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| Tommaso Campanella Poesie IntraText CT - Lettura del testo |
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76 Canzone prima del dispregio della morte. Anima mia, a che tanto disconforto? forse temi perir tra immensi guai? Tema il volgo. Tu sai dirsi morir chi fuor del suo ben giace. Se nulla in nulla si disfà giammai, non può altronde, chi a sé pria non è morto, morte patir o torto, né temer guerra chi a se stesso ha pace. Non ti muova argomento altro fallace. Se nativa prigion te non legasse, legar non ti potria l'empio tiranno, ch'e' non può far tal danno a' sciolti venti, agli angeli, alle stelle. Solo a lui male i tuoi tormenti fanno, ma a te ben, come se ti liberasse, o ti risuscitasse, chi da sepolcro o da prigion ti svelle; ché l'uno e l'altro son l'umane celle. Dentro il gran spazio, in cui lo mondo siede tutto consperso di serena luce, che 'l sommo Ente produce, e di vive magion lucenti adorno, dove han gli spirti repubblica e duce, in libertà felice: sol si vede nera la nostra sede. Dunque, de' regni bianchi, ch'ella ha intorno, fu a' peccatori esilio e rio soggiorno. Il centro preme in sempiterna notte sotto ogni pondo i più rubbelli; e 'l giro or letizia, or martiro, or tenebra ed or lume al mondo apporta, che i proprii dal comun carcer sortîro; né, quindi uscendo, in nulla son corrotte. Ma chi scende alle grotte, tornar non può, perché ivi al doppio è morta; e chi va in alto, al carcer odio porta. Se lo spirto corporeo, che 'l calore ne' bruti e pur negli uomini ha produtto, sempre esala al suo tutto, né riede a noi, quantunque esca a dispetto, ignorando ch'a gaudio va dal lutto: vie più la mente, che di lui men muore tornando al suo Fattore, poi, saggia e sciolta, fugge il nostro tetto: avviso che non erri al coro eletto. E` tutto opaco il corpo che ti cinge, e sol ha due forami trasparenti; né in lor le cose senti, ma sol le specie, e non qua' son, ché l'onda le fa, il cristallo e 'l corno differenti, che 'l lume che le porta àltera e tinge. Né pur tuo specchio attinge a veder l'aria sottil che 'l circonda, né gli angeli, né cosa più gioconda. Indebolite luci e moti e forze delle cose, che batton la muraglia del carcer che n'abbaglia, sentiamo noi, non le possenti o dive; perché sfarìan la nostra fragil maglia. Né virtù occulta ammetton le sue scorze, che per noi non si ammorze: poche sembianze e di certezza prive solo ha chi meglio tra noi parla e scrive. Qual uomo a volo non vorria levarsi, o più saltar a giugner? Ma nol lascia questa di morti cascia. Va col pensiero a più parti del mondo, dove esser brama; ma la grossa fascia non vuol che vada, né possa internarsi [di tutte cose a infarsi]. Dunque tien l'alma il tenebroso pondo, l'allegrezza, i desiri e i sensi in fondo. Di': come al buio hai tu distinto l'ossa? i nervi soprasteso alle giunture? tante varie testure di vene, arterie e muscoli formasti, le viscere, le fibre e legature? come il bodel si piega, stringe e ingrossa? come, di carne rossa vestendo il tutto, la testa scarnasti? come il caldo obbedia? come il frenasti? Non mi risponder quel ch'impari altronde e nell'anatomia, ché non è tuo cotal saper, ma suo, di chi t'avvisa: e pur t'inganni spesso, come n'hai sperimenti più che duo. Or, se [in] te ignori ciò che 'l corpo asconde e in altri spii, risponde non essere, a chi al buio sta, concesso veder che fa, né il luogo, né se stesso. Pur, se 'l vario nutrir t'ha fatto porre la fabbrica in obblio, di' mo: in che modo il nutrimento sodo all'ossa tiri, ed a' nervi il viscoso, ed agl'impuri vasi feccia e brodo? Come odi, e vedi, e pensi, quando a scôrre ten vai nell'alta torre? Di': il respirar, e 'l polso stretto e ondoso come dài al spirto, fatica e riposo? 100 Tu non sai quel che fai, ch'altri ti guida, 101 come al cieco chi vede apre 'l cammino. 102 Il tuo carcer sì fino 103 per tu' avviso e suo gioco il Sir compose. 104 Libera hai volontà sol, don divino, 105 per meritar, pigliando scorta fida, 106 no' Macon, Cinghi o Amida, 107 ma chi formò tua stanza e l'altre cose; 108 e perché prezzi il ben, tra guai ti pose.
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