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Carlo de’ Dottori
Aristodemo

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  • ATTO V
    • SCENA VI
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SCENA VI

OFIONEO, ARISTODEMO, CORO.

 

OFIONEO

Io tutto intesi. Aristodemo, il cielo

non è placato: e non ha chiuse ancora

l’ingorde fauci Averno. Odi, io ti reco

pessimi augurii, avvisi infausti. Or chiana

la maggior tua virtù, che ’l cor difenda.

Due vergini infelici, ambo tue figlie,

o padre infelicissimo, periro:

l’una per tua cagion, l’altra per questa

furiosa tua destra, inutilmente.

L’una ferita in mezzo un bosco, l’altra

in luogo profanato

dall’ira tua. Fu saettata Arena

in pena della fuga, e fu trafitta

Merope in pena di presunto errore.

L’una uccise l’arcier, l’altra il tuo sdegno,

per fallo l’una, per vendetta l’altra,

senza altar, senza rito e sacerdote,

senza dèi finalmente

dalla tua sceleraggine fugati.

Piange però Messenia; impaziente

vittima nuova il re tartareo chiede,

instano i numi offesi, il ciel minaccia

con orribili segni,

e muggendo la terra

risponde al ciel. Tremano i tempii e l’urne

si scompongon de’ morti. Ulula il bosco

sacro di Giove, e del delubro antico

sudano i marmi. O che precedan questi

segni al crollo del regno, o che si dolga

la natura in tal modo e si risenta,

misera Itome, a cui sì facil modo

di salute vien tolto! In questo solo

t’invidian le città, che assorbe il mare,

o divora il terren, che pianger puoi

la tua caduta, e celebrarti prima

quei funerali, ch’aspettar non devi

dallo spietato sovversor fatale.

 

CORO

Or sì, lecito è il pianto, or sì, è dovuto.

Si resiste al nemico

con la forza e con l’armi;

nulla s’oppone al fulmine, che frange

i più solidi marmi;

l’ira del Ciel si piange.

 

 




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