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| Tommaso Campanella Poesie IntraText CT - Lettura del testo |
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30 Canzon del sommo bene, oggetto d'amor naturale. Ogni cosa si dice bella o brutta, in quanto bene o male rappresenta. Ogni cosa si dice mala o buona, in quanto causa, dispone a fomenta immortal vita a morte, in parte o tutta. Ché sommo bene o sommo mal consona: quello oggetto final di tutti amori, e questo tutti gli odii muove e sprona. Ogni altro bello e ben or s'ama e prezza, o al medesmo o a diversi amatori, ch'al ben sommo ora spine ed or son fiori; che a nullo ente unqua annoia e sempre rape tutti, ch'è per sé buono sempre e solo. Quanto s'opra, si può, s'ama e si sape, s'indrizza a lui, sì come fuoco al polo. Cercar il cibo e prepararlo al ventre, Palla seguire e Venere in gran pena, e la propria sostanza in lei deporre; città abitar, che tanti gusti affrena; pugnar per lei, e ben far ad altri; mentre sommo ben non movesse il senno a tôrre tante briglie, vorria prenderle nullo. Ma il viver sempre, ch'indi viensi a côrre, in sé o nella fama o nelli figli, Così noi or la sferza, or il trastullo, perch'egli impari, usiamo col fanciullo. Palla dunque non ha, Venere a Bacco gioie per sé, ma a questo fin più altero: onde attuffan, s'è vòto a colmo il sacco; e spesso è lor preposto il dolor fiero. Se, di vivere in scambio, alcun s'uccide, se stesso o i figli a l'opre sue famose, lo fa per migliorar di vita, essendo il viver nostro e delle nostre cose morir continovo, che mai non side senza mutarsi, a mancando o crescendo ed ogni mutamento è qualche morte, una stato acquistando, altro perdendo d'atto, o di quale, o di quanto, o di essenza. E se con violenza e gioia, fatto con natural sorte. Quel che fu o sarà a ciascun par forte e l'esser sol presente è certo e piace; e se repente a forza il muta, duolsi, sì che il morir comun manco gli spiace che 'l proprio; ch'è 'l mutar, com'io raccolsi. La servitute all'anima gentile morte propria è, che d'uom lo cangia in bruto, e i suoi studi ed azioni in pecorine. E per men mal Caton s'ammazza; e Bruto moria ne' figli tralignanti, vile fatto il suo gran sembiante; onde lor fine diè, qual Marone al suo libro dar volle, pieno d'error, di sua fama rovine. Viver per fama infame è vita amara, che, sprezzando, ripara più vera vita in gloria. Ove il Nil bolle s'uccise un elefante, e Neron molle, e di Siam le donne non volenti sopravivere al vago. A tai più propia par morte mutar stato che elementi. Pensa altri in fama o in Ciel vivere a copia. Ma nullo annicchilarsi unquanche intese, se non alcuni stolti di Narsinga, che solo in «niba» credono posarse senza affanni. Sentenza che lusinga chi sommo mal la doglia esser contese, che a noi guardiana della vita apparse, e di natura medicina e sferza. Così, se non si mangia per gustarse, la voluttà bontà prima, ma terza, che segue all'esser bene, e pria anche scherza con tal presagio il ben dell'universo, perch'ogni ente si serbi a lui e propaghi. Nel che, non d'arte errante, al buio immerso, ma di natura ogni senso n'appaghi. Ricchezze, sangue, onor, figli e vassalli per ben dà il Fato; e pur rovina a molti son al nome, alla patria ed al composto; e fan gli animi ansiosi, vili e stolti. Del corpo i ben, che 'l Ciel per meglio dàlli, sanità, robustezza e beltà, tosto si perdon anche, o perdon chi l'abusa, quando il ben grande al piccolo è posposto. Fra tutti beni le virtù dell'alma regge gli altri, e di mal mai non si accusa. D'esser virtute ogni potenza è esclusa senza il senno, di lor guida e misura; 100 né il suo senno tien l'ente che ha l'idea, 101 specifica bontà, in più e manco impura; 102 onde è a sé malo e strutto, e non si bea. 103 Il ben ch'all'altrui vivere s'applìca, 104 in sé o ne' discendenti, utile è detto 105 dall'uso; e dall'onore in fama, onesto. 106 D'essi appresi esce l'allegria, il diletto, 107 il ricco danno, e dolce la fatica. 108 S'alcun atto è nocivo e disonesto 109 e par giocondo, avvien ch'ivi fu misto 110 più ben con male; e quel nasconde questo. 111 Dunque ogn'onesto ed utile è gioioso 114 che senz'essi piacer mai non fu visto. 115 Se piace l'acqua all'egro, onde è più tristo, 116 giova al spirto, o alla lingua ove ha angoscia; 117 ma, perché enno assai parti, se a più nòce, 118 s'ammalan tutte per consenso poscia; 119 ond'essa perde d'utile la voce. 120 La dolorosa vita non si fugge, 121 se non in quanto è morte: ch'essa doglia 122 senso è del mal, ch'almen morte minaccia, 123 o fa alla parte dov'è, benché soglia 124 tutte serbar, se 'l mal qui unito strugge. 125 Onde i dolori il senno accorto abbraccia 126 per gioire, e molto mal per più gran bene: 127 e 'l ben par mal, se più di mal procaccia. 128 Viver dunque secondo il senno insegna 131 tutte le cose che 'l manda contiene, 132 quanto fan di timor, quanto di spene. 133 Ma, perché manca ogni conservamento, 134 ché noi siam parti per lo tutto fatte, 135 e per Dio il tutto, il sennoamante, intento, 136 per farsi divo, a quanto può, combatte. 137 Canzon, dirai che l'uom sol fa beato 138 il senno, senza cui gli ben son mali, 139 né si sente il gioir; ma seco pure 140 il mal fia ben. Né senso han l'alme impure, 141 ma veggon con gli occhiali 142 le cose in altra guisa ch'elle stanno. 143 Né purità può aver chi non è nato 144 per sé, ma ad uso di que' che più sanno; 145 talché si fa felice 146 sol oprando quel che 'l saggio ci dice. 147 Assai sa chi non sa, se sa obbedire. 148 Tutto infelice fia chi non ascolta, 150 in quel mal che ben fia di gente molta. 151 Forse fia in altre parti puro poi, 152 ché in varie forme s'occulta e rinasce, 153 e sol d'eternità l'esser si pasce; 154 ché il bene e 'l mal son dolci a' denti suoi.
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