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| Carlo de’ Dottori Aristodemo IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA III
Mi soffre il cielo, o m’abborrisce? Un regno mi spaventa l’inferno, e dagli augurii affaticano il cielo, apron l’inferno. Di chi sarò, non sarò vile. È degno di tanta gara Aristodemo o giusto, o scelerato; purché invitto, e grande. L’offerir la figliuola alla salute della sua Patria, il castigar in lei contro l’onore, atti non son del volgo, né men che generosi. Offersi, e diedi Merope a Dite: e se morì in vendetta del sangue offeso, è la vendetta forse nume ignoto e plebeo fra quei d’Averno? se meritò nell’offerirla il padre? Se non peccai, di che pavento? Forse fu illusion, fu sogno, e vano parto ciò che veder mi parve: ah non fur due quelle ch’agli occhi miei squallide ed irte momentanee offerì l’egro pensiero. Tre son le Furie, e la mia figlia è sola; due larve io vidi: o nulla vidi peggio di me, d’Amfia. Se ’l fulmine cadesse, errar già non potrà. Qualunque pere di noi, pere nocente. Ah, chi mi toglie l’orror dal sen? Chi mi consola, o dèi? chi conferma di voi? Lasciato è questo de’ vani augelli? Ed infelice, io pendo
cui di Giove itomeo corona il tempio, solo, ed osserva diligente ancora. Tempra il duolo, signor: non vario fia dal giudizio dell’uom del cielo il cenno. Ma che vuol dir colui che quasi prigioniero vien fra soldati? Egli è Licisco: è desso.
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