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| Carlo de’ Dottori Aristodemo IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA III TISI
TISI Non sol fuggita, ma perduta è dunque la figlia di Licisco. Oh quale a Sparta favorevole incontro! E qual cura gelosa della sua vita avrà, se la sua morte salvar può la Messenia! Oh, nel profondo abisso del destin sommersi arcani, venerandi però! Chi non credea l’una assoluta e condannata l’altra dal voler degli dèi? Pur vive Arena cinta dal muro forse e dalle spade del feroce nemico, e sola esposta al sacrifizio resta Merope sfortunata, protetta invan dal caso. O forse il caso ha da vagar fra gli altri nomi, e al grande rischio mortale andranno le tenere bambine, in cui non trovi luogo per la ferita il sacerdote? Oh, di che pianto amaro han da bagnare il sen le donne illustri della casa d’Epito! Ite, e fondate su i titoli degli avi, e sull’inferme basi d’alta fortuna il fasto umano. Già così non paventa agreste madre, e non aspetta il duro oracolo febeo, che dalle braccia le svelga i pegni dolci. O santa pace delle capanne, intorno a cui non rota invidia di Fortuna! Le speranze sollecite, i timori gelati errando vanno solo per le città. Per le superbe porte de’ re non entra il sonno mai se non chiamato; e timoroso passa fra gli armati custodi. Oh fortunato chi fra povere canne occulto vive sicuramente! E la morte non cerca, ma non la teme; e per lasciare il nome sopra un marmo loquace, ambizioso il proprio mal non segue. Ma intender vo’ ciò che ne parli Itome, e l’indovin comandi.
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