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| Tommaso Campanella Poesie IntraText CT - Lettura del testo |
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74 Canzone seconda della medesima salmodia. Se ha' destinato ch'io ben sparga il seme, avrai forse voluto che ben mieta: perché dunque si tarda il giusto fine? Perché le stelle fai e più d'un profeta, i tuo' doni e sc‹enze vani insieme? Perché le forze e le voglie divine il nemico schernisce? e le rovine, ch'a lui si converrian, a me rivolve? Perché tra 'l Fato un'animata terra bestemmia e nega Dio, s'egli non erra, e me che t'amo in tante pene involve? Quando ignorai e negai, molto impetrai or ch'io t'adoro, vo traendo guai. Se tu già m'esaudisti peccatore, perch'or non m'esaudisci penitente? Perch'a Bocca, il tuo Nume dispregiante, le porte apristi, e me lasci dolente preda al nemico e riso al traditore? Così m'hai dato il corridor volante? Ogni tiranno è contra i tuoi costante, e 'n ben trattar chi a' suo' piaceri applaude; e tu gli amici tuoi sempre più aggravi, e nel lor sangue l'altrui colpe lavi. Che maraviglia se cresce la fraude moltiplicano i vizi e le peccata? si vantan, che dài lor vita beata. Io con gli amici pur sempre ti scuso ch'altro secolo in premio a' tuoi riserbi; e che i malvagi in sé sieno infelici, sempre affliggendo gli animi superbi sdegno, ignoranza e sospetto rinchiuso; e che di lor fortune traditrici traboccan sempre al fine. Ma gli amici, se, quelli dentro e noi di fuor, siamo tutti meschini, chieggon la cagione, che fa nel nostro mal tue voglie buone; che se gli altri enti e noi, figli d'Adamo, doveamo trasmutarci a ben del tutto perché non fai tal muta senza lutto? Senza lutto se fosse, senza senso sarian le cose e senza godimento, né l'un contrario l'altro sentirebbe, né ci sarìa tra lor combattimento, né generazione, e 'l caos immenso la bella distinzione assorbirebbe. E pur nel punto che mutar si debbe la cosa, uopo è che senta, perch'all'altra resista e faccia ch'ella si muti anco, secondo il Fato vuol, né più né manco, chi regge il mondo. Or qui tuo Senno scaltra. Io, teco disputando, vinto e lasso le mie ragioni; in altro conto passo. Solevo io dir fra me dubbiando: - Come d'erbe e di bruti uccisi per mia cena non curo il mal, né a' supplicanti vermi dentro a me nati do favor, ma pena; anzi il sol padre e terra madre il nome struggon de' figli e i lor composti infermi; così Dio non sol pare che s'affermi che del mal nostro pietade nol punga, ma ch'egli sembri il tutto; onde ne goda trarci di vita in vita, con sua loda che fuor del cerchio suo mai non si giunga. - O pur, che in Dio fosse divario dolce, come in Vertunno è, che 'l nostro soffolce. Or ti rendo, Signor, fermezza intègra: ché i prieghi e 'l variar d'ogni ente fue da te antevisto, e non ti è un iota nuovo, ch'un tuo primo voler possa or far due. D'essere e di non essere s'intègra: per l'un la fermo, per l'altro la muovo; che da te sia, da sé non sia, la truovo; per sé si muta, e per te non s'annulla la creatura; e stassi, te imitando; e mutasi, tua idea rappresentando, ché in infinite fogge la trastulla, per non poterla tutta in un mostrare; a questa, nel cui male il tuo ben pare. Le colpe di natura (ancor dichiaro), in cui si fondan l'altre del costume, per la continoa guerra, ch'indi avviene che l'un l'altro non è, non dal tuo Nume, ma dal niente origine pigliâro. Né toglier la discordia a te conviene, né far che l'un sia l'altro, perché 'l bene di tanti cangiamenti sarìa spento, né la tua gloria nota in tante forme gioiose mentre stanno a te conforme, dogliose mentre vanno al mutamento, dove il niente le chiama. Ond'io veggio ma io, in niente assorbito, vaneggio. Sì come il ferro, di natura impuro, 100 sempre s'arruggia e 'l fabbro invita all'opra, 101 così le cose, dal niente nate, 102 tornan sempre al niente; e Dio sta sopra, 103 ché non s'annullin, ma di quel che fûro 104 in altro essere e vita sien recate. 105 S'e' fregia nostra colpa e nullitate, 106 Dio ringraziar debbiam, non lamentarci; 107 ed io, vie più che gli altri, che son meno, 108 onde di guai mi truovo sempre pieno. 109 Ma, se de' pannilini i vecchi squarci 110 carta facciam, che noi di morte rape 111 d'eternitade al seno, 112 che fia di me, se Dio di noi più sape? 113 - Ma perché più degli altri io fui soggetto 114 alle doglienze della vita nostra? 115 - Ché in questa o in altra aspetti miglior sorte, 116 e in quelli forza e in te saper Dio mostra. 117 - Ma perché l'una e l'altro io non ho stretto? 118 - Ché se' parte e non tutto. - E perché forte 119 fu e savio chi a Golia donò la morte? 120 - Quel ch'era in lui, in te non è or bisogno. 121 - Perché così? - Ché l'ordine fatale 122 ottimo il volle, che Dio fece tale. 123 Miser, so men quanto saper più agogno! 124 Miserere di me, Signor, se puoi 125 far corto e lieve il male, 126 senza guastar gli alti consigli tuoi! 127 Canzon, di' al mio Signor, ch'io ben conosco 128 ch'ogni cosa esser puote 129 migliore a sé, ma non all'universo; 131 se uguali al sol fussero l'altre ruote 133 Ma più ho da dirli. Aspetta 134 la tua terza sorella, che non tarda; 136 e più a grazia impetrar forse gagliarda.
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