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Carlo de’ Dottori
Aristodemo

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  • ATTO III
    • SCENA V
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SCENA V

NUTRICE, POLICARE.

 

NUTRICE

Pigri, e imbelli siam noi, se posta in uso

dell’ingegnoso Amore

non è l’arte e l’ardir. Così vilmente

cederemo a Fortuna? e al primo impulso

della sua mano al precipizio andremo?

troverai difesa

degna d’amante? E contro al Fato avverso

userai femminili armi di pianto?

Non sarà chi s’opponga? e chi deluda

il forsennato e forse

d’Aristodemo interessato zelo?

Né chi l’ambiziosa

fiera virtù della fanciulla espugni?

Policare, io son donna, e curva omai

sotto il peso degli anni: e serva io sono.

Tu giovane ed amante,

e di chiara prosapia, odi i mie’ detti.

Deh, per Dio, non lasciar che questa bella

sposa tua, figlia mia, per vano orgoglio

d’ostentata virtù danni sé stessa.

Nulla si toglie a’ dèi, nulla alla patria:

a ingiusto genitor figlia innocente,

e quel ch’è tuo ti togli.

Fuggì la condannata

vergine, e non dovrà fuggir l’assolta?

Forse che non eletta

perisce inutilmente; e forse il prezzo

chiesto per la messenica salute

non è il suo capo.

Sono pur anco in ciel que’ stessi dèi,

che l’han protetta, e forse

non pentita è Fortuna

di favorirla e attende

chi la provochi. Al fine

l’ozio tuo la condanna. Ergiti, o figlio,

e qualche nobil opra

degna di lei, degna di te prepara.

 

POLICARE

Se non ricusa d’incontrar la morte,

come per forza ha da restar in vita?

Se questa nostra ignobiltà di mezzo

ad abborrir la conducesse il fine,

quanto sarìa Policare infelice!

 

NUTRICE

Della sua lingua è men feroce il core.

Sosterrà mille morti

pria che parlar men generosa. Il sesso

è però molle. Amore

gran forza ha in nobil petto:

reclamerà natura,

comanderalle imperioso amore,

che della forza si compiaccia e viva.

S’opri, il rischio è di morte;

se cessi, è morte certa.

 

POLICARE

Ecco, o nutrice,

un rischio non minor: l’offender lei.

 

NUTRICE

Vie più l’offendi

a lasciarla perir.

 

POLICARE

Che più si tarda?

Chi nulla può sperar, nulla disperi.

 

NUTRICE

Nulla più, no: ma se ben dritto io miro,

forza giovar non può. S’usi l’inganno.

 

POLICARE

S’usi purché si salvi, e poi mi tocchi

sul Caucaso gelato

di dar vece a Prometeo, e sotto il peso

d’Etna giacer perché Tifeo respiri.

 

NUTRICE

Non sarà sì colpevol la frode.

Vieni, e del mio pensiero

rapido esecutor previeni il padre.

 

 




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