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| Carlo de’ Dottori Aristodemo IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA VI OFIONEO, ARISTODEMO, CORO.
OFIONEO Io tutto intesi. Aristodemo, il cielo non è placato: e non ha chiuse ancora l’ingorde fauci Averno. Odi, io ti reco pessimi augurii, avvisi infausti. Or chiana la maggior tua virtù, che ’l cor difenda. Due vergini infelici, ambo tue figlie, o padre infelicissimo, periro: l’una per tua cagion, l’altra per questa furiosa tua destra, inutilmente. L’una ferita in mezzo un bosco, l’altra in luogo profanato dall’ira tua. Fu saettata Arena in pena della fuga, e fu trafitta Merope in pena di presunto errore. L’una uccise l’arcier, l’altra il tuo sdegno, per fallo l’una, per vendetta l’altra, senza altar, senza rito e sacerdote, senza dèi finalmente dalla tua sceleraggine fugati. Piange però Messenia; impaziente vittima nuova il re tartareo chiede, instano i numi offesi, il ciel minaccia con orribili segni, e muggendo la terra risponde al ciel. Tremano i tempii e l’urne si scompongon de’ morti. Ulula il bosco sacro di Giove, e del delubro antico sudano i marmi. O che precedan questi segni al crollo del regno, o che si dolga la natura in tal modo e si risenta, misera Itome, a cui sì facil modo di salute vien tolto! In questo solo t’invidian le città, che assorbe il mare, o divora il terren, che pianger puoi la tua caduta, e celebrarti prima quei funerali, ch’aspettar non devi dallo spietato sovversor fatale.
CORO Or sì, lecito è il pianto, or sì, è dovuto. Si resiste al nemico con la forza e con l’armi; nulla s’oppone al fulmine, che frange i più solidi marmi; l’ira del Ciel si piange.
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