno

la prudenza delude,

defrauda le speranze,

e con diverso fin dal preveduto

termina gli atti nostri e l’opre chiude.

Nascon guerre da pace,

quiete da tumulto, amor dall’odio,

dal possesso desio, tema dal certo,

perigli dal sicuro, error dal lume,

tutto confuso al fin, mobile incerto

più che mar, più che vento,

più che libica arena,

e in cento dubbii e cento

pur v’è chi trovi ombra di vero appena.

Non fu così turbato

certo l’umano stato

quando era inerme e giovanetto il mondo,

e dal regno non anco

discacciato Saturno,

non insegnava ad usurparsi i regni

lo stesso Giove, e nutrir gare e sdegni.

O allor quando diviso

in tre gran parti il tutto,

non sì orrendi e nocivi

sapea temprar i fulmini Vulcano,

e con indotta mano

il mal uso Tonante

imparava ad aprir le aeree nubi,

e nelle querce sol, solo ne’ faggi

drizzando i colpi, esercitava il braccio.

Quando il fiero Nettuno,

re inesperto de’ mari,

pacifico reggea flutti innocenti;

sapevano i venti

turbar le calme all’Oceano, intatto

anco da remi e dalle prore audaci.

Quando a dar legge all’ombre

giunto di nuovo il rigoroso Dite,

trovò il Tartaro vuoto,

ozioso il nocchier, le Furie e ’l Cane

quasi che mansueti,

e ne’ principii suoi rozzo l’Inferno.

La terra, che fu poi nido de’ mostri,

per anco non avea purgato Alcide,

e dipintone il Cielo.

Non s’armava Orion, né splendea l’Orsa,

né la Pleiade acquosa o ’l Cane estivo.

Tizio non occupava

con l’ampie terga al pallidOrco i campi;

Ission non volgea

la rota eterna, e Tantalo assetato

non sospirava ancor l’onda fugace.

O felici quei primi uomini rozzi,

a cui davano gli antri albergo e l’ombre,

facil bevanda il rio, cibi non compri

il pino, il sorbo, e lieta mensa il prato!

Il ciel non risplendea

d’immagini temute, il mar tacea,

stava chiuso l’Inferno, e l’uomo in pace.

Nacquer odii e timori,

ambiziosi amori

quindi, e nacque Fortuna. Or togli quella

peste dall’uom, tolta è Fortuna anch’ella.

 





Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License