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| Carlo de’ Dottori Aristodemo IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA VII
faccia del mio delitto, o Furie, o Mostri, e renda il tetro carcere dell’ombre a queste luci mie più grato aspetto. Sommergete nel caos, che prima diede o se cosa più occulta, e più profonda l’ombra mia scelerata; e sovra il capo m’oda rotar di Sisifo il macigno, volgersi l’orbe d’Ission, chinarsi Tantalo all’onda: e sia mia pena questa che le mie non consoli la pena altrui. Già sono in odio al mondo, alla natura, al cielo; m’odia l’inferno sì, ma non rifiuta di ricevermi in sé. Non mi consegni ad avoltoio, a rota, a doglio, a sasso: mi consegni a me stesso; e qual maggiore mostro dell’odio mio, s’odio me stesso? Vengo, figlie adirate, ombre dolenti, vengo a placarvi; a liberar la patria d’un mostro: e in questo alla salute vostra io concorro, o Messenii. Il mio crudele error poco vi rende, e tolse molto; ma non è poco. Un uccisor de’ figli, un sacrilego, un empio io levo al vostro demerito col cielo, e della mia contagiosa fortuna io vi disgravo.
Tolga il Ciel, che quest’altro lutto s’aggiunga a’ gravi nostri danni. dal disperato sen l’alma non tragga.
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