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Tommaso Campanella
Poesie

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    • 81 Della prima possanza.
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81

Della prima possanza.

     Le potestati umane tanto m'hanno

travagliato, ch'omai vengo a pensare,

ch'io peccai contra te, Possanza Prima;

però che di Saturno più d'un anno

tutto del Senno Primo a contemplare

mi diedi, e al Primo Amor volsi ogni rima,

di te tanto scrivendo

quanto per lor ti intendo,

di cui dovevo far principal stima.

Or io volgo il mio stile

alla tua dignitade,

perdon chiedendo umìle

ed aiuto, o Suprema Podestade.

    Dove manca Possanza, il patimento

ch'al non esser le cose sempre tira,

abbonda, e 'l caso avverso, ed ogni male;

onde io tant'anni mi truovo scontento.

A te, Valor, dunque, oggi alzo la mira,

a cui soggiace ogni forza fatale:

ché 'l Senno e l'Amor pio,

com'or ben confesso io,

senza la tua difesa poco vale.

Può amar chi ha potenza

e sa chi può sapere,

ed è chi aver può essenza;

dunque, ogni quiddità vien dal Potere.

    L'intrinseco poter fa che sossista

ogn'essere; e l'estrinseco il difende,

si è d'altri, o parte; e non da sé, né tutto.

Sta il mondo e gli enti magni in questa lista,

a cui precede chi da nullo pende,

Dio, che interno valor solo ha per tutto.

Ma può, se poter vuole

e se poter sa; e suole

(in sé volgendo quel che 'n lui è produtto)

saper, se puote ed ama;

e voler, se può e sape.

Dunque «tre in un» si chiama,

e distinzion d'origine sol cape.

    Possanza e Senno producono Amore

unitamente; e però tutte cose

aman l'esser, però che sanno e ponno,

ma sanno perché ponno solo. Autore

dunque del Senno primo ben si pose

il primario Poter, degli enti donno.

Ma, perché regge amando

ed opera insegnando,

e l'esser, quando è desto e quando è in sonno,

d'essi tre si compone,

saran tre preminenze

d'ogni effetto e cagione

semplici metafisiche semenze.

    E`, ciò ch'è, perché puote, sape ad ama;

non è, quel ch'esser non può, ignora o abborre,

per sé, o per forza d'altri, o del Primo Ente,

ch'è monotriade. E quel ch'all'esser chiama,

partecipando tre eminenze, corre,

pur limitato sempre dal niente,

all'esser suo finito,

che sta in quello infinito

esser, eterno, solo, independente,

che creò, come base

d'ogni essenza seconda,

lo spazio, immenso vase,

ch'è penetrato, penetra e circonda.

    Quando di contener virtù donasti

al luogo, e dal tuo Senno senso prese,

e dall'Amor amor di farsi pieno,

la gran mole corporea ingenerasti,

delle virtuti agenti atta all'imprese,

in due triadi consimili a quel seno.

Poscia i maschi, possenti,

che di lei due elementi

cielo e terra, formâro: e del più e meno

di lor gare e rovine

ogni mistura uscìa,

Dio influendo a tal fine

Necessitate, Fato ed Armonia.

    La vita, agli enti vari che seguiva,

era virtute, in quanto da te nacque.

Ma quel che dal non esser timor venne,

ogni vizio produsse, e la nociva

ragion di Stato, e poi 'l mal proprio piacque,

che 'l senso indi impotente a ciò s'attenne.

Ma, se ti svegli omai,

in meglio muterai

natura madre e i figli, come accenne.

L'impotenza e 'l peccato

tôrrai da' senni umani;

tutti in un lieto stato

gl'imperi adducerai vari profani.

    Darai alla vita di durar virtute,

forza alla legge, che 'l gran Senno mise,

vigor all'amicizie, d'amor prole.

Senza te, gli enti han le bontà perdute;

venner l'insidie e l'unità divise,

ch'invidia partorîro e false scuole:

timidità e pigrizia,

sconfidenza, avarizia,

100 viltate e crudeltà, che starsi sole

101 non san l'una dall'altra.

102 Ma, dove è tua fortezza,

103 ogni natura è scaltra,

104 né teme il male, onde di farne sprezza.

105     Canzon, di' al Poter Primo

106 che per mancanza sua sto in tal paura,

107 che meditar non posso la Scrittura.

108 Traggami da questo imo

109 inferno. Ed in effetto,

110 se tutto il mio soggetto

111 ei non sarà, me stesso empio condanno

112 da mo al perpetuo lagrimoso affanno.

 

 




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