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Carlo de’ Dottori
Aristodemo

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  • ATTO V
    • SCENA IV
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SCENA IV

LICISCO, ARISTODEMO, CORO, ERASITEA in fine

 

LICISCO

Licisco io son, quell’empio

fuggitivo, ribelle,

che m’ha chiamato ingiustamente Itome;

ma quel pio sfortunato,

che de’ chiamarmi giustamente in breve.

Licisco io son: né fui,

né son padre ad Arena.

 

ARISTODEMO

Qual nostro Dio, qual tuo furor ti guida

a riportar questo esecrabil capo

all’offesa tua patria? O quanto parti

mendace, e quanto torni! Ov’hai celata

la vittima agli dèi? Scoprila, al fine,

dall’infami latebre esca a sua voglia.

Altra in sua vece ad Acheronte è scesa,

e se conferma il sacrifizio il cielo,

più non tema l’altar: tema una vita

agli altari involata,

e lasciatale in pena

di sua viltà. Tu reo di colpe gravi,

infedel con la patria, empio col cielo,

giustamente morrai.

 

LICISCO

In cupo centro in tenebrosa stanza,

dove umano ardir piede non ferma,

sicuramente sta riposta Arena.

Tu ne fosti l’autor.

 

ARISTODEMO

L’autor più tosto

io son della messenica salute,

e quasi tu della ruina.

 

LICISCO

Io tolsi

col favor degli dèi vittima impropria,

dalla cieca Fortuna eletta in fallo;

e giustamente tolsi

un delitto alla patria.

 

ARISTODEMO

In fallo? Or chi commise

alla Fortuna ch’eleggesse il nome,

altri che Febo? Errar non puote adunque

obbedendo agli dèi. Ma di chi nacque?

E come ascosa fu?

 

LICISCO

Di me non nacque:

ier fu tolta da’ tuoi.

 

ARISTODEMO

Favole inette,

egizi sogni: il padre

qual è d’Arena? O tu la trova, o ch’io,

vecchio iniquo, infedel, t’espongo all’ire

del violento esacerbato volgo.

 

CORO

Trovi la figlia prima

rubata a’ dèi, tolta alla patria; ed abbia,

se non può nella tua, salute in lei

oggi Messenia.

 

LICISCO

È ben ragion che torni

la preda onde fu tolta. Itene adunque,

prendete Arena alla sua patria, donde

cacciata fu con violenza ingiusta.

Torni spontanea e immobilmente attenda,

che la giudichi Itome. Ecco, o Messenii,

la vittima cercata. Ecco eseguito

il furor vostro e l’odio delle stelle.

Chi riconosce

di voi lo stral? Chi di sì certo colpo,

o Messenii, si vanta? Arco famoso,

che liberò la patria e ’l crudo onore

levò della ferita al sacerdote!

Ma quella patria almeno,

che le negò la vita,

non le nieghi la tomba.

Termini l’ira vostra

con la sua morte, e fia concesso il rogo

a questa sventurata

vittima di Fortuna. Io piango ogn’altra

cosa perduta, che la figlia. Io piango

un prezioso don di sacra mano,

che suppliva ai difetti

del talamo infecondo,

e che dolci rendea

gli sconsolati miei sterili giorni.

 

CORO

Io t’ho pietà, bella innocente, e molto

costui m’intenerisce. Or questo flutto

dove si frangerà?

 

ARISTODEMO

 Rendasi il corpo

alla pira, o soldati. E tu, Licisco,

dimmi: così gran pianto

dunque non è paterno?

 

LICISCO

 Io rivelarti

deggio cose occultissime, ed in parte

anco a me stesse ignote. Or m’oda Itome,

e sia chiamata Erasitea frattanto,

quella dell’alma Giuno

sacerdotessa illustre.

 

CORO

Chiamisi. O Dio! che scoprirà Licisco?

 

LICISCO

Messenii, chi di voi non si rammenta

che dopo aver moltanni

dal mio letto infecondo atteso un figlio,

io diventai d’Arena

padre improvviso? Ah, non mi diè natura

prole giammai. La diè fortuna; e tale

fu ’l don ch’occupò tutto

il luogo vacuo e l’amor nostro ottenne.

