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SCENA IV
LICISCO, ARISTODEMO,
CORO, ERASITEA in fine
LICISCO
Licisco io son, quell’empio
fuggitivo, ribelle,
che m’ha chiamato ingiustamente Itome;
ma quel pio sfortunato,
che de’ chiamarmi giustamente in
breve.
Licisco io son: né fui,
né son padre ad Arena.
ARISTODEMO
Qual nostro Dio, qual tuo furor ti
guida
a riportar questo esecrabil capo
all’offesa tua patria? O quanto
parti
mendace, e quanto torni! Ov’hai
celata
la vittima agli dèi? Scoprila, al
fine,
dall’infami latebre esca a sua
voglia.
Altra in sua vece ad Acheronte è
scesa,
e se conferma il sacrifizio il
cielo,
più non tema l’altar: tema una
vita
agli altari involata,
e lasciatale in pena
di sua viltà. Tu reo di colpe
gravi,
infedel con la patria, empio col
cielo,
giustamente morrai.
LICISCO
In cupo centro in tenebrosa
stanza,
là dove umano ardir piede non
ferma,
sicuramente sta riposta Arena.
Tu ne fosti l’autor.
ARISTODEMO
L’autor più tosto
io son della messenica salute,
e quasi tu della ruina.
LICISCO
Io tolsi
col favor degli dèi vittima
impropria,
dalla cieca Fortuna eletta in
fallo;
e giustamente tolsi
un delitto alla patria.
ARISTODEMO
In fallo? Or chi commise
alla Fortuna ch’eleggesse il nome,
altri che Febo? Errar non puote
adunque
obbedendo agli dèi. Ma di chi
nacque?
E come ascosa fu?
LICISCO
Di me non nacque:
ier fu tolta da’ tuoi.
ARISTODEMO
Favole inette,
egizi sogni: il padre
qual è d’Arena? O tu la trova, o
ch’io,
vecchio iniquo, infedel, t’espongo
all’ire
del violento esacerbato volgo.
CORO
Trovi la figlia prima
rubata a’ dèi, tolta alla patria;
ed abbia,
se non può nella tua, salute in
lei
oggi Messenia.
LICISCO
È ben ragion che torni
la preda onde fu tolta. Itene
adunque,
prendete Arena alla sua patria,
donde
cacciata fu con violenza ingiusta.
Torni spontanea e immobilmente
attenda,
che la giudichi Itome. Ecco, o
Messenii,
la vittima cercata. Ecco eseguito
il furor vostro e l’odio delle
stelle.
Chi riconosce
di voi lo stral? Chi di sì certo
colpo,
o Messenii, si vanta? Arco famoso,
che liberò la patria e ’l crudo
onore
levò della ferita al sacerdote!
Ma quella patria almeno,
che le negò la vita,
non le nieghi la tomba.
Termini l’ira vostra
con la sua morte, e fia concesso
il rogo
a questa sventurata
vittima di Fortuna. Io piango
ogn’altra
cosa perduta, che la figlia. Io
piango
un prezioso don di sacra mano,
che suppliva ai difetti
del talamo infecondo,
e che dolci rendea
gli sconsolati miei sterili
giorni.
CORO
Io t’ho pietà, bella innocente, e
molto
costui m’intenerisce. Or questo
flutto
dove si frangerà?
ARISTODEMO
Rendasi il corpo
alla pira, o soldati. E tu,
Licisco,
dimmi: così gran pianto
dunque non è paterno?
LICISCO
Io rivelarti
deggio cose occultissime, ed in
parte
anco a me stesse ignote. Or m’oda
Itome,
e sia chiamata Erasitea frattanto,
quella dell’alma Giuno
sacerdotessa illustre.
CORO
Chiamisi. O Dio! che scoprirà
Licisco?
LICISCO
Messenii, chi di voi non si
rammenta
che dopo aver molt’anni
dal mio letto infecondo atteso un
figlio,
io diventai d’Arena
padre improvviso? Ah, non mi diè
natura
prole giammai. La diè fortuna; e
tale
fu ’l don ch’occupò tutto
il luogo vacuo e l’amor nostro
ottenne.
