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Canzone seconda del medesimo tema.
Quante prende dolcezze e meraviglie
l'anima,
uscendo dal gravante e cieco
nostro
terreno speco!
Snella
per tutto il mondo e lieta vola,
riconosce
l'essenze, e vede seco
gli
ordini santi e l'eroica famiglia,
che
la guida e consiglia,
e
come il Primo Amor tutti consola,
e
quanti mila n'ha una stella sola.
Questo, ch'or temi di lasciar, albergo
tanto
odierai, che, se: - Di ferro e vetro
per
non sentir ferètro
né
scurità né doglia, - Dio dicesse -
tel
renderò, ed in lui torna; - a tal metro,
crucciata,
del voler voltando il tergo:
-
In pianto mi sommergo -
risponderesti;
salvo se 'l rendesse
tutto
celeste, qual Cristo s'elesse.
Mirando
'l mondo e le delizie sacre
e
quanti onor a Dio fan gli almi spirti,
comincerai
stupirti
come
egli miri pur la nostra terra
picciola,
nera, brutta e, più vo' dirti,
dove
ha tante biastemme orrende ed acre,
che
par che si dissacre;
dove
sta l'odio, la morte e la guerra,
e
l'ignoranza troppo più l'afferra.
Vedrai pugnar contro la terra il cielo
e
'l caldo bianco e la freddezza oscura,
e
che d'essi natura,
per
trastullo de' superi, ne forma
vento,
acqua, pianta, metal, pietra dura;
del
ciel scordarsi il caldo, e contra 'l gelo
vestirsi
terren velo,
e
come a suo' bisogni lo conforma;
e
che doglia e piacer gli enti trasforma.
Possanza, Senno, Amor da Dio vedrai
participar
il tutto ed ogni parte;
ed
usar la Prima Arte
Necessitade,
Fato ed Armonia,
per
cui tanta comedia orna e comparte,
a
Dio rappresentando giuochi gai;
e
divin fiati e rai
(che
son l'anime umane) a' corpi invia
per
far le scene con più leggiadria.
Fia aperto il dubbio, che torce ogn'ingegno:
perché
i più savi e buoni han più flagelli,
e
fortuna i più felli?
Ché
Dio a que' die' le parti ardue del gioco,
per
trarli a maggior ben da' lordi avelli;
e
del suo mal goder lascia chi è degno.
E
n'ho visto pur segno,
più
indotti e schiavi e impuri amar non poco
l'error,
la prigionia e l'infame loco.
Il giuoco della cieca per noi fassi:
ride
natura, gli angeli e 'l gran Sire,
vedendo
comparire
della
primera idea modi infiniti,
premiando
a chi più ben sa fare e dire.
Se
i nostri affanni son divini spassi,
perché
vincer ti lassi?
Miriamo
i spettator, vinciam le liti
contra
prìncipi finti, stravestiti.
Il carcere, che 'n tre morti mi tieni
con
timor falso di morir, dispreggio.
Vanne
al suolo, tuo seggio,
ch'io
voglio a chi m'è più simile andarmi.
-
Né tu se' quel che prima ebbi io, ma peggio,
che
sempr'esali, e rifatto altro vieni
da
quel che prandi e ceni:
onde
lo spirto tuo nuovo ognor parmi.
Or
perché temo in tutto io di sbrigarmi?
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