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Carlo de’ Dottori
Aristodemo

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  • ATTO V
    • SCENA V
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SCENA V

ERASITEA, ARISTODEMO, CORO, OFIONEO in fine.

 

ERASITEA

Vengo, Licisco, vengo

compagna nell’uffizio e nel dolore.

Non sarai solo a seppellir le care

ceneri della figlia. Un solo pianto

non beverà il suo tumulo. Più grande

il lutto in breve fia s’io scopro il padre;

la madre è già scoperta. O figlia, o invano

nascosta ai fati! O mia pietà delusa,

o prudenza schernita! Ah, fosse almeno

per te salva Messenia! Almen ferita

dal sacerdote, nelle braccia mie

spirato avessi, e mi restasse questa

onorata memoria

di tua caduta, a consolarmi il duolo.

T’ho levata agli altari,

e t’ho esposta ne’ boschi! O boschi infidi

del nemico Taigeto! O in nessun luogo

innocente Laconia! Uscite, o fiere,

che ’l sangue suo negato a’ dèi lambite,

ad ammorzar nel sangue mio la sete,

lieve pena a gran fallo. Odami Itome,

oda Messenia; Aristodemo, ascolta.

Se l’uccider le vergini in vendetta

o nelle patrie stanze o nelle selve

è sacrifizio, ecco placato il cielo,

liberata la patria, il regno salvo,

gli Spartani fugati. Invece d’una

due vergini ha l’Inferno,

ambe per la tua mano, ambe tue figlie.

 

ARISTODEMO

Che sento, oimé! Già temo. Ah rimembranza

 

ERASITEA

Se ti rammenta più, signor, de’ nostri

furtivi antichi amori,

rammentarti anco dei, che quando prese

l’orgoglioso spartan la prisca Amfia,

la reggia de’ Messenii,

tu mi lasciasti sconsolata e grave

il sen di quasi maturata prole;

e per la patria tua pugnando in quella

battaglia sanguinosa,

sparso ch’avesti quanto

di valor, di fortezza in uomo alberga,

moribondo fra morti al fin cadesti.

Te pianse il genitor, la patria, il regno;

io non ti piansi. Un’altra

sorte d’affanno mi seccò le luci

e mi stagnò le lagrime nel petto.

Pensai di seguitarti; e mi trattenne

l’orror di uccider meco l’innocente

tua prole, e mia. Pietà vinse il dolore;

e vissi per dar vita ad una figlia,

che quel perdon, che dalla madre ottenne,

lassa, ottener poi non dovea dal padre.

Vissi, ma in quell’istante

dal patrio albergo rapida mi tolsi,

e con inviolabil giuramento

di conservarmi casta,

mi dedicai sacerdotessa a Giuno.

Tu poi vivesti; ed io

obbligata al mio voto

ti ricusai. Fu da te scelta Amfia,

io l’approvai. Nacque frattanto Arena

occultamente, anco a te stesso; e quando

mi chiedesti del parto, il parto io dissi

perì nascendo. Ah sventurato parto,

ché non peristi? Io diedi

questa colpa alle stelle,

di ch’erano innocenti,

perché se non presente, almen ventura

nelle stelle io vedea colpa maggiore;

e tre volte un’ignota

voce notturna m’ammonì nel sonno,

voce di qualche Dio mal obbedito,

ch’io la celassi alla sua patria, al padre.

Così, senza saper qual fosse il dono,

l’ebbe Licisco: e quel ch’avvenne è noto.

In me cadano tutte

l’ire vostre, o Messenii. Amai la mia

figlia più che l’altrui. Due madri sono

oggi accusate. Ambe han levato a’ dèi

le vittime dovute; ambe hanno amato

con troppo affetto i figli, allor che i figli

si doveano alla Patria. Io son più rea,

più scusabile Amfia. Feci la strada,

Amfia seguì. S’han da morir le madri,

io prima il capo mio stendo alla scure.

 

CORO

O che gravi accidenti! O di natura

col rigor del destin pugna infelice!

 

ARISTODEMO

Donna, parti, e mi lascia

tra questi lutti; e attendi cheta dove

voglia portarmi la fatal procella.

Almen giungesse Ofioneo.

 

CORO

Non lunge

è discosto da noi.

 

 




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