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Carlo de’ Dottori
Aristodemo

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  • ATTO III
    • SCENA VI
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SCENA VI

OFIONEO.

 

OFIONEO

Oh come sferza i rapidi destrieri

per tuffarsi nell’onda il sol cadente!

Forse affretta quell’opra, a cui concorse

insegnandola a Delfo?

fugge di vederla? O discacciato

fugge dal nostro error? Ma qual errore

può nel certo cader? Merope è sola.

Né per la mente mia, non mai da Febo

delusa, odo pensiero

che voglia dubitar, non che riprenda.

Ministri, preparate

un negro altare a Dite, uno alla trina

Ecate, un altro all’Erebo, alla Notte;

e nuovo latte, e vino antico e Sangue,

e di pigra palude

onda pallida e grave.

Di steril felce e di funebre tasso

coronate le tempie, e d’atre bende.

Mostrin l’orrida pompa

fiaccole meste, e sia ’l silenzio inditto

religioso e grande.

Oh con che stranio rito

plachiam gli dèi! Sono lassù tant’ire?

Ma quaggiù tante colpe? Ah, per natura

erra l’uomo e non Dio. Chiedesi eguale

l’obbedienza umana

all’imperio del Ciel, che mai non erra,

Tutto si rende a lui, nulla si dona;

e quando chiede, è segno

che gradir voglia il sacrifizio. Quindi

pace promette a noi; che sia distrutta

dal castigo la colpa.

Così tornan li dèi. Sorge da questa

notte alla patria il tramontato lume.

Darà il cipresso allori,

darà il fato d’un sol vita ad un regno;

ed adorna di queste

glorie l’ombra felice andrà pei campi,

che lento bagna e taciturno Lete

da cento elisii eroi mostrata a dito.

A che dolersi? o presto o tardi andremo

tutti dell’Orco alla magion capace.

Scote a tutti egualmente

l’urna fatale il regnator d’Egina.

Visse assai chi ben visse,

e chi con atto egregio

onorandone il corso illustra il fine.

 

CORO

Sotto al selvoso Tenaro una rupe

s’apre in negra voragine, che mena

alle stanze de’ morti orride e cupe.

Passano l’ombre ignude

per questa via che, su ’l principio angusta,

vassi poi dilatando ed in immenso

spazio termina al fine,

dove un immoto e denso

aer si ferma, e dove

perisce l’uman genere sommerso.

Né faticoso è ’l calle;

guida la stessa via facile e china;

e stimolate son l’ombre al cammino

come talor da rapido reflusso

rapite son le involontarie navi.

Necessità d’inesorabil Fato

qui tragge ogni mortal. Veder bisogna

la stigia notte e ’l mesto

fin delle cose. Navigar per l’onda

ultima d’Acheronte. Udir conviene

da tre gole i latrati

del feroce custode dell’abisso,

ed inchinare il tribunal temuto

de’ rigorosi giudici dell’ombre.

Passa indistinto il re dal servo, e sola

virtù distinta passa. A lei men gravi

rende le nubi, onde se stessa preme

la tenebrosa patria della morte.

Pronto è ’l nocchier per lei, tacito il cane,

pio Radamanto ed arrendevol Dite.

Virtù che sprezza morte

dopo morte è sicura. Idre e Chimere

vede, ma non paventa anima forte;

passa fra l’ombre nere

di Stige, e nulla teme.

Tema e virtù non han commerzio insieme.

Il luogo della pena

a lei serve di via, per d’onde passa

alla stanza del merto opaca, amena.

Di pena orma non lassa

la stessa morte; e deve

esser da vita a vita un mezzo breve.

Né crederiasi uscita

dalla stanza di pria s’alla seconda

s’assomigliasse la sua prima vita.

Più che di Stige l’onda,

del mezzo della morte

è testimon la migliorata sorte.

Va, fanciulla magnanima, ch’un breve

Sospiro il nome tuo porta alle stelle.

Bella sei, ma beltà cosa è fugace,

e di breve stagion labile dono.

Così caldo vapor d’accesa estate

strugge i prati ridenti allor che ’l sole

egualmente divide il dì prolisso.

Vien rapito dal tempo

fulgor di molle guancia in quella guisa

che le pallide foglie

abbatte al giglio moribondo, e come

sugge fervido sol l’ostro alle rose.

Non è dì, che non toglia

a beltà qualche spoglia.

Bella morrai. Se questo

fregio passa ne’ morti,

è tuo, teco lo porti.

 





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