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Carlo de’ Dottori
Aristodemo

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  • ATTO IV
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SCENA VI

ARISTODEMO.

 

ARISTODEMO

Così comincia il regno. Ecco la prima

arte de’ re, dissimular le offese

per vendicarle.

Ma sia pur Dami re, sia pur Cleone,

a cui le indegne figlie

non levano di man lo scettro offerto.

Re mi volea Fortuna, Itome, il Cielo;

la colpa della figlia

s’oppone al cielo, alla Fortuna, al mondo,

e mi toglie il diadema, e macchia il nostro

onor eternamente; il più temuto,

il più atroce de’ mali: in cui non pecca

già nemico furor, già sorte avversa,

o maligna influenza,

ma la sola malizia de’ congiunti,

inevitabil peste. Era sicuro

dall’invidia degli uomini, dall’ire

di fortuna, l’uom forte;

né, se schiudeva l’Erebo i suoi mostri,

domar potea virtù. La rabbia umana

s’armò contro sé stessa,

e per contaminar le parti intatte

stillò dalle corrotte empio veleno,

che tal non versò mai libica serpe,

né trascinato a sopportar il giorno

Cerbero vomitò sul mar vicino.

Diede al mondo l’onor, tiranno illustre,

carnefice adorato, e vinse il crudo

ingegno dell’abisso, ed innocenti

rese le stelle, la fortuna, i mostri.

O sventurato Aristodemo! O invano

generoso alla patria, a te crudele!

Volli perder la figlia,

ma perderla innocente, e rea l’acquisto.

La sua colpa la salva, e la sua colpa

pur la condanna. È del peccato grande

maggior l’effetto. La stagion crudele

mi fa crudel; gli dèi negletti, giusto:

la patria e ’l padre offesi,

giudice rigoroso; il mio furore

vendicator. O mal fuggito, o sempre

empio Licisco! Io ti perdono il duro

cambio, che per te feci,

ma degli scorni miei, di mie sciagure

l’infelice cagion non ti perdono.

Orribile furor, sollecitato

da scherniti Messenii, a cui si rende

la nostra fé sospetta,

che lo stesso indovin pur dianzi accrebbe

co’ rimproveri acerbi,

vieni, e m’occupa omai. S’io non son pieno

di te, scota la face,

e le pesti del crin crolli Megera;

quant’è, quanto sa farsi orrida, vegna,

e di mostro maggior s’empia il mio petto.

Per l’attonito sen scorre un tumulto

non più sentito, ed alle pigre mani

Insegna un non so che di violento,

e di feroce.

Sì, lo farò. Sia pena o sia misfatto:

l’approveranno, o fuggiran li dèi.

Che approvino, che fuggano: sia fatto!

 

CORO

Pera chi prima

dalle segrete viscere de’ monti

il già innocente ed or colpevol ferro,

e non senza rossor della natura,

quel mostro palesò ch’ella copria

fra le cupe latebre della terra.

Ma vendicossi dell’umano oltraggio

natura, e fu l’ingegno umano appunto

stromento alla vendetta,

che ’l rigor dell’acciaro

domato da Vulcano

volse in usberghi, in aste,

e produsse la guerra.

Fu allor che ’l primo indomito destriero

l’ignoto freno morse,

non vile onor di Paletronia incude,

e coperte d’acciar le membra ignude,

tollerò prima il domator Lapita,

che ad accortar la vita

così fra l’armi più veloci corse.

Fu allor che di fortissimi recinti

si munir le città; che minacciose,

segni all’ire del ciel, crebber le torri,

e che, levata ai fiumi

la libertà, fu sotto ad alte mura

acqua di nobil rio

condannata a passar, flutto servile,

o levata al primiero

moto vivace, impaludarsi in una

squallida fossa, onda negletta e bruna;

allor fu che cozzò ferreo montone

contro le mura, e che avventò fra’ merli

la balista feroce aste pennute.

Fu allor che si divisero le genti

in popoli distinti, e fatto angusto

all’umana ingordigia il mondo vasto,

sdegnò i primi confini,

e col ferro omicida

allontanò i vicini.

Fu allor, fu allora appunto,

che scoprironsi i re, che la Fortuna,

dividendo dagl’infimi i supremi,

avvilì gli uni e in superbì negli altri.

Quindi gli odii, le gare, e quindi l’armi,

le stragi, le rapine,

e da turbine eterno

agitate vediam l’umane cose.

Quindi armiamo al Tonante

di folgori la destra, e nacquer quindi

i mali nostri. O mal trovato ferro,

per cui nuotan nel sangue

i patrii campi: ove sol Marte miete,

Cerere esclusa, ove dall’empia spada

tolto è l’uffizio all’ozioso aratro!

E se non placa - i dèi d’abisso Itome,

misere, ah come - ’l regno fia distrutto!

L’ultimo lutto - l’indovin predice,

gli ultimi danni.

Già per tant’anni - siam usate al pianto,

che solo il Xanto - la metà ne conta.

Una sol’onta - così lungo sdegnio

dunque produce!

O di Polluce - imitator insano,

e tu profano - Castore mal finto,

Sparta ebbe vinto - quando profanaste

le are sacrate.

Torna all’usate - lagrime, o dolore,

senta il furore - già del cor la destra

fatta maestra - ’n flagellar l’ignudo

seno dolente.

Il duol frequente - tiene sparso il crine

alle rapine - della mano infesta;

e di funesta - voce di lamento

Eco risuona.

 





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