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Tommaso Campanella
Poesie

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  • Poesie
    • 137 [Grecia e Italia.]
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137

[Grecia e Italia.]

     Grecia, tre spanne di mar, che, di terra

cinto, superbia non potea mostrare,

solcò per l'aureo vello conquistare

e Troia con più inganni e puoca guerra.

    Poi di menzogne e favole ne atterra

tutte le nazion per inalzare

sue false laudi. Or, standola a mirare,

contra sé Italia e contra Dio quanto erra!

    Ella, che trionfò del mondo tutto

con senno ed armi sotto la gran Roma,

dove anco ha Dio suo tribunal costrutto;

    ella, che novi mondi trova, e doma

dell'Ocean vago ogni tremendo flutto

(impresa che trascende ogni gran soma)!

    Né pur s'ammira o noma

Cristofaro Colombo, il cui sagace

valor sapientissimo ed audace

    ne schernisce e disface

di fisici, teologi e poeti

i libri, e i matematici decreti,

    Erculi, Giovi e Teti,

veggendo e' più con la corporea salma

che col pensier veloce altri dell'alma,

    degno d'eterna palma.

Ad un mondo dài nome tu, Americo,

del nido a' buon scrittor cotanto amico;

    ma il favoloso intrico

de' falsi eroi e de' bugiardi dèi

fa che senza poema ancor tu sei.

    Quanti dir ne potrei!

Il gran dottor della legislatura,

Pittagora, e 'l suo Numa, chi l'oscura?

    Italia, sepoltura

dei lumi suoi, d'esterni candeliere,

onde il gran Cosentin oggi non chiere,

    e lo Stilense fere

di nuovi affanni, di cui sol l'aurora

gli antichi occupa, e quella patria onora,

    che poi lui disonora.

Colpa e vergogna della nostra gente,

che al proprio mal, all'altrui ben consente,

    né pur anche si pente!

Privata invidia ed interesse ammaga

Italia mia, né mai più si dismaga

    di servir chi la paga

d'ignoranza, discordia e servitute,

sempre contrarie alla commun salute!

    Ahi! nascosta virtute

a te medesma, e nota a tutto il mondo,

sotto l'imperio soave e giocondo

    del Lazio almo e fecondo

di prole generosa, poich'e' solo

in lettere ed in arme fe' più stuolo

    che l'universo insieme

con verità, ch'or sotto il falso geme.

 

 




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