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| Carlo de’ Dottori Aristodemo IntraText CT - Lettura del testo |
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ATTO IV SCENA I POLICARE, ARISTODEMO.
POLICARE Mio re, ché re fra poco de’ salutarti Itome, udii più volte dalla tua stessa bocca che ’l re comanda agli altri, al re la legge.
ARISTODEMO Custode è della legge il giusto re; né deve da lei partirsi mai.
POLICARE Tal è di grande anima, e degna dello scettro, appunto lo studio generoso. Or quale un padre ha ragion nelle figlie altrui donate, e quale un re nell’altrui mogli?
ARISTODEMO Segui.
POLICARE Poco ho da dir. Né Aristodemo padre, né Aristodemo re dispor di cosa deve fatta d’altrui. Merope è mia; me la concesse il padre, non me la tolga il re.
ARISTODEMO Che fia mai questo? Policare, vaneggi? Altro che nozze chiede il rigido Fato. Io non dispongo di Merope ch’è mia, diciam, ch’è tua: il Fato ne dispon; cedo al Destino. Deh, tu non sollevar gli affetti miei a gran forza domati. Ah, che temo pur troppo che si ribelli amor, che la natura m’accusi padre, effemminando il maschio vigor del petto, or che più viene astretta a mostrarsi virtù.
POLICARE Signor, tu dammi Merope, e ’l Ciel poi me la tolga. Il Cielo, che pur or la salvò dalla Fortuna, confermò le mie nozze, ed è un zelo soverchio, un’affettata religione il darla. Dimmi, s’Arena vive, perché Merope muore? Alfine, è mia; non la darò. S’a te sì fragil sembra la difesa e persisti d’offerirla tu stesso, io tolgo solo a difender la scusa. In me cadranno i fulmini di Giove, e l’ire tutte della Messenia: Aristodemo è salvo.
ARISTODEMO Salvisi pur la patria. E tu, garzone, cui per cieco sentier guida un più cieco che giusto amor, la vana autorità di sposo e ’l vacuo nome dona alla patria, ed a domar impara da me gli affetti. Il padre l’offre alla patria. Il re, se re m’elegge, difenderà l’offerta. A te non lice, giovane, avvilir gli atti della nostra virtù. Se tu non temi l’ire del ciel, lo sdegno della Messenia, io temo più de’ folgori stessi e più di morte un atto vile. O consiglier fallace, o difensor dell’altrui colpe, è questo quel petto audace, che incontrar ben cento volte vid’io l’armi di Sparta, e in cui di nobile virtù restano impressi onorati vestigi?
POLICARE Il sangue diedi e darò per la patria. Un casto, un giusto, ed un possente affetto non posso dar, né deggio. Al re m’appello, se manca il padre. A’ dèi, se ’l re non m’ode.
ARISTODEMO Han già risposto i dèi.
POLICARE Non sono intesi.
ARISTODEMO Ciò niega Ofioneo.
POLICARE Tutto non vede.
ARISTODEMO Sol può Dio preveder.
POLICARE L’uomo provegga.
ARISTODEMO Ben dicesti. Io proveggo.
POLICARE Inutilmente.
ARISTODEMO Salvandosi la patria?
POLICARE Tu la perdi.
ARISTODEMO Augure infausto, taci.
POLICARE Aristodemo, sacrilego ’l silenzio, ov’io permetta che tu sì ciecamente gli dèi, la patria, e la natura offenda. Sotto a gran nome un’empia colpa incontri. Merope è mia; se mia, vive. Se tua, la perdi, e perdi l’opra, e ’l fin dell’opra.
ARISTODEMO Assai fu garrito fra noi. Folle, desisti da vana impresa; e alla Messenia basti un Panormo, un Gonippo per irritar gli dèi.
POLICARE Più chiaro dunque s’ha da parlar? Si parli. Merope è mia, donna già molto, e madre sarà fra poco. Or vada d’una vergine invece una fanciulla gravida all’altare: se s’adempie l’oracolo, se salva è la Messenia, io la rinunzio e taccio.
