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SCENA VIII
TISI, CORO, SOLDATO
TISI
O con qual di natura
mostruoso tumulto, e terra, e
cielo
dello sdegno celeste oggi dan
segno!
Nulla piace agli dèi! mutasi in
atro
sangue il don di Lieo. La fiamma
sacra
volontaria s’estingue, e contro
l’uso
verso l’arido suol fuma l’incenso.
Piena Itome è di pianto, e
d’ululati
risuona il tempio, ove la turba
mesta
delle matrone sbigottite esclama
appiè de’ numi sordi, e bagna
indarno
d’amaro pianto le marmoree basi.
Co’ stimoli dell’uno
l’altro duol si provoca. Altra il
comune,
altra piange il mal proprio, altra
il periglio.
Non tal sarebbe il lutto
se di foco spartano Itome ardesse,
se violasse il vincitor superbo
i sepolcri e gli altari;
se di sangue corressero le vie,
e di fanciulli e vergini predate
pallido gregge inerme
la servitù attendesse
o dalla sorte o dalla voglia
altrui.
CORO
Dolce cosa agli afflitti
è l’aver ne’ lamenti
un popolo compagno. Un gran dolore
gode spargersi in molti. Ah, non
son queste
lagrime inusitate!
Cosa antica è fra noi pianto
lugubre.
Non inesperto volgo
invita a lamentarsi oggi Fortuna.
SOLDATO
Morte a morte s’aggiunge, e lutto
a lutto.
A crudeltà di colpa
atrocità di pena. O numi, o quale
resti per noi, s’alcuno
ha più cura di noi, basti il
versato
nobil sangue d’Epito. Assai bevuto
n’ha l’Erinni spietata;
torni ovante all’Abisso. Ah, qual
mi scorre
gelo per l’ossa! Oimé, che vidi! O
pigro
o stupido, ch’io fui!
Ma frettoloso e furibondo oh
quanto
fu Aristodemo!
CORO
Narra ciò che vedesti. Io già
m’appongo
al ver. S’uccise Aristodemo.
SOLDATO
O dèi!
S’uccise. Udite come. Egli
partissi,
poiché dannò sé stesso; io seguitai.
Entrò l’infausta sanguinosa
stanza,
dove trafisse e lacerò la figlia;
e qual tigre funesta il guardo
acceso
fieramente in me volse,
minaccioso, terribile, veloce
poi corse al luogo appunto del
primiero
suo misfatto, e commise anco il
secondo.
S’abbandonò su quella stessa
spada,
con che fu dianzi Merope trafitta;
non parlò, non gemé: diede il
romore
segno della caduta. Indarno io
corsi,
ché nel punir sé stesso
troppo ben conosciuto il luogo
avea
dove ferir dovea.
Si passò il cor. Già vi disserro
questa
porta, e veder potrete
come sen giaccia, e con le membra
sue,
quasi che coprir voglia il primo
errore,
quello spazio funesto ingombri
tutto.
TISI
Ah, spettacolo indegno! In questa
guisa
regni, infelice! In questo modo
porgi
salute alla Messenia! O sfortunato,
o furioso Aristodemo! O quanto
sangue per una colpa ha sparso
Itome!
Gran Dio, la cui sol man dà moto
al tuono,
se siamo in odio al ciel, s’agli
occhi tuoi
spiace Messenia, e ’l nome nostro
abborri,
stendi le mura al pian d’Itome,
abbatti
i tetti nostri, e giaccia
nel cener della patria
il miserabil popolo sepolto;
o pur, se indegno è della man di
Giove
folgore, che punir debba i
Messenii,
e pena più volgar riserba il Fato,
l’emula Sparta in questo giorno
espugni
gli odiati rivali; alla ruina
l’invidia aggiunta. Più crudel
ministro
dell’ira tua non troverai, che
aggravi
con le vittorie sue la nostra
pena.
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