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| Carlo de’ Dottori Aristodemo IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA II
santo amor, che mi guidi, ah sostenete di sì gran mole. Oh ben gittate basi! Oh fondamenti validi e robusti d’una lodevol macchina d’inganno! Se tanto io feci, or che far deve Amfia, e la nutrice? Egli se n’entra, e al varco l’attendono le donne acciò ch’e’ cada or che più crolla. Io palesar frattanto vo’ che Merope è mia; citar in prova la nutrice ed Amfia. La mia congiura guidi e protegga amor. Tu mi perdona, o della sposa mio genio pudico, la colpa, e fatta industriosa frode conosco ben l’anima altera e schiva; ma vieta Ofioneo ch’altri le parli, e più lontana da terreni affetti alla sacra bipenne. E s’anco rotto il fren religioso, Aristodemo cercasse il ver da lei, non andrà prima, che da noi non riceva un triplicato testimon concorde. Trabocca intanto il dì: passato il mezzo di quest’orrida notte, il sacrifizio è rimesso ad un’altra. Intanto il caso d’accidenti tra noi padre fecondo aprirà nuove strade. Amor darammi
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