ARISTODEMO Che senti, Aristodemo? A questi colpi è temprato il tuo seno? Ardito ha tanto Merope? Od è menzogna di costui per salvarla? Io sono offeso, ancor se finge; ed è l’offesa senza pro dell’autor. Ma che? L’autor in cosa di tanta mole fingerà vanamente?
POLICARE Attonito ei riman, qual chi di serpe calcata in mezzo all’erbe pallido incontra inaspettato assalto.
ARISTODEMO Ma deluder mi giova arte con arte. Policare, tu menti, e la menzogna arte è d’amor, ma troppo cieco amore trova indegni pretesti.
POLICARE Io non t’ascondo i furti miei: dover mi sforza, e dritto a confessarli, acciò costei non cada senza alcun frutto, e non riesca l’opra un delitto del padre.
ARISTODEMO Con un altro delitto tu pur vietasti il mio. Con qual ardire d’Aristodemo violar la figlia pria delle nozze? Il mio togliesti, e quello che donarti io volea; me lo rubasti, e fu abusato il don: perduto è dunque il merto, ed io divento, di donatore, offeso.
POLICARE Signor, se grave è l’amorosa colpa, grave anco è dirla. È vero, ch’i tuo’ doni rubai, ma non già prima, che dichiarati miei. Nulla fu tolto allor a’ dèi, che non chiedean fanciulle alla casa d’Epito, e nulla al padre, che a Policare offerta avea la figlia, non anco a’ numi inferni.
ARISTODEMO A preghiere d’Amfia Merope fu concessa a valoroso e nobil garzon, sì ch’io sperai d’aver aggiunto un degno fregio al sangue chiarissimo d’Epito; ma l’ingrato tradì le mie speranze, e profanò le nozze con lascive, illegittime rapine. Nozze invalide, infauste, rapite al padre, ai coniugali dèi, senza i quali t’unisti. Or va, del vile ardir premio ti fia l’indegna moglie, ch’io per figlia rifiuto, e pianger deggio, più che vittima, sposa. È tua: non ti si niega con titolo sì egregio. E poi ch’è tolto dalla tua colpa il modo di salvar la Messenia, io mi protesto con gli altri offeso: or vanne per l’orme di Licisco, e porta questo trionfo a Sparta, e di’ che in ozio attenda del tuo misfatto i nostri danni estremi. Già voi sarete meno esecrande ed orribili ad Itome, di Panormo e Gonippo ombre nocenti. Maggior fallo sommerge la memoria del vostro. Ira maggiore destano in ciel contro il messenio impero Policare e Licisco.
POLICARE Tolga il ciel, che ’l mio amor nobile e giusto, che la mia fé, che ’l mio dover giammai t’offenda! Ah, che non furo senza dèi quelle nozze, che celebrai col testimon d’amore. Non offese chi errò. L’error ti rende la figlia; e come fuor di colpa avvenne, così lo scusa il ciel. Però la sorte elesse Arena; e se rapì Licisco l’ostia dovuta, è già la causa fatta de’ stessi dèi. Non resta che temer alla patria, bensì a Licisco. Io resterò fra queste mura, di cui bagnai del sangue mio più d’una volta i sassi, e da cui spinsi l’audace assalitor con queste braccia non vile difensor; né sono ancora profane sì per amoroso fallo, che non osi guardar le sacre soglie del gran Giove itomeo, quando sperasse il credulo nemico di trovar senza dèi, senza difese la sfortunata patria. Un atto grande di pietà, di valor ferma gli dèi, sforza le stelle.
ARISTODEMO O te la serbi il fato, o la pietà di qualche nume amico, o sia questa la via, ch’alla fatale ruina guidi l’avanzata Itome, Merope è tua. Son tutti testimoni per me gli uomini e i dèi, che per la patria volentier l’offersi.
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