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| Carlo de’ Dottori Aristodemo IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA V MESSO, POLICARE, TISI.
MESSO I tutelari patrii numi e Giove abitator di questo nobil monte difendano i Messenii in sì torbido giorno. Oh che sventure! Il fin d’un mal grado è dell’altro! Guerre, morte de’ re, vittime umane, accuse, fuga, timor, contrasto di titoli e di regno.
TISI O tu, che mostri gran cose agli atti, alle parole, al volto, d’onde vieni? A chi vai così veloce? Nunzio di che?
MESSO D’insoliti accidenti.
POLICARE Eletto è ’l re?
MESSO Non anco.
TISI E chi succede?
MESSO Aristodemo ha tutto il favor della plebe; e pria ch’eletto viene acclamato. Ma si tratta prima di dar vittima a Dite, ch’alla Messenia il re.
POLICARE Fu scelta Arena.
MESSO Scelta, ma non presente.
POLICARE Oh Dio! Licisco?
MESSO Fuggito è seco.
TISI Oh stravaganza!
POLICARE I’ temo qualche sciagura orribile.
MESSO Licisco, che lungamente ha protestato invano d’esser padre supposto, partì dolente e disse d’acquetarsi col Fato, e di cedere a’ dèi, ma, scaltro, aggiunse la seconda menzogna alla primiera, e partì con la figlia inosservato per la città confusa ed occupata nell’esequie del re.
POLICARE Tradita è Itome.
MESSO Pur fu chi sospettò, chi lo riferse; ne dubitò il Senato, ma pur non si credea. Mi fu commesso sottrarne il ver. Vera è la fuga, e vero il suo delitto e ’l comun danno.
POLICARE O crudo ingegno di Fortuna, che mediti di grande e di funesto per la Messenia e per le dolci mie lusingate speranze?
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