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Carlo de’ Dottori
Aristodemo

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  • ATTO IV
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SCENA II

POLICARE.

 

POLICARE

Bella dea, che mi reggi,

santo amor, che mi guidi, ah sostenete

il principio felice

di sì gran mole. Oh ben gittate basi!

Oh fondamenti validi e robusti

d’una lodevol macchina d’inganno!

Se tanto io feci, or che far deve Amfia,

e la nutrice? Egli se n’entra, e al varco

l’attendono le donne acciò ch’e’ cada

or che più crolla. Io palesar frattanto

vo’ che Merope è mia; citar in prova

la nutrice ed Amfia. La mia congiura

guidi e protegga amor. Tu mi perdona,

o della sposa mio genio pudico,

se indegno è questo mezzo

di tua severità. Cangerà nome

la colpa, e fatta industriosa frode

meriterà poi lode.

Di Merope temer solo potrei:

conosco ben l’anima altera e schiva;

ma vieta Ofioneo ch’altri le parli,

acciò più pura vada

e più lontana da terreni affetti

alla sacra bipenne. E s’anco rotto

il fren religioso, Aristodemo

cercasse il ver da lei, non andrà prima,

che da noi non riceva

un triplicato testimon concorde.

Trabocca intanto il : passato il mezzo

di quest’orrida notte, il sacrifizio

è rimesso ad un’altra. Intanto il caso

d’accidenti tra noi padre fecondo

aprirà nuove strade. Amor darammi

nuovi consigli. Io vado.

 

 




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