Un ch’io spargea voti

nel tempio di Giuno, e impaziente

importunava i fastiditi dèi,

la bellissima allor sacra ministra

a me sen venne e disse:

- Licisco, uditi ha Giuno

i tuo’ fervidi prieghi;

vieni, e vedrai qual sia del cielo il dono. -

E, presomi per man, d’interna cella

ne’ penetrali occulti in aureo letto

mi fe’ veder una bambina: un volto

pien di bellezze: una bellezza al fine,

che la Messenia tutta

ammirò poi nella infelice Arena.

Attonito io rimasi; e quel bel volto

conciliossi tutti

gli affetti miei. L’indole sua mi fece

padre: tal mi conobbi; omai geloso,

omai timido ed ansio. Ella ridente,

sciolte, non so dir come,

dalle fasce le man tenere e belle,

con una troppo amabile innocenza

al nostro affetto applause. E fu quest’atto,

ch’affatto strinse il vincolo fra noi

di figliuola e di padre. - Or togli questo, -

mi disse Erasitea, - nobile parto,

che ti donan li dèi. Questa bambina

è tua: più non cercar: l’alto segreto

sia da te custodito: acciò la pena

non sia la morte sua. - Così mi tolsi

il caro dono, e l’improvvisa figlia

alla moglie recai, cara non meno.

Crebbe fu detta mia: mia fu creduta:

sinché l’empia Fortuna,

sazia di custodirla,

l’espose a morte iniquamente: allora

io negai d’esser padre.

Erasitea sen corse

frettolosa e dolente

al deposito caro, e mi commise

con quell’autorità, che di ragione

in cosa propria avea, subita fuga.

Fuggimmo occultamente. Ella mentia

sesso copanni. Una fanciulla serva,

di ricche vesti e non ignote adorna,

fingea d’esser Arena, Arena un servo.

Ci accompagnò la sorte insino all’ampie

radici del Taigeto;

ivi, o pentita o stanca

un’altra volta abbandonolla; e mentre

ver la selva confusa

dagli arcieri fuggìa, per colpa forse

di men pronto destrier più tarda al corso,

fu da questa, ch’io stringo, infausta canna

trafitta il fianco inerme, ancorché ’l moto

tardi portasse a’ sbigottiti sensi

la notizia del mal. Misero, io volsi

l’occhio geloso al sangue; e sospirando

sollecitai la vergine smarrita

rincorandola spesso: in fra la tema,

la speranza e ’l dolor. Corse tingendo

i fior d’ostro vivace,

e lasciando la vita a poco a poco

sulla strada col sangue. Intanto addietro

erravano gli arcieri

lungi da noi pel bosco ambiguo denso:

onde non più seguito, o indarno almeno,

corsi men frettoloso, e, dalle guarde

di Sparta assicurato,

mi ricovrai con la ferita Arena.

Ma, posto ch’ebbe il piè dentro alle tende,

la man fredda mi porse e in fiochi accenti:

- Padre, - mi disse, - io manco: - e, vacillando

una e due volte, alfine

traboccò dall’arcion nelle mie braccia,

e con un fievolissimo sospiro

mandò l’anima bella ed innocente

prima nel volto mio, poi negli Elisi.

Io piansi, e piango ancora

le sue sventure, il danno mio, le umane

misere cecità, lo stato incerto

della Messenia, e chiedo

ragion per la mia causa e pace all’ombra.

Qual andai, tal ritorno;

ciò che tolsi riporto. Intese Sparta

il caso mio: mi ridonò la morta

inutile per lei, com’era viva

inutile per noi. Così fin sotto

le mura nostre io la recai. Fui preso

da soldati col corpo. Il corpo giacque

poco quindi lontan sotto la cura

d’uno di lor, come pregando ottenni.

Lecito fia che questo sen, che queste

mani pietose, in cui

spirò la sfortunata, e morta viene

resa alla patria, anco riempian l’urna

del cener caro, e nella patria terra

lo ricoprano sì, ch’uffizio alcuno

non adempito all’amor mio non resti.

 

 




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