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| Carlo de’ Dottori Aristodemo IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA II POLICARE, CORO de’ Messenii.
POLICARE Poiché fuggì l’usurpator Licisco alla schiera seguace, ritorna il mio dolor tanto più fiero, quanto più certo. Oh quanto volentier torrei, Fortuna, a temerti di nuovo! A te non resta più ragion sovra un nome rimasto solo. Ah, dubbii miei, tornate, se tornar più si può. Nel mortal vaso il caro nome accompagnato torni, e giudichi Fortuna un’altra volta della mia vita. Ofioneo pavento, gl’interessati Epitidi, il possente stimolo di regnar temo nel padre. Tutti sono sospetti, genitor, patria e dèi. Che più? Di lei diffido. O tu cui fanno venerando le vesti e ’l crin canuto, dimmi (ch’a te non è celato forse) qual vittima s’elegge, or che l’eletta si ricovrò tra le spartane genti?
CORO Un padre generoso offre la figlia.
POLICARE Cleone o Dami?
CORO Aristodemo.
POLICARE Oh Dio! Chi divolga l’offerta?
CORO Il padre appunto, ed io fra poco avviseronne il sacro Ofioneo, che drizzi l’ara, e imponga di sacrifizio tal degno apparato.
POLICARE Scota Nettun la terra, cadano torri e tempii, e stenda Itome a sì gran sacrifizio ampio teatro; arda la man di Giove questa patria co’ folgori, ch’appena convenevole sia rogo dell’ossa. Con sì vasto apparato sacrificar si deve ostia sì grande.
CORO Ei da sé stesso parla dolente e mostra nella fronte e negli atti Segni d’affanno immenso.
POLICARE Merope è sola forse nella casa d’Epito? Ella pur dianzi assoluta dal Cielo, condannata è dal padre?
CORO Ella è sol atta al sacrifizio, a cui non dansi le bambine. Il padre dona quel che forse darebbe, ricusandolo, a forza. Ma il generoso d’una magnanima costanza orna il suo caso, né contamina il don con bassi affetti.
POLICARE E lo permette Amfia?
CORO Perch’è costretta.
POLICARE E l’approva Messenia?
CORO Altra non resta.
POLICARE E non si cerca Arena?
CORO Ella è fuggita.
POLICARE Non si toglie al nemico?
CORO Ah, di salute trattasi qui, non di ruina.
POLICARE In lei la salute consiste.
CORO E per lei forse perirebbesi indarno.
POLICARE Or vanne, e trova l’indovino crudele: avida attenda di respirar con la sua morte Itome. Non perirà.
CORO Giovane audace, frena l’impeto del dolor.
POLICARE Prima quel colpo scenderà sul mio capo, e pria di mano trarrolla al sacerdote; violerò la pompa; smorzerò con l’altrui, col sangue mio l’indegno foco; abbatterò gli altari, sacrilego, profano, disperato, contro gli uomini e i dèi, contro me stesso. Ah, Dio! Parton coloro, ed io misero spargo scelerate querele, empie rampogne, inutili minacce! Chiaman quest’ire, e queste vendette, i Lacedemoni spietati. Contro l’usurpator del mio privato e del publico ben, volgiti, o sdegno; darà forze ragion, daralle amore; O periremo in sì bell’opra, e, prima di Merope, vedrò l’atra palude, ma non già solo. Non s’aspetti che segua la colpa; pria si vendichi. Preceda al misfatto la pena, e sia punita la cagion del misfatto. Misero, chi mi segue? Aristodemo, che la proscrive? Amfia donna ed inerme? O ’l mio furor, la mia stella nemica? E due compagni al fianco ambi crudi, ambi ciechi, Amore e Morte?
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