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| Carlo de’ Dottori Aristodemo IntraText CT - Lettura del testo |
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ATTO V SCENA I NUTRICE, TISI.
NUTRICE Qual procelloso turbine mi porta per l’aria, e d’atra nube m’involve sì, ch’agli occhi miei rapite sien queste crude ed esecrande mura macchiate del più orribile misfatto, del più innocente sangue, che da barbara man versato in terra chiami vendetta in ciel? Messenia è questa? È questa Itome? O la spietata Colco, o la gelida Ircania? o la feroce Scizia più tosto? o s’altro è più lontano dalle strade del sole efferato ed inospito paese?
TISI A ragion ti lamenti, nutrice; acerbo è il caso; ma v’ha gran parte la pietà infelice della misera Amfia. Narra, se lice tanto impetrar dal duolo, narra come seguì l’eccesso grande.
NUTRICE Se raccolgo gli spiriti, se ’l corpo dall’orror della tema e dal dolore irrigidito riassume il primo uffizio delle membra, e se la cruda immagine del fatto, che mi sta pertinace innanzi agli occhi, mi daran le parole, lo narrerò. Sarà pur anco questo pianto per lei. Parte sarà di pena il confessar con penitenza amara l’infelice delitto. Aristodemo simulò di placarsi a quella miserabile menzogna, ch’ordì la moglie, e finse di lasciar a Policare la sposa; ma, ricevuta in seno altamente la piaga, ah Dio, nel tempo dall’indovin vietato furioso, terribile, funesto qual pe’ getuli campi irto leone, che di recente oltraggio mediti minacciando alta vendetta, corse alla stanza custodita, i sacri vincoli ruppe; violò le porte, fugò i ministri attoniti: col proprio furor le Furie vinse tutelari del luogo, o al proprio aggiunse il furor di Cocito; e trovata giacer tra brune spoglie l’impallidita e tacita fanciulla, un certo che sol mormorò d’orrendo, e trafisse la vergine innocente, che generata avea. L’anima bella, osservando l’inditto silenzio, non si dolse. Con un gemito sol rispose all’empio fremer del padre; e i moribondi lumi in lui rivolti, ed osservato quale il sacerdote inaspettato fosse, con la tenera man coprissi il volto per non vederlo; e giacque.
TISI A che non guida un cieco empito d’ira! Un furioso zelo d’onor tiranno!
NUTRICE Ciò non bastò al crudele. Punì prima il delitto, e poi cercollo nelle viscere intatte della figlia. Col ferro stesso aperse il seno virginal. L’utero casto, e voto ritrovò, senz’altri segni che gli orribili, impressi dal suo furor: ma sé ingannato ed empio uccisor della figlia. Il ferro quasi per gran dolor nel proprio seno immerse, e si feria, s’un de’ ministri a tempo a trattenerlo non correa, che solo fece ritorno occultamente a quella mal custodita soglia; e tutto vide, e riferì. Quindi volgendo in uso di Messenia il peccato, ed approvando per sacrifizio l’omicidio enorme, si lasciò lusingar da un suo pensiero, che vittima approvata la vergine cadesse; e con la speme temprò il dolor: né riserbò di tanta ira precipitosa e disperata, altro che l’odio, contro l’infelice cagion della sua colpa.
TISI Ma chi dannò Policare alla morte per punir la cagion di questo errore, come giudicherà contro al primiero giudizio? E accetterà per buon l’effetto di rea cagion? Se la menzogna vostra ha salvata la patria, a che sen giace sotto un monte di sassi l’infelice Policare sepolto? Nutrice, ah ch’io pavento, che se l’approva Itome, l’abborriscan li dèi.
NUTRICE Prima abborrito sia l’inganno funesto! A noi conviene prima sentir del provocato cielo l’ira vendicatrice. O dall’affetto cieco materno mal guidato amante, Policare innocente! Tu giaci, e accresci il pianto nostro e aggravi la nostra colpa. E tante colpe sono anco impunite? Ed ozioso Giove o irresoluto le sopporta? Forse il desio del castigo è maggior pena dello stesso castigo, ove più tema l’aspetto della colpa un cor non vile che l’aspetto di morte. Policare morì. Ma chi l’uccise? Volontario seguì la sanguinosa ombra della tradita? L’uccise Aristodemo? A me si cela il caso, nel maggiore lutto sommersa della figlia, e intenta ad impedir che non s’uccida Amfia.
TISI Aristodemo concitò la plebe contro di lui, ritrovator infausto di funesta bugia: mostrò le aperte membra caste innocenti, e con parole, che gli dettò il dolore, e la tema del popolo, commosso dall’orror del misfatto, accese il volgo mobile e capace sempre di nuovi affetti contro di lui. Mentre alla fama dunque del miserabil caso il giovane correa, fermato giacque da un improvviso turbine di sassi, e in lor sepolto: come allor che svelle dalle cime de’ monti le tracie nevi rapida procella, repentina ricopre e l’armento e ’l pastor. Ma fortunato se cercava punir la propria colpa, e soddisfar l’ombra ingannata, e farsi compagno della sposa, o preceduto esser di poco; e non lontan da quella, che tanto amò, lasciar le membra in terra.
NUTRICE Egli morir volea, se Merope dovea: ma questa morte non volea, né dovea trarli di vita. Noi la sforzammo. È dell’affetto nostro opra famosa il cangiar morte altrui; e di nobile ch’era e gloriosa, abominevol farla. Della pietà materna odi un effetto insigne, industre! Uccisa abbiam la figlia con la mano del padre; e pria ch’uccisa duramente oltraggiata. Or qual si serba pena al mio fallo? O mi sia data, o ch’io me la torrò. Chi mi rapisce, o venti, e chi mi porta dove rapito a noi cade sommerso il giorno?
TISI Teme a ragion. Ché sfortunata fede spesso paga le pene mentre color sostiene che la fortuna Opprime. O dèi, fia questo principio o fin di mal? Chi l’opre umane perturba in onta vostra? E qual invidia contamina gli effetti di volontà sincera? Così l’ostia vi piace? Il rito è questo dell’offerirla? Un sacerdote padre? Un altar di vendetta? Un foco d’ira?
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