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| Carlo de’ Dottori Aristodemo IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA III POLICARE, MEROPE.
POLICARE E doveasi con tanto pregiudizio del Ciel dare in tributo questa bellezza ai fieri dèi dell’ombre? Di pretender cotanto ardia l’inferno? E tanto ardia la terra? O lumi eterni, di cui risplende un vivo raggio in questi adorati begli occhi, meditavasi dunque onta sì grande dall’arbitrio superbo di Fortuna?
MEROPE Policare, s’io vivo, vive un acquisto de’ tuo’ merti appresso la celeste pietà. Temé Fortuna d’offender tua virtù, per cui difesa suo mal grado è Messenia. Io per te vivo, e mi pregio di ciò. Tanto m’è cara la vita, quanto è tua.
POLICARE Se non fu sordo a’ miei lamenti dolorosi il cielo, Argo anco fu per riconoscer queste prodigiose tue caste bellezze, immagini di quelle, che splendono lassù: ne si potea senz’ingiuria dell’une offender l’altre. Te salvò dunque interessato il cielo, e non osò Fortuna de’ più begli astri invidiarti i doni, ed eclissar negli occhi tuoi due stelle. Merope mia, tu vivi adunque? Appena lo crederei, così fu grande il rischio, così crudele il mio timor. Ma sento, sento ben io che nel mio cor discende quel raggio, che balena nelle tue vivacissime pupille, che m’assicura di tua vita, e il seno d’una fiamma dolcissima m’ingombra.
MEROPE Forse che sembra lume quel che non è, ma tale a te lo rende il paragon dell’ombre. Ei nacque dall’oscure tenebre del periglio, e nel sereno ben tosto svanirà. Neve del Caspe così notturna splende, ch’all’apparir dell’alba pallida langue e perde il suo lume col dì.
POLICARE Fu sempre lume questo che manda il tuo bel volto, e sempre i’ n’arsi, e n’arderò.
MEROPE Ma non potrebbe uscir dagli occhi miei, se non avessi foco nel sen. Dunque la fiamma è pari.
POLICARE Dunque la nutra un sempre fido amore.
MEROPE E con quella del rogo alfin s’unisca.
POLICARE E ’l cener nostro una sol’urna accolga. Ma d’onde solo viene, e taciturno il venerabil Tisi?
MEROPE Resta, io ti lascio a lui.
POLICARE Parti, io l’incontro. Ma protegga i miei casi e la mia fede l’alma Giuno ed Amor. Gran dea di Samo e d’Argo, odi i miei voti: salgano a te dell’amor mio sull’ali.
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