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Carlo de’ Dottori
Aristodemo

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  • ATTO III
    • SCENA III
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SCENA III

MEROPE, POLICARE.

 

MEROPE

Policare, vicino

è ’l fin della mia vita. Il colpo attendo,

che libera la patria, e mi preparo

a non temergloriosa morte.

Io vado, e nulla meco

porterò di più nobile e più degno

della mia . Tu le memorie mie

pietoso accogli, e vivi.

Un cener poco, un molto amor ti lascio;

prendine cura. Unico e dolce erede

de’ miei candidi affetti,

rendi l’ossa al sepolcro e serba il nome.

Duolmi di te; ma di morir mi piace

per te, che sei compreso

nella Messenia liberata gente.

Così ’l mio sangue pur ti plachi il Cielo,

ti concilii Fortuna. Io fra le opache

ombre d’Eliso andrò narrando i casi;

e dell’istoria mia non poca parte

Policare sarà: sì che ’l tuo nome

fie per la lingua mia, se parlan l’ombre,

prima dell’ombra tua noto agli Elisii.

Tu, deh frena i lamenti; e sol di due

picciole lagrimette il cener bagna,

ultimo onor, più caro

dell’arabe fragranze;

e coteneri uffizii,

deh, per pietà la madre mia consola.

 

POLICARE

Ch’io viva? Io ti dia tomba? Io così vile,

crudel, ti sembro? E tal m’amasti? e tale

che se ferro mancasse o tosco o laccio,

non possa solo uccidermi il dolore?

Merope, o tu mi tenti, o tu non m’ami.

Testificar saprò ben io la fede

e l’amor mio. Va, raccomanda l’ossa

e l’onor del sepolcro a chi non deve

teco perir. Se mi toccasse, o dèi,

un rogo istesso, e mescolar nell’urna

le polveri felici, io già v’assolvo,

ed assolvo Fortuna.

Scompagnata da me tu non vedrai,

Merope, Averno. Attenderò sul lido

la tua venuta, e varcheremo insieme,

per le tenebre cieche e per l’ignote

vie del sepolto mondo

precederò. Lusingherotti il Cane,

difenderò i tuoi passi

dalle pesti di Abisso. Ah, qual Erinni,

qual Cerbero vedendo ombrabella,

stupido e riverente

non deporrà l’orgoglio,

e non ti lascerà libero il calle?

Né sarò vil compagno: a te bel fregio

darà l’opra famosa, a me la fede.

Tu con atto magnanimo non temi

la morte per la patria, e tu vorrai,

s’io per te muoro, invidiar la lode

al mio seguace amor? Sarai gelosa

di tua virtù, che non s’imiti, e tanto

altri non osi?

Se disprezzi il compagno,

non amasti lo sposo. Altri che morte

congiunger non ci può. Separa morte

le basse, e non l’eccelse anime amanti.

Ma non è questo il talamo e la face,

misero, ch’io sperai. Non sull’erbose

rive del pigro Lete

teco fra l’ombre aver letto infecondo,

e con amplessi vani e freddi baci,

sterili, e senza suon nudrir un muto

e vano amor d’inefficaci affetti.

Non so chi ti condanni altri che ’l padre,

o ambizioso o ingiusto,

so qual dio, qual dura

umana legge ad obbedir ti sforzi.

Vive Arena pur anco,

in cui cadde la sorte. A te non tocca

non sortita cader. Non ti condanna

chi pria t’assolse. E tu vorrai la vece

sostener d’una vittima fuggita,

incerta dell’evento e della lode,

certa solo del danno?

 

MEROPE

S’io non ti salvo, perdo

la metà de’ miei voti.

In te la miglior parte

pere della Messenia. Ah resta, e attendi

dal voler della Parca il fin degli anni.

Io son vittima propria. Errò Fortuna

nel dispor di mia vita, ed ha perdute

le sue ragioni in quell’error fatale.

Sola io resto, e mi piace

non dipender da lei; ch’ignobil fora

l’obbligo seco o l’odio. Io cado offerta

dal padre, e confermata

dal sacro Ofioneo, tra mille applausi

d’un popolo salvato, e vuoi ch’io fugga?

Tu, se pèri, chi salvi? E chi t’elegge?

Deh, non voler che resti

questa invidia di me. Lascia ch’io vada

sola e innocente a Stige.

Se meco vieni, io meno ad Eaco avanti

il testimon d’una insolente colpa.

Resta, e più fortunata

godi la patria, or ch’io la rendo tale.

E ricordati almen, s’ad altra in seno

di posseder t’è dato

felici amori, ampie fortune e figli,

che questo dono è mio; che la mia morte

che salvò la Messenia, a te diè vita,

e sposa e dote e prole.

Un’ombra nuda, ch’io sarò tra poco,

gelida amante ed infeconda moglie,

a ragion non ti piace.

 

POLICARE

Vuoi ch’io viva, e m’uccidi

con amari rimproveri. Ma senti.

Ampia e nota è la via che mena a Dite,

ma se fosse anco ignota,

la troverei: se niuna,

la farei per seguirti. O vuoi compagno

o vuoi servo, o mi tolleri o rifiuti,

indivisibilmente a tergo al fianco

io ti sarò. Febo t’elegge? Amore

maggior di Febo impon che teco io vegna.

Tu liberi la patria, ed io me stesso:

la tua sorte è la mia. Più non ti chiedo

se ti spinga a morir caso, ragione,

giustizia o forza; sol ti chiedo quando

s’ha da morir. Sol tua bontà conceda,

ch’io generoso men (per me non priego)

deplori queste tue somme bellezze,

ch’io perdo eternamente, e le cadute

misere mie speranze.

 

MEROPE

Questa perdita è indegna

delle lagrime tue. Quel che deplori,

quel dunque amasti? Io mi credea che ’l meno

che ti piacesse in me fosse il mio volto.

A che dunque seguir quel che men prezzi?

 

POLICARE

Io volentier confesso

d’esser men forte. Il tuo corpo mi piacque,

sede d’una bell’anima; e fin tanto

ch’io son uomo, e non ombra

piango le cose umanamente amate.

Se tu resti col corpo, io seco resto;

se l’abbandoni, io l’abbandono. Ah, cessa,

Merope, di tentarmi. Ah, non si cerchi

con importuni intempestivi affanni

di pregustar la già vicina morte.

 

 




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