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XIII.
Paterni lamenti
26. Grande frutto se si usasse in questo
esame la premura che pongono gli uomini nei loro affari
Anche su questo punto sarebbe veramente
vergogna che si verificasse quel detto di Cristo: " I figli di questo
secolo sono più prudenti dei figli della luce " (Lc 16,8). Ognuno
vede con quanta solerzia essi attendano ai loro affari; come di sovente
facciano e rifacciano i calcoli del dare e dell'avere: con quale scrupolosa
meticolosità facciano i loro conti e tirino le somme, come lamentino le perdite
patite ed eccitino se stessi con accaniti sforzi per risarcirle. E a noi, a cui
forse arde in cuore la brama di vane onorificenze, di accrescere il patrimonio
della famiglia, di acquistar solo fama e gloria di scienziati, invece
languidamente e con noia trattiamo l'affare massimo e sommamente arduo, che è
la nostra santificazione. Giacché appena raramente ci raccogliamo per scrutare
la nostra anima, che per conseguenza si copre di sterpi al pari della vigna del
pigro, della quale sta scritto: " Passai pel campo di un infingardo, e per
la vigna di un uomo stolto, e vidi come tutto era pieno di ortica, e le spine
l'avevano coperta quanto ella è grande, e la muraglia intorno era rovinata
" (Prv 24,30-31).
27. L'esame costante e ben fatto rinvigorisce
l'anima, trascurato la mette in pericolo
La cosa si fa più grave per la frequenza dei
mali esempi, che ne circondano, insidiosi estremamente alla virtù sacerdotale;
così che è necessario camminare sempre più guardinghi e far più apertamente violenza.
Ora l'esperienza ci dice che colui, il quale
esercita una censura frequente e severa sopra i suoi pensieri, parole e azioni,
è più energico sia nell'odio e nella fuga del male, e sia nell'amore e nello
studio del bene. Né meno ci dice l'esperienza quali danni gravissimi siano
d'ordinaria conseguenza per chi evita quel tribunale, ove siede giudice la
giustizia e sta accusata e accusatrice la coscienza. Invano cercheresti in lui
quella circospezione, dote così lodevole del buon cristiano, di evitare anche
le minori colpe e imperfezioni e quel delicatissimo scrupolo che dovrebb'essere
pregio speciale del sacerdote, che si fa paventare della benché minima offesa
recata a Dio.
28. Danni di chi trascurasse la frequente
confessione
Che anzi la negligenza e la trascuratezza di
sé giunge fino all'oblio dello stesso sacramento della penitenza: del quale
nulla ci diede Cristo, nella sua estrema bontà, che fosse più salutare
all'umana miseria. Non si può negare ed è degno di acerbo pianto, il caso non
raro di chi mentre, fulminando e terrorizzando dal pulpito, trattiene con la
sfolgorante sua eloquenza gli altri dal peccare, nulla tema per sé di tutto
ciò, e si indurisca nella colpa; di chi esorta e stimola gli altri, che siano
solleciti a detergere col sacramento le macchie dell'anima, e lui stesso sia in
ciò tanto restio e negligente e vi frapponga intervalli di più mesi; di chi sa
cospargere le altrui ferite di olio e di vino, e giaccia poi egli ferito lungo
la via, né si dia pensiero di invocare la mano medicatrice del fratello che gli
passa vicino. Ahi! quali tristi conseguenze ne vennero e vengono tuttora,
indegne al cospetto di Dio e della Chiesa, perniciose al popolo cristiano,
indecorose per il ceto sacerdotale!
29. Nulla più lagrimevole della
corruzione dei buoni
Quando, diletti figli, mossi da dovere di
coscienza, noi volgiamo la mente a questi gravi inconvenienti, ci si riempie
l'anima di amarezza e ne erompe una voce di lamento: guai al sacerdote che non
sa mantenersi all'altezza del suo grado, e disonora infedelmente il nome santo
di Dio, che deve santificare. Nulla è più lagrimevole della corruzione dei
buoni: " Grande è la dignità dei sacerdoti, ma grande è pure la loro
rovina, se peccano; rallegriamoci dell'esservi saliti, ma paventiamo di caderne
precipitosamente; perché più grande che la gioia di avere raggiunto le
altissime vette, è l'afflizione di essere precipitato di lassù! ".
Guai dunque al sacerdote che vive dimentico
di sé, lascia la preghiera, respinge il pascolo delle devote letture; che non
torna mai sopra se stesso per ascoltare la voce della coscienza che lo accusa.
Né le ferite sanguinanti dell'anima sua, né i pianti della madre Chiesa
potranno richiamare in sé il disgraziato, affinché non lo colpiscano quelle
terribili minacce: " Acceca il cuore di questo popolo, e instupidisci le
sue orecchie e chiudi a lui gli occhi, affinché non avvenga che coi suoi occhi
egli vegga, e oda coi suoi orecchi, e col cuore comprenda e si converta, ed io
lo sani " (Is 6,10).
Questo triste augurio allontani Dio
misericordioso da ciascheduno di voi, o diletti figli, Dio, che vede il nostro
cuore scevro da qualsiasi amarezza verso chicchessia, ma soltanto mosso
all'estremo da carità di padre e di pastore: " Qual è invero la nostra
speranza, o il gaudio, o la corona di gloria? Non lo siete voi forse dinanzi al
Signore nostro Gesù Cristo? " (1 Ts 2,19).
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