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| Carlo de’ Dottori Aristodemo IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA II POLICARE, AMFIA.
POLICARE O giorno per me candido e sereno, che mi dona la vita nella vita di Merope, in cui vivo! Piovetemi sul crin rose e ligustri, spirino intorno a me l’aurette molli fiati d’amomo e nardo, ch’oggi felice io son. Così alla sorte, così piace agli dèi. Ridami intorno il suol nei fiori; erga la face e venga lieto Imeneo con fortunati auspizii. Dal periglio di morte oggi Merope è tolta. Oggi risplende più puro il dì, ché dal tornato lume in que’ begli occhi viene questa insolita luce. Oggi respira natura in questa sua bell’opra, a cui dal favor della sorte, anzi del cielo conservata è la vita. Or qual può darsi di perfetta beltà prova maggiore della pietà del ciel, dell’evidente rispetto di fortuna?
AMFIA Policare, diverso è questo giorno dal passato. Uscita è Merope di rischio, io di spavento; e tu, fatto già nostro, meco il pianto rasciughi, e senti al pari della noia il contento.
POLICARE Non mi cape nel seno l’immensa gioia (i’ lo confesso) e temo che la lingua o la fronte mi condanni appresso il volgo, e sia chi penetri il mio cor. Merope è salva, ma condannata Arena; e’ non è tolto, ma cangiato il lutto al sangue degli Epitidi. In sì fatta division d’affetti è più sicuro e più innocente il mesto. Io però, che non fido il segreto alle labbra del cor mio senza provata fé di chi m’ascolti, oh come volentier t’incontro, Amfia! Confine angusto a gran diletto è un seno che sia pieno d’amor. Ma quasi fiume che intumidì per nuova pioggia, e sorse col corno a minacciar gli umili campi, già dell’alveo natio fatto maggiore, cerca chi lo riceva, spuma sul margo e quasi il margo affonda.
AMFIA Necessaria altrettanto quanto degna prudenza. A tempo giungi: poiché se nel tuo petto è soverchio il piacer, nel mio non sorge con tanta piena; e forse quello ch’avanza al tuo, potrà bastante luogo trovar nel mio, senza che stilla ne bea mal nota o peregrina fede.
POLICARE Qual reliquia di tema restar può in te, da che la sorte elesse Arena al sacrificio?
AMFIA O che sien queste reliquie del timore, o d’animo presago (il che tolgan gli dèi) segni infelici, non è tutta tranquilla l’anima mia, né riconosce ancora per legittimo lume il raggio del piacer, che scorre e fugge come fugge il balen per nube estiva, e quante volte nasce splendido e cerca nutrimento e regno, tante muore sepolto in questa mia caliginosa nebbia di cure sospettose. Ah, ch’io non odo senza tremar la scusa addotta da colui, ch’altri deride: io parlo di Licisco.
POLICARE O generosa Amfia, non osa ancora occuparti il contento, che forastiero sopraggiunge e ignoto all’anima abbattuta dal dolore: così nel discacciar torbida notte tutto non esce il sole, ma nell’indico Gange mezzo sommerso ancor, manda le prime armi dell’alba a procacciar la via, né pria che vincitor sorge dall’onde. Licisco è padre tenero, e non guarda a mentir della figlia perché gli resti. E dove nacque? E quando? Chi la produsse? È forse cieco Giove, se bendata è Fortuna, che ministra di lui ne trasse il nome?
AMFIA Oh quanto di conforto, Policare, mi porgi! Or sia tua cura il prepararti alle vicine nozze. Così voglian li dèi farti felice di talamo fecondo, e così porga lo stesso Amor, lo stesso pacifico Imeneo fausti gli augurii. Ti fie donata in breve Merope mia; la più stimata parte del nostro amor; nobilitato dono del favor degli dèi; più prezioso fatto dal suo pericolo e più caro.
POLICARE Candida Giuno, vieni!
AMFIA Vieni e tu, Citerea!
POLICARE Merope torni dal rogo mesto alle felici tede.
AMFIA Merope torni dal sepolcro al letto.
POLICARE E se Arena in sua vece sotto a sacra bipenne deve purgar le nostre colpe, ah, serva per sempre il sacrifizio, e regni invitta la stirpe degli Epitidi in Itome.
AMFIA Io stessa della patria, e di noi degne qui sparger vo’ le concepite preci. Rotin gli astri innocenti al mondo, e nutra alta pace le genti. Torni il ferro alla terra, onde fu tolto, o in uso della terra sia volto sol dalle sonore incudi; e si perda non pur l’uso, ma il nome di lorica e di spada. Nessun foco più scagli l’irata man di Giove; portino Borea ed Austro i suo’ turbini altrove. Fiume più non trabocchi per neve sciolta dal suo letto, e renda vane al bifolco le fatiche o svelga la capanne e le piante. Di nessun mortal succo crescan tumide l’erbe, e non si beva più nell’oro il veleno a mensa infida di sanguigno tiranno; e se di scelerato e di funesto altro produr deve la terra, affretti i mostri e le sventure, sì che le purghi in un sol punto Arena.
POLICARE Pace resti alla Grecia, a voi lo scettro della Messenia, e giunga Aristodemo alla nestorea meta, o dell’Euboica polve vegga gli anni felici. A te non fili più brevi Cloto o men sereni i giorni. Per voi scorra Pattolo e tinga Sparta di porpora le lane; Ibla fiorisca a voi, Lesbo vendemmi, Gargara mieta; io sol comprendo in una Merope fortunata ogni fortuna.
AMFIA Quella, di cui si parla, ecco sen viene. Resta, ch’io vo’ partendo lasciarvi affatto in libertà quel tempo ch’alla sua libertà primo succede.
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