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| Carlo de’ Dottori Aristodemo IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA III OFIONEO, MEROPE. CORO de’ sacerdoti che non parla.
OFIONEO Ministri, il bruno manto porgete alla fanciulla, e la corona di cipresso fermate sui crini sparsi; e tale a me s’accosti. Giovanetta real, scelta dal Fato a liberar la patria, io non t’esorto a non temer la morte. Hanno i più forti che apprender dal tu’ esempio. Egual ti mostri a te stessa, al tuo sangue; e s’anco fosse meno illustre il morir, non men saresti tu generosa e illustraresti quella morte ch’ora t’illustra. Occupi un luogo fra gli eroi più lodati, che per la patria lor morendo han dato grido alla Grecia e volo eterno al nome. Tu, separata dal commerzio altrui, co’ generosi tuoi pensier conversa, né pensar alla terra, e non t’aggravi peso d’affetto alcun l’anima scarca. L’ora fatal s’accosta: e tu per breve spazio tacendo in separata stanza ti devi preparar. Però ti spoglia delle cure terrene, e i sensi acqueta. E s’altro lasci in terra, che la tua nobil fama, a me fedele esecutor dell’ultimo desio lascialo in pace.
MEROPE Padre, due giorni sono ch’io lotto con la morte, e non m’arriva né improvvisa né orribile, né sono colta senza difese. Allor che stava il nome mio nell’urna a morir cominciai. M’assolse la fortuna, ma non il fato: allontanossi poco morte da me, né la perdei di vista. Or che torna, mi pare men feroce di pria. Resta a mio padre l’onor d’avermi offerta, e condannata da giudice più nobile mi muoro. Quel ch’io vorrei lasciar di vivo in terra oltre il mio nome, è l’infelice mio sposo innocente. Ah, viva, e viva in lui la mia candida fede. Temo ch’egli mi segua, e che m’aggravi di questa colpa. Ah, che s’ei pere, tutta non è salva Messenia, io non ho tutti adempiti i miei voti. Ogn’altra cura, ogni pensier depongo, e muoro in pace.
OFIONEO Figlia, questo è un affetto lecito e generoso, e degnamente al tuo cenere avanza. Depositar prometto nel seno di Policare l’estremo testimon del tu’ amor; pregalo insieme, che lo conservi; e conservar no ’l puote, se non vive per te. Non li sia cara come amante la vita, ma come erede dichiarato in questa facoltà preziosa dell’amor tuo, che perderia morendo.
MEROPE Se Policare vive, omai consacra la vittima a tua voglia, plachisi il Ciel, sia liberata Itome. O che mi stimi il Cielo prezzo al debito eguale o di leggera pena si soddisfaccia, io piego il collo ubbidiente alla Messenia, ai Fati: rendo al padre mia vita, e quando avvenga, che il sangue mio l’antiche colpe lavi, e ristori la patria, io già con grande obbligo resto alla natura, al padre di quella vita, che impiegar si deve in sì nobil acquisto.
OFIONEO Parlando in questa guisa, o magnanima vergine, tu merti che t’ascoltin li dèi. La stirpe, gli anni, la virtù, la bellezza offerta loro è un pieno sacrifizio: il tuo modesto, generoso pensiero, figlia, è maggior del sacrifizio; e puossi con offerta sì grande salvar più regni. Or con sì bella impression ti resta, che da sé ti consacra. Io ti consegno alla tua stessa mente, in cui ben veggio regnar omai di sovrumana forza ammirabil indizii. O voi ministri, la vergine tornate alla sua stanza; e non profani alcuno il luogo a Dite sacro, a cui prepongo in difesa le Furie, e le più atroci custodie dell’Abisso, se di più orrendo e più temuto guarda, o le soglie di Dite o lo stagno fatal dai giuramenti consacrato di Giove; se del Tartaro ignoto nell’arcane latebre altra si cela più formidabil peste, da cui Cerbero fugga e tema Aletto. Sia lasciata in silenzio, e al sacerdote menata poi nel cupo orror profondo della tacita notte: ora più grata a’ tenebrosi dèi del muto Averno.
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