Un dì ch’io spargea voti
là nel tempio di Giuno, e
impaziente
importunava i fastiditi dèi,
la bellissima allor sacra ministra
a me sen venne e disse:
- Licisco, uditi ha Giuno
i tuo’ fervidi prieghi;
vieni, e vedrai qual sia del cielo
il dono. -
E, presomi per man, d’interna
cella
ne’ penetrali occulti in aureo
letto
mi fe’ veder una bambina: un volto
pien di bellezze: una bellezza al
fine,
che la Messenia tutta
ammirò poi nella infelice Arena.
Attonito io rimasi; e quel bel
volto
conciliossi tutti
gli affetti miei. L’indole sua mi
fece
padre: tal mi conobbi; omai geloso,
omai timido ed ansio. Ella
ridente,
sciolte, non so dir come,
dalle fasce le man tenere e belle,
con una troppo amabile innocenza
al nostro affetto applause. E fu
quest’atto,
ch’affatto strinse il vincolo fra
noi
di figliuola e di padre. - Or
togli questo, -
mi disse Erasitea, - nobile parto,
che ti donan li dèi. Questa
bambina
è tua: più non cercar: l’alto
segreto
sia da te custodito: acciò la pena
non sia la morte sua. - Così mi
tolsi
il caro dono, e l’improvvisa
figlia
alla moglie recai, cara non meno.
Crebbe fu detta mia: mia fu
creduta:
sinché l’empia Fortuna,
sazia di custodirla,
l’espose a morte iniquamente:
allora
io negai d’esser padre.
Erasitea sen corse
frettolosa e dolente
al deposito caro, e mi commise
con quell’autorità, che di ragione
in cosa propria avea, subita fuga.
Fuggimmo occultamente. Ella mentia
sesso co’ panni. Una fanciulla
serva,
di ricche vesti e non ignote
adorna,
fingea d’esser Arena, Arena un
servo.
Ci accompagnò la sorte insino
all’ampie
radici del Taigeto;
ivi, o pentita o stanca
un’altra volta abbandonolla; e
mentre
ver la selva confusa
dagli arcieri fuggìa, per colpa
forse
di men pronto destrier più tarda
al corso,
fu da questa, ch’io stringo,
infausta canna
trafitta il fianco inerme, ancorché
’l moto
tardi portasse a’ sbigottiti sensi
la notizia del mal. Misero, io
volsi
l’occhio geloso al sangue; e
sospirando
sollecitai la vergine smarrita
rincorandola spesso: in fra la
tema,
la speranza e ’l dolor. Corse
tingendo
i fior d’ostro vivace,
e lasciando la vita a poco a poco
sulla strada col sangue. Intanto
addietro
erravano gli arcieri
lungi da noi pel bosco ambiguo
denso:
onde non più seguito, o indarno
almeno,
corsi men frettoloso, e, dalle
guarde
di Sparta assicurato,
mi ricovrai con la ferita Arena.
Ma, posto ch’ebbe il piè dentro
alle tende,
la man fredda mi porse e in fiochi
accenti:
- Padre, - mi disse, - io manco: -
e, vacillando
una e due volte, alfine
traboccò dall’arcion nelle mie
braccia,
e con un fievolissimo sospiro
mandò l’anima bella ed innocente
prima nel volto mio, poi negli
Elisi.
Io piansi, e piango ancora
le sue sventure, il danno mio, le
umane
misere cecità, lo stato incerto
della Messenia, e chiedo
ragion per la mia causa e pace
all’ombra.
Qual andai, tal ritorno;
ciò che tolsi riporto. Intese
Sparta
il caso mio: mi ridonò la morta
inutile per lei, com’era viva
inutile per noi. Così fin sotto
le mura nostre io la recai. Fui
preso
da soldati col corpo. Il corpo
giacque
poco quindi lontan sotto la cura
d’uno di lor, come pregando
ottenni.
Lecito fia che questo sen, che
queste
mani pietose, in cui
spirò la sfortunata, e morta viene
resa alla patria, anco riempian
l’urna
del cener caro, e nella patria
terra
lo ricoprano sì, ch’uffizio alcuno
non adempito all’amor mio non
resti.
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