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SCENA VI
ARISTODEMO.
ARISTODEMO
Così comincia il regno. Ecco la
prima
arte de’ re, dissimular le offese
per vendicarle.
Ma sia pur Dami re, sia pur
Cleone,
a cui le indegne figlie
non levano di man lo scettro
offerto.
Re mi volea Fortuna, Itome, il
Cielo;
la colpa della figlia
s’oppone al cielo, alla Fortuna,
al mondo,
e mi toglie il diadema, e macchia
il nostro
onor eternamente; il più temuto,
il più atroce de’ mali: in cui non
pecca
già nemico furor, già sorte
avversa,
o maligna influenza,
ma la sola malizia de’ congiunti,
inevitabil peste. Era sicuro
dall’invidia degli uomini,
dall’ire
di fortuna, l’uom forte;
né, se schiudeva l’Erebo i suoi
mostri,
domar potea virtù. La rabbia umana
s’armò contro sé stessa,
e per contaminar le parti intatte
stillò dalle corrotte empio
veleno,
che tal non versò mai libica
serpe,
né trascinato a sopportar il
giorno
Cerbero vomitò sul mar vicino.
Diede al mondo l’onor, tiranno
illustre,
carnefice adorato, e vinse il
crudo
ingegno dell’abisso, ed innocenti
rese le stelle, la fortuna, i
mostri.
O sventurato Aristodemo! O invano
generoso alla patria, a te
crudele!
Volli perder la figlia,
ma perderla innocente, e rea
l’acquisto.
La sua colpa la salva, e la sua
colpa
pur la condanna. È del peccato
grande
maggior l’effetto. La stagion
crudele
mi fa crudel; gli dèi negletti,
giusto:
la patria e ’l padre offesi,
giudice rigoroso; il mio furore
vendicator. O mal fuggito, o
sempre
empio Licisco! Io ti perdono il
duro
cambio, che per te feci,
ma degli scorni miei, di mie
sciagure
l’infelice cagion non ti perdono.
Orribile furor, sollecitato
da scherniti Messenii, a cui si
rende
la nostra fé sospetta,
che lo stesso indovin pur dianzi
accrebbe
co’ rimproveri acerbi,
vieni, e m’occupa omai. S’io non
son pieno
di te, scota la face,
e le pesti del crin crolli Megera;
quant’è, quanto sa farsi orrida,
vegna,
e di mostro maggior s’empia il mio
petto.
Per l’attonito sen scorre un
tumulto
non più sentito, ed alle pigre
mani
Insegna un non so che di violento,
e di feroce.
Sì, lo farò. Sia pena o sia
misfatto:
l’approveranno, o fuggiran li dèi.
Che approvino, che fuggano: sia
fatto!
CORO
Pera chi prima
dalle segrete viscere de’ monti
il già innocente ed or colpevol
ferro,
e non senza rossor della natura,
quel mostro palesò ch’ella copria
fra le cupe latebre della terra.
Ma vendicossi dell’umano oltraggio
natura, e fu l’ingegno umano
appunto
stromento alla vendetta,
che ’l rigor dell’acciaro
domato da Vulcano
volse in usberghi, in aste,
e produsse la guerra.
Fu allor che ’l primo indomito
destriero
l’ignoto freno morse,
non vile onor di Paletronia
incude,
e coperte d’acciar le membra
ignude,
tollerò prima il domator Lapita,
che ad accortar la vita
così fra l’armi più veloci corse.
Fu allor che di fortissimi recinti
si munir le città; che minacciose,
segni all’ire del ciel, crebber le
torri,
e che, levata ai fiumi
la libertà, fu sotto ad alte mura
acqua di nobil rio
condannata a passar, flutto
servile,
o levata al primiero
moto vivace, impaludarsi in una
squallida fossa, onda negletta e
bruna;
allor fu che cozzò ferreo montone
contro le mura, e che avventò fra’
merli
la balista feroce aste pennute.
Fu allor che si divisero le genti
in popoli distinti, e fatto
angusto
all’umana ingordigia il mondo
vasto,
sdegnò i primi confini,
e col ferro omicida
allontanò i vicini.
Fu allor, fu allora appunto,
che scoprironsi i re, che la
Fortuna,
dividendo dagl’infimi i supremi,
avvilì gli uni e in superbì negli
altri.
Quindi gli odii, le gare, e quindi
l’armi,
le stragi, le rapine,
e da turbine eterno
agitate vediam l’umane cose.
Quindi armiamo al Tonante
di folgori la destra, e nacquer
quindi
i mali nostri. O mal trovato
ferro,
per cui nuotan nel sangue
i patrii campi: ove sol Marte
miete,
Cerere esclusa, ove dall’empia
spada
tolto è l’uffizio all’ozioso
aratro!
E se non placa - i dèi d’abisso
Itome,
misere, ah come - ’l regno fia
distrutto!
L’ultimo lutto - l’indovin
predice,
gli ultimi danni.
Già per tant’anni - siam usate al
pianto,
che solo il Xanto - la metà ne
conta.
Una sol’onta - così lungo sdegnio
dunque produce!
O di Polluce - imitator insano,
e tu profano - Castore mal finto,
Sparta ebbe vinto - quando
profanaste
le are sacrate.
Torna all’usate - lagrime, o
dolore,
senta il furore - già del cor la
destra
fatta maestra - ’n flagellar
l’ignudo
seno dolente.
Il duol frequente - tiene sparso
il crine
alle rapine - della mano infesta;
e di funesta - voce di lamento
Eco risuona.
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