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SCENA VI
OFIONEO.
OFIONEO
Oh come sferza i rapidi destrieri
per tuffarsi nell’onda il sol
cadente!
Forse affretta quell’opra, a cui
concorse
insegnandola a Delfo?
fugge di vederla? O discacciato
fugge dal nostro error? Ma qual
errore
può nel certo cader? Merope è
sola.
Né per la mente mia, non mai da
Febo
delusa, odo pensiero
che voglia dubitar, non che
riprenda.
Ministri, preparate
un negro altare a Dite, uno alla
trina
Ecate, un altro all’Erebo, alla
Notte;
e nuovo latte, e vino antico e
Sangue,
e di pigra palude
onda pallida e grave.
Di steril felce e di funebre tasso
coronate le tempie, e d’atre
bende.
Mostrin l’orrida pompa
fiaccole meste, e sia ’l silenzio
inditto
religioso e grande.
Oh con che stranio rito
plachiam gli dèi! Sono lassù
tant’ire?
Ma quaggiù tante colpe? Ah, per
natura
erra l’uomo e non Dio. Chiedesi
eguale
l’obbedienza umana
all’imperio del Ciel, che mai non
erra,
Tutto si rende a lui, nulla si
dona;
e quando chiede, è segno
che gradir voglia il sacrifizio.
Quindi
pace promette a noi; che sia
distrutta
dal castigo la colpa.
Così tornan li dèi. Sorge da
questa
notte alla patria il tramontato
lume.
Darà il cipresso allori,
darà il fato d’un sol vita ad un
regno;
ed adorna di queste
glorie l’ombra felice andrà pei
campi,
che lento bagna e taciturno Lete
da cento elisii eroi mostrata a
dito.
A che dolersi? o presto o tardi
andremo
tutti dell’Orco alla magion
capace.
Scote a tutti egualmente
l’urna fatale il regnator d’Egina.
Visse assai chi ben visse,
e chi con atto egregio
onorandone il corso illustra il
fine.
CORO
Sotto al selvoso Tenaro una rupe
s’apre in negra voragine, che mena
alle stanze de’ morti orride e
cupe.
Passano l’ombre ignude
per questa via che, su ’l
principio angusta,
vassi poi dilatando ed in immenso
spazio termina al fine,
dove un immoto e denso
aer si ferma, e dove
perisce l’uman genere sommerso.
Né faticoso è ’l calle;
guida la stessa via facile e
china;
e stimolate son l’ombre al cammino
come talor da rapido reflusso
rapite son le involontarie navi.
Necessità d’inesorabil Fato
qui tragge ogni mortal. Veder
bisogna
la stigia notte e ’l mesto
fin delle cose. Navigar per l’onda
ultima d’Acheronte. Udir conviene
da tre gole i latrati
del feroce custode dell’abisso,
ed inchinare il tribunal temuto
de’ rigorosi giudici dell’ombre.
Passa indistinto il re dal servo,
e sola
virtù distinta passa. A lei men
gravi
rende le nubi, onde se stessa
preme
la tenebrosa patria della morte.
Pronto è ’l nocchier per lei,
tacito il cane,
pio Radamanto ed arrendevol Dite.
Virtù che sprezza morte
dopo morte è sicura. Idre e
Chimere
vede, ma non paventa anima forte;
passa fra l’ombre nere
di Stige, e nulla teme.
Tema e virtù non han commerzio
insieme.
Il luogo della pena
a lei serve di via, per d’onde
passa
alla stanza del merto opaca,
amena.
Di pena orma non lassa
la stessa morte; e deve
esser da vita a vita un mezzo
breve.
Né crederiasi uscita
dalla stanza di pria s’alla
seconda
s’assomigliasse la sua prima vita.
Più che di Stige l’onda,
del mezzo della morte
è testimon la migliorata sorte.
Va, fanciulla magnanima, ch’un
breve
Sospiro il nome tuo porta alle
stelle.
Bella sei, ma beltà cosa è fugace,
e di breve stagion labile dono.
Così caldo vapor d’accesa estate
strugge i prati ridenti allor che
’l sole
egualmente divide il dì prolisso.
Vien rapito dal tempo
fulgor di molle guancia in quella
guisa
che le pallide foglie
abbatte al giglio moribondo, e
come
sugge fervido sol l’ostro alle
rose.
Non è dì, che non toglia
a beltà qualche spoglia.
Bella morrai. Se questo
fregio passa ne’ morti,
è tuo, teco lo porti.
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