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Tommaso Campanella
Poesie

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    • 73 Orazioni tre in salmodia metafisicale congiunte insieme.
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73

Orazioni tre in salmodia metafisicale congiunte insieme.

Canzone prima

     Omnipotente Dio, benché del Fato

invittissima legge e lunga pruova

d'esser non sol mie' prieghi invano sparsi,

ma al contrario esauditi, mi rimuova

dal tuo cospetto, io pur torno ostinato,

tutti gli altri rimedi avendo scarsi.

Che s'altro Dio potesse pur trovarsi,

io certo per aiuto a quel n'andrei.

Né mi si potria dir mai ch'io fosse empio,

se da te, che mi scacci in tanto scempio,

a chi m'invita mi rivolgerei.

Deh, Signor, io vaneggio; aita, aita!

pria che del Senno il tempio

divenga di stoltizia una meschita.

     Ben so che non si trovano parole

che muover possan te a benivolenza

di chi ab aeterno amar non destinasti;

ché 'l tuo consiglio non ha penitenza,

né può eloquenza di mondane scuole

piegarti a compassion, se decretasti

che 'l mio composto si disfaccia e guasti

fra miserie cotante ch'io patisco.

E se sa tutto 'l mondo il mio martoro,

il ciel, la terra e tutti i figli loro,

perché a te, che lo fai, l'istoria ordisco?

E s'ogni mutamento è qualche morte,

tu, Dio immortal, ch'io adoro,

come ti muterai a cangiar mia sorte?

    Io pur ritorno a dimandar mercede,

dove il bisogno e 'l gran dolor mi caccia.

Ma non ho tal retorica né voce,

ch'a tanto tribunal poi si confaccia.

Né poca carità, né poca fede,

né la poca speranza è che mi nuoce.

E se, com'altri insegna, pena atroce,

che l'anima pulisca e renda degna

della tua grazia, si ritrova al mondo,

non han l'Alpe cristallo così mondo,

ch'alla mia puritade si convegna.

Cinquanta prigioni, sette tormenti

passai, e pur son nel fondo;

e dodici anni d'ingiurie e di stenti.

    Stavamo tutti al buio. Altri sopiti

d'ignoranza nel sonno; e i sonatori

pagati raddolcîro il sonno infame.

Altri vegghianti rapivan gli onori,

la robba, il sangue, o si facean mariti

d'ogni sesso, e schernian le genti grame.

Io accesi un lume: ecco, qual d'api esciame,

scoverti, la fautrice tolta notte

sopra me a vendicar ladri e gelosi,

e que' le paghe, e i brutti sonnacchiosi

del bestial sonno le gioie interrotte:

le pecore co' lupi fûr d'accordo

contra i can valorosi;

poi restâr preda di lor ventre ingordo.

    Deh! gran Pastor, il tuo can, la tua lampa,

da' lupi omai difende e da' ladroni.

Fa noto il tutto all'ignorante gregge;

ché se mia luce e voce, pur tuoi doni,

lasci spacciare per peccato in stampa,

più dannato fia il sole e la tua legge.

Ma, s'altra colpa è pur che mi corregge,

sai che non può volarsi senza penne

della tua grazia; né, senza, io le merto.

Pur sempr'ho l'occhio al tuo splendor aperto;

che fallo è il mio, se dentro egli non venne?

Ma sciogli Bocca, e fai tuo messaggero

Gilardo; e con qual merto?

Màncati la ragion forse o l'impero?

    Parlo teco, Signor, che mi comprendi,

e dell'accuse altrui poco mi cale.

Io ben confesso che del mondo hai cura

e ch'a nulla Sua parte vogli male;

quantunque, a ben del tutto che più intendi,

senza annullarle, le muti a misura:

in che consiste proprio la natura;

e tal mutanza male e morte noi

di qualità o di essenza sogliam dire,

ch'è del tutto alma vita e bel gioire,

bench'alle parti tanto par ch'annoi.

Così del corpo mio più morti e vite

veggo andare e venire,

di parti a ben del tutto in vita unite.

    Il mondo, dunque, non ha male; ed io

di mali innumerabili sto oppresso

per letizia del tutto e d'altre parti.

Ma, se alle particelle hai pur concesso

d'invocar chi l'aiuta «proprio Dio»,

ché a tutti gli enti il tuo valor comparti

e le mutanze lor con segrete arti

addolcisci, amoroso temperando

Necessitate, Fato ed Armonia,

Possanza, Senno, Amor per ogni via;

m'è avviso, ch'a pregarti ritornando,

truovi rimedio alcun, che rallentarmi

possa la pena ria,

o 'l dolce crudo amor di vita trarmi.

    Cosa il mondo non ha che non si muti,

100 né che del suo mutarsi non si doglia,

101 né che del suo dolersi Dio non preghi.

102 Fra' quali molti son cui avvenir soglia,

103 che, come tu ab aeterno vuoi, l'aiuti;

104 e molti ancora, a cui l'aiuto neghi.

105 Come dunque io saprò per cui ti pieghi,

106 s'io presente non fui al consiglio antico?

107 Argomento verace alfin m'addita

108 che quella orazion sia esaudita,

109 che con ragione e puramente io dico.

110 Così spesso, non sempre, nel tuo volto

111 sentenza è diffinita,

112 che 'l campo frutti ben, s'egli è ben c¢lto.

113     Del mio contrito e ben arato suolo

114 la coltura mi reca gran speranza,

115 ma più lo sol del Senno che 'l feconda,

116 che molte stelle forse sopravanza,

117 esser predestinato sopra il polo,

118 che la preghiera mia non si confonda,

119 e ch'abbia il fine, a cui di mezzi abbonda

120 pur da te infusi e previsti ab aeterno.

121 Con condizion pregò Cristo, sapendo

122 che schivar non potea il calice orrendo.

123 E l'angel suo rispose: al gran governo

124 convenir ch'egli muoia. Io senza prego,

125 risposta ricevendo

126 dal mio diversa, che sovente allego.

127     Canzon, di' al mio Signor: - Chi per te giace

128 tormentato in catena intra una fossa,

129 dimanda come possa

130 volar senza ale. O manda, o tu insegna

131 come la ruota fatale è ben mossa,

132 e se si truova in Ciel lingua mendace. -

133 Ma parrai troppo audace,

134 senza l'altra, ch'or teco uscir disegna.

 

 




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