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| Carlo de’ Dottori Aristodemo IntraText CT - Lettura del testo |
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ATTO II
SCENA I AMFIA, NUTRICE.
AMFIA Nulla più di speranza lasciano al mio timor gl’infausti augurii. Non danno incerti segni su caso certo i dèi. Fuggita è Arena o non ben scelta, o non accetta, o forse cura d’alcun di lor.
NUTRICE Febo non mente: indarno ella fuggì.
AMFIA Pur fugge, e resta Merope mia di nuovo esposta.
NUTRICE Il Cielo non muta voglia. Arena è la vittima eletta.
AMFIA E chi del Cielo gli arcani intende e può saper le vie?
NUTRICE Parlò in Delfo abbastanza.
AMFIA Io non l’intendo.
NUTRICE Febo s’espresse ben.
AMFIA Non disse Arena.
NUTRICE Disse un’eletta.
AMFIA Epitida v’aggiunse.
NUTRICE Di che temi o gran donna?
AMFIA Dell’incerte vie di fortuna e dell’ingegno umano.
NUTRICE La tema è figlia del tu’ amor.
AMFIA La tema nel dubbio è un infelice augure muto.
NUTRICE Ma spesso vano. Or quai prodigi osservi? qual sasso parla, o quale ciel senza nubi tuona? qual ombra ti minaccia? Ardono i fochi sacri di Giuno, ed alla dea d’amore coronate di fior s’apron le porte: nulla s’ode di mesto ov’è salvata a Merope la vita, a voi la figlia, e la sposa a Policare; e tu temi?
AMFIA Voce notturna, vocal marmo o tronco portentoso che parli, a me non porge questo terror. Gli stessi dèi pavento non placati o implacabili. Io pur vidi segni orrendi di ciò sui proprii altari, che mentre a’ patrii antichi dèi di questa regal casa d’Epito io dianzi offersi vittime, incensi e preghi, né serena la fiamma al Ciel drizzossi né con fulgida cima, ma incerta, ottusa e fiacca, gì serpendo all’intorno e d’atro fumo sparse torbidi flutti. Un color solo non ritenne, o un aspetto, ma qual iride curva apre confuso il sen dipinto, e non distingue alcuno terminato confin tra l’ostro e ’l croco, così la fiamma ora cerulea e mista di bionde note, ed or sanguigna, alfine in tenebre fuggìa. Pur questo è poco. Non cadde il toro al primo colpo esangue, ma ferito, muggendo fuggì dal sacerdote, e dopo un breve furioso rotar, stanco, a gran pena col sangue vomitò l’alma ritrosa. Nella vittima aperta più crudeli minacce apparver poi. S’ascose il cor nel sangue, né sorgea capo alcun: scotea le fibre alto tremor. Sparse di fele tutte son le viscere infauste, né v’è segno infelice, che non s’osservi in lor. Ma, per più atroce prodigio, un altro già prostrato bue alza dal suol le sanguinose membra, e vacillando in su mal fermi passi gli stupidi ministri urta col corno. Or che fia ciò? Non è placato il Cielo: cagione ho di temer.
NUTRICE Non te lo niego; gran cose son, ma forse da geloso timor troppo osservate.
AMFIA Pur attonito stava il sacerdote, e le temeva.
NUTRICE Spesse volte al caso un facile sospetto dà nome di prodigio. Or ecco torna un de’ soldati arcieri, che seguito han Licisco. Intender puossi ciò che seguì da lui, ciò che più resti di tema o di speranza